La memoria del dolore

Marmot_66 Una donna non dimentica mai un torto (che ritiene di aver) subito. Mai. Può accantonarlo, anche perdonarlo, ma non se lo dimentica.
Non solo. Di quel torto ricorda ogni dettaglio, circostanza e particolare.
Alzi la mano l’uomo a cui non è mai capitato di sentirsi rinfacciare, magari a distanza di anni, quella volta in cui ha fatto qualcosa di sbagliato. L’uomo, ovviamente, nemmeno si ricorda se all’epoca era all’asilo oppure all’università. La donna invece gli elencherà con precisione assoluta e dovizia di particolari ogni elemento di quell’episodio: giorno, ora, luogo, ognuno dei gesti compiuti e delle parole pronunciate da tutti i protagonisti, le condizioni meteo, il cameriere che assomigliava al cugino Giovanni, la macchiolina sul polsino della camicia che te l’avevo detto di cambiarti prima di uscire ma tu non mi ascolti mai, il colore delle scarpe della signora seduta due tavoli più in là. Noi non dimentichiamo.

Talvolta ho il dubbio che il mio DNA non sia del tutto femminile. Odio lo shopping, ho un eccellente senso dell’orientamento e nessun particolare interesse per borse e scarpe, per dirne solo qualcuna.
Ma la memoria del torto ce l’ho, tutta. Mi ricordo perfettamente la bambina che al primo anno di asilo mi ha preso la palla arancione per saltare, finalmente conquistata appena due minuti prima, dopo settimane di tentativi. E la suora che, alle mie proteste, ha detto che dovevo lasciar giocare anche gli altri bambini. Non sono mai più riuscita a saltare con la palla, dopo.

Da qualche parte, il mio cervello deve aver archiviato ogni dispetto, presa in giro o insulto ricevuto. Ma anche ogni fastidio e ogni dolore provato nei miei cinquant’anni di vita.
Non si spiega altrimenti come faccia ora a ricostruire con assoluta precisione una enorme varietà di dolori nell’arto fantasma.
Dolore sordo, acuto, bruciante, pungente, crampiforme, parestesie, formicolii, fitte, scosse… E riesce anche a localizzarlo con altrettanta accuratezza: sul tallone, al polpaccio, all’alluce, sul collo del piede, lungo l’arco plantare, sulla parte anteriore della coscia, appena sotto il ginocchio…
Un repertorio ricchissimo di cui non ero consapevole, ma che evidentemente è stato memorizzato e ora viene consultato e riproposto con deplorevole frequenza e intensità.
Non immaginavo che sarebbe stato così pesante e doloroso, nemmeno lontanamente.
Non avrebbe fatto nessuna differenza, questo intervento era l’unica possibilità di salvarmi la vita, o almeno di prolungarla, ma se avessi saputo cosa mi aspettava, sarei stata meno ottimista sulla qualità di vita successiva.

Anche se, a ben guardare, il dolore è diventato un compagno di vita per me già da molto tempo. Dopo l’intervento del 2008 ho convissuto per anni con la palla e con le formiche; mi ci ero abituata, ma non significa che non facessero male. E poi di nuovo la neuropatia dopo la radioterapia del 2016. E la frattura spontanea del bacino l’anno scorso. E tutto il calvario di quest’anno.
Ho una notevole capacità di sopportare il dolore; quando rimane sotto una certa soglia, diciamo tre in una scala da zero a dieci, non lo considero neppure, rispondo automaticamente “bene” a chi mi chiede come sto. Ma la verità è che non mi ricordo nemmeno cosa voglia dire non avere nessun dolore, il livello zero.
E le formiche fantasma che continuano ininterrottamente a rosicchiare la zampa fantasma si assicurano di mantenere sempre ben viva la mia memoria del dolore.

 

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