Scelgo di sperare

Stamattina ho fatto la TAC e attendo il referto, con un filo di ansia, ma soprattutto con tanta speranza.

Ho scelto di sperare perché amo la vita, amo la mia vita.

Questa vita che mi sono costruita con fatica, superando tante difficoltà. Questa vita che mi ha regalato poco e in cui mi sono dovuta conquistare tanto. Questa vita per cui ho dovuto lottare con le unghie e con i denti. Questa vita che mi ha preso tanto e da cui ho preso tanto. Questa vita in cui ho sempre gioito di ogni conquista e accettato le sconfitte come lezioni per imparare a rialzarmi e tentare di nuovo. Questa vita che, finalmente, è serena e piena di cose buone, perché ho lavorato tanto perché diventasse così. 

Spero di tenermela ancora a lungo, questa vita. Spero di passare ancora tanti anni con Renato e i nostri gatti. Spero di fare ancora tanti progetti per il futuro. Spero di avere un futuro.

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Zampiversario

Ne ho già parlato altre volte, sono pressoché insensibile alle ricorrenze. Magari qualche giorno prima capita che ci penso, ma poi la data fatidica, a meno di non inciamparci sopra per qualche motivo, passa in cavalleria, tutt’al più me ne ricordo qualche giorno dopo, forse.

Vorremo mica interrompere questa gloriosa tradizione di dimenticanze? Non sia mai! Ecco perché giovedì scorso non ho festeggiato il mio primo anno monozampa. 

Sono anche sicura di aver guardato il calendario quel giorno, perché avevo un impegno, ma non ci ho proprio fatto caso, non ho assolutamente realizzato che il tre settembre fosse una data da ricordare. Pazienza. Un anno però merita almeno un bilancio veloce.


1. Sono viva (e scusate se è poco).

2. L’amputazione porta con sé una serie di limitazioni, difficoltà e problemi più o meno sopportabili a seconda delle condizioni meteorologiche, del mio livello di affaticamento, dell’umore, della qualità del sonno, della farfalla che batte le ali dall’altra parte del mondo, della congiunzione astrale e probabilmente di qualche altra decina di fattori che non ho ancora identificato, perché davvero non mi spiego come mai giornate apparentemente simili possano essere eccellenti oppure pessime senza motivi identificabili.

3. Le giornate torride mi hanno fatto penare non poco, ma con le temperature miti di fine estate mi sento molto bene; per sapere se sto effettivamente bene bisogna aspettare ancora un paio di settimane e vedere come andrà la TAC.

4. Ho conquistato un buon grado di autonomia, che subirà un drastico incremento quando arriverà la macchina e potrò uscire anche da sola.

5. Dovrei fare più movimento e perdere qualche chilo, ma non ho la sindrome di Wonder Woman e non aspiro a compiere imprese straordinarie: correre una maratona, andare sulla Luna o attraversare l’oceano in barca a vela non mi interessava prima e non mi interessa ora; soprattutto, non ho bisogno di dimostrare niente a nessuno. Ah, e non sono nemmeno gnocca come Wonder Woman.

6. Per il momento non ho intenzione di intraprendere la strada della protesi: è un aggeggio pesante e poco confortevole, in particolare la presa di bacino, una sorta di guscio rigido che dubito di poter tollerare a lungo e per imparare a utilizzarla servirebbe almeno un nuovo ricovero, forse due e tanta fisioterapia; prima di investire tanto tempo, risorse e denaro (pubblici e miei), devo essere ragionevolmente convinta che possa diventare uno strumento quotidiano, altrimenti sarebbe solo uno spreco. 

È stato un anno sicuramente impegnativo, ma non ho il minimo dubbio: ne è valsa la pena: spero di avere l’occasione di dimenticare ancora tanti zampiversari!

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Oltre il ponte

Marmot_66 Il tuo cammino è stato troppo breve e troppo faticoso ma sono onorata di averne condiviso una parte.
Sono sicura che oltre il ponte c’era la Gioiuta ad aspettarti e adesso i vostri cuori sono di nuovo insieme.
Ciao Sara, ci mancherai.

Sara2

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IL TEMPO DELL’ATTESA

E’ quello che dilata i minuti, le ore, dove tutto sembra non muoversi, dove tutto si ferma.

E’ quel tempo che ti sfianca fisicamente e mentamente, dove anche il più roseo ottimismo, comincia a scemare verso un rosa pallido, poi verso il grigio, poi….stop! Finalmente arriva la chiamata dell’infermiere “Signora è in reparto, la vengo a prendere così lo può vedere, si faccia trovare davanti all’entrata del reparto”.

E tu, a quell’infermiere molto giovane, che potrebbe esser tuo figlio, sorridi, lo vorresti abbracciare, stringere in un  vorticoso giro di valzer, ma ti trattieni, non puoi farti conoscere anche qui, devi mantere un certo aplomb, sei sempre la moglie di un paziente ricoverato, un paziente che è appena uscito da una terapia intensiva, perchè ha avuto dei problemi.

E appunto per questi problemi che non ti sono stati risparmiati, che ti sono stati raccontati dal chirurgo che vi ha preso per man questa volta, appunto pr questo tutti quelli che incontri e che ti portano sempre più vicino a LaMiaMetà, sono degli angeli, che vorresti abbracciare, baciare, stringere e vorresti che non vedessero i tuoi occhi lucidi, vorresti che non ti sorridessero così calorosamente per l’ emozione che lasci trapelare.

E durante il tragitto verso la sua stanza, non ti interessa che ti stiano dicendo che lo vedrai pieno di tubi, drenaggi, cateteri, CVC, cannule che entrano nel suo corpo portando antidolorifici, anticoagulanti, sostegno, fisiologica, zuccheri, tutto quello che serve per aiutarlo a riprendersi più in fetta

Non ti interessa, tu, adesso, lo vuoi vedere, vuoi ridargli quel bacio dato in punta di dita stamattina alle 6,30, quando con i suoi occhi zzurri ti ha seguito finchè poteva, mentre lo accompagnavano in sala operatoria.

Buonanotte.

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LA FATICA DI PARLARE

E’ tanta la fatica di parlare.

Per pudore, per non far preoccupare, per non annoiarmi a ripetere le stesse cose, per non riprovare stizza alle solite domande che mi vengono poste dalle stesse persone, alle quali ho già spiegato in tutte le maniere, manca solo che faccia un disegnino, ma a quanto pare è molto difficile capire che i cancri non sono tutti uguali e si dico la parola “raro”, ci sarà un motivo, non ci vuole molto a far scattare nella mente un barlume.

La fatica di parlare al vento, tanto so benissimo che al prossimo incontro saranno le stesse cose che mi diranno, nell’ordine:

– Bisogna essere ottimisti ( davvero?, sai fino ad ora ci siamo tirati smartellate sulle dita)

– Dovete essere fiduciosi nella medicina e nella ricerca (certamente, perchè tu sei un/una di quelli/e che tutti gli anni versa fior di quattrini all’AIRC, tanto per citare un ente di ricerca)

– Vedrete che andrà tutto bene e dopo non ci penserete più (noi finora siamo stati delle oche giulive)

– e l’immunoterapia? e i farmaci biologici? Li avete provati? (Come no, li trovi alla coop, spesso in offerta 3X2, cretina io che non li ho mai acquistati)

– e ma dai, non può essere così brutta come ve l’hanno detta (sei scema e non hai capito cosa hanno detto, la fai più tragica di quello che è, sei ipocondriaca)

– vedrai che dopo troveranno il tipo di chemio adatta da fare (che il tuo dio ti strafulimini, ti ho ripetuto fino allo sfinimento, conoscendoti bene, che non risponde nè a chemio e nè radio):

– ehhh, guarda la cugina del cognato del padrino del mio battesimo aveva uno di quei mali lì (si chiama “cancro”, uno di quei mali lì, per me, può essere anche un’unghia incarnita) ed è lì che si  ripresa benissimo e ha riprso ad andare a lavorare nei campi e a badare ai nipotini).

Debbo continuare?

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Bilanci

Marmot_66 È passato un mese dal mio ritorno a casa, e domani saranno tre mesi dall’intervento, è tempo di fare un primo bilancio.

Innanzitutto sto piuttosto bene, considerata la situazione.
Percepisco ancora l’arto fantasma con molta precisione, ma fa meno male, a volte quasi niente. Ho anche elaborato una teoria neurologica casalinga: credo che al risveglio il cervello faccia l’appello delle varie parti del corpo. Se rispondono correttamente, non succede niente, se invece arrivano segnali non coerenti, il cervello li interpreta come pericolo e li trasforma in allarme, cioè dolore. I segnali che arrivano dal mio moncone sono alterati e strani, probabilmente è per quello che a ogni risveglio si diffonde un’ondata di dolore nella coscia fantasma e considerato che mi sveglio almeno 4/5 volte per notte, non è divertente, ma pazienza, dura solo una decina di secondi per volta.
L’esercito delle formiche ha smobilitato diversi battaglioni, ora sono meno aggressive: arriva ancora qualche morso cattivo, di quelli che mi fanno guaire per il dolore, ma la frequenza è notevolmente diminuita, più o meno un paio ogni ora rispetto ai dieci di un mese fa o ai quaranta di due mesi fa. E senza antidolorifici né antiepilettici.
Tuttavia sono ancora ostaggio di una fastidiosa quantità di farmaci e integratori: alcuni servono per prevenire ulteriori attacchi neurologici o cardiaci e li rivaluteremo dopo le visite di controllo, altri per supplire a carenze che ancora non riesco a compensare con l’alimentazione, pur mangiando ormai di tutto (anche troppo!). Le ultime analisi del sangue erano abbastanza buone, ma l’emoglobina è ancora un po’ bassa, e allora avanti con il ferro due volte al giorno. Invece il potassio era ben più che sufficiente, ho dimezzato la dose e tra una decina di giorni farò un altro controllo per capire se posso andare avanti così o addirittura eliminarlo del tutto.

Ci sono tante, tantissime cose che non posso più fare, alcune molto visibili, come camminare senza ausili, altre meno evidenti ma altrettanto limitanti, come usare un bagno privo di maniglioni o sostegni di altro tipo. Però mi muovo agevolmente con il deambulatore, la carrozzina o le stampelle e riesco a essere abbastanza autonoma nelle attività quotidiane.
Dipendo da altri per molte cose: ho bisogno dell’aiuto di Renato per tante incombenze domestiche, dei miei autisti per gli spostamenti (a proposito: grazie, grazie, grazie e ancora grazie!), dei colleghi per le attività che non è possibile svolgere in telelavoro, ma mi arrangio per quelle indispensabili e posso restare sola in casa anche per tutta la giornata.
Le uscite teatrali sono state l’occasione per saggiare la mia resistenza e scoprire che va meglio del previsto, sono riuscita a stare anche sei ore fuori casa adottando uno stratagemma tanto semplice quanto efficace: ogni venti/trenta minuti mi alzo per un po’ dalla sedia a rotelle per dare sollievo a schiena e glutei. Spero che il cuscino sagomato di cui l’USSL ha appena autorizzato l’acquisto possa aiutarmi ulteriormente a rendere più confortevole la seduta. Intanto posso comunque affrontare un’uscita al ristorante o al cinema.
Reggo bene il lavoro da casa, credo che dal mese prossimo potrei anche andare in ufficio almeno mezza giornata alla settimana, se qualcuno mi viene a prendere e poi mi riporta a casa.

Continuo con profitto le sedute di fisioterapia, sempre tanto faticose ma davvero utili; credo che sarà opportuno prevedere dei richiami periodici, magari un paio di volte all’anno, perché alcuni degli esercizi non si possono riprodurre a casa, altri richiedono assistenza e molti non mi verrebbero mai in mente, senza la fisioterapista a suggerirli. Per esempio, avreste mai pensato che potessi fare questo?
Stamattina ho fatto la TAC e la prossima settimana ho le visite di controllo con oncologa e ortopedici. Non voglio nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi che qualcosa non vada, ho davvero bisogno di una tregua, possibilmente molto lunga.

La mia qualità di vita nel complesso è buona e voglio godermela, almeno per un po’. Ho voglia di guardare avanti, di fare progetti con un orizzonte un po’ più lungo di un mese, di prendere due gatti, di pensare a un “dopo”.

Sono soddisfatta dei risultati che ho raggiunto in questi mesi e mi spaventa l’idea di perdere troppo presto quello che sono riuscita a costruire con tanta fatica e tanto dolore.
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La gabbia

Magone, muso lungo, fatica a parlare, fatica a pensare. Due settimane passate così, in quasi totale apatia. Per cercare di reagire, un paio di pomeriggi fa mi sono costretta a mettermi alla macchina da cucire: ci sono i lavoretti di Natale a cui pensare. La macchina da cucire, col suo “ton-ton-ton” ritmico e l’attenzione che richiede nell’essere adoperata, è sempre stata tra i miei anestetici più potenti (assieme al ron-ron dei miei gatti, alla musica barocca, al coro, a Orgoglio e Pregiudizio in tv e al tavolino da make-up).

 

E invece niente. Due ore lì a fissarla, a fissare l’ago fermo illuminato dalla lampadina sovrastante. Lo sguardo che passa inerte dall’ago al piccolo ferro da stiro posato sul bancone della cucina, immediatamente alla mia destra. Un quarto d’ora netto di lavoro-lavoro in due ore, spezzettato in più frammenti di uno, massimo due minuti l’uno. Nella testa, il vuoto. L’unico pensiero che riuscivo a formulare: “se inizio a cucire devo fare un gaso (leggi: cucitura diritta nel mio dialetto) e devo alzarmi per aprire gli orli dei lembi cuciti e appiattirli col ferro da stiro, un gaso e una stiratura, un gaso e una stiratura, un gaso… Ad ogni passaggio alzarmi, girarmi e fare un passo, ad ogni alzata dalla sedia dolore ai femori, fitte, e di nuovo dolore e fitte nel risedermi. Una, dieci, venti volte. No, non… no”.
Pomeriggi così. Giornate tese, con l’attacco d’ansia sempre lì lì per partire. Tre attacchi di cervicali in cinque giorni, qualcosa vorranno dire. Senza capire il perchè. Senza trovare il nodo da sciogliere nei meandri della mia testa, nella mia gola. Lo stomaco chiuso. Zero voglia di uscire. Zero voglia di intrattenere una qualsivoglia conversazione con chiunque. Nemmeno con mio marito. Messaggi whatsapp ricevuti e bellamente ignorati. Richieste di aiuto e di sfogo sul mio gruppo bellamente ignorate anch’esse, tranne quelle di determinate persone che usano quel garbo che non mi fa mai sentire “ad uso discarica”.
L’apatia.
Poi l’incontro con la psicologa. Giri e giri di parole su discorsi che non c’entravano apparentemente nulla con il mio problema di ansia: il Power, il Power e la scuola, il Power e le nostre litigate quotidiane tra mamma e adole-coso. Non volevo parlare di me. Non ho voglia di parlare di me con nessuno. Cosa c’è da dire? Le cure vanno avanti, i capelli li ho, devo spiegare un’ansia che io stessa fatico a decifrare e sperare anche di essere capita? No, quella fatica non la voglio fare.

Però arriva quella parola buttata lì, come per caso, che fa esplodere tutto. Una esplosione violenta, breve ma intensa, che fa cadere il muro, che fa capire tutto. Una esplosione di rabbia pazzesca. Una rabbia che non sapevo di avere.

La parola “GABBIA”.
Quella gabbia in cui mi sento incastrata, come era incastrata nel muro la mia Maya stanotte nel sogno. Ho sognato Maya incastrata nel muro, un sogno orribile. E io piangevo e urlavo perchè non riuscivo a liberarla da lì, chiamavo aiuto e non arrivava nessuno, dovevo scavare nel muro con le mie mani nude, e non ci riuscivo, e lei miagolava, chiamava aiuto. Mi spellavo le dita, mi staccavo le unghie, ma non serviva a niente.
Maya, la mia gatta tigratona, quella che si crede (secondo me) un cane,  perchè mi sta sempre appiccicata ovunque io mi muova, e piange se la chiudo fuori dal bagno quando devo… beh, quando sono in bagno. Maya, la mia ombra.

Maya non a caso era nel sogno. Maya ero io.

Paradossale come una sola parola, se quella giusta, quando riesce ad uscire faccia rimettere in moto una macchina da cucire e la faccia lavorare ininterrottamente per due ore.
Non solo. La fa smontare, ripulire fin dentro i più piccoli ingranaggi raggiungibili da pennelli pennellini e pinzette, rimontare, passare con panno in microfibra imbevuto di candeggina e sgrassatore su ogni parte esterna lavabile e sul coperchio. Lavoro che non facevo da boh, due o tre anni di sicuro, e comunque mai con questa cura certosina. E l’ha anche fatta decorare con quello che mi ha suggerito lo sghiribizzo del momento: tessuto doppiato con nastro biadesivo e qualche cuore di legno.

E rimetta in moto una lingua incollata al palato dopo due settimane.

Ps.: ho rifatto il prelievo di controllo ieri. Sono ancora neutropenica, neutrofili in discesa, dai 2700 di due settimane fa agli attuali 2300. Non così bassi da dover interrompere la terapia o fare i fattori di crescita, ma sufficientemente bassi per mantenere le precauzioni igieniche atte ad evitare malattie stagionali o infezioni di qualsiasi genere. Gli eventuali antibiotici che dovessero rendersi necessari, con la terapia che sto facendo, cozzano.

 

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Le prime tre settimane di cura

Sono tornate 😁😁😁.

Ciglia, sopracciglia, ogni lineamento del mio viso è tornato a posto. Niente più brutte macchie sulla pelle, solo grigiore, ma ci metto anche un po’ l’età dentro. Ma che soddisfazione la mattina in cui ho rimesso per la prima volta dopo mesi il mascara! Sono talmente narcisista che mi sono segnata il momento così (schiavi dei selfie siamo, anche molti di noi over 40 😂😂😂)

Alzarmi la mattina guardandomi allo specchio e ritrovare la “me” che conosco da sempre, è una bella cosa. Come siamo fatte noi donne… Diciamo spesso che la parte esteriore è l’ultima nell’ordine di importanza delle cose, ma siamo sincere: piacerci ci piace.
Sono ancora gonfia di cortisone, ma ci vuole il suo tempo perchè se ne torni al mittente. Niente dieta ha detto l’oncologo, sotto chemio la dieta non si fa. Niente movimento, perchè purtroppo finito l’effetto del cortisone sono tornati in cavalleria i dolori alle anche e al femore sinistro. Ho ricominciato da circa tre settimane la terapia del dolore, ma ci vuole del tempo per arrivare a dose piena (chi la fa sa che bisogna arrivarci per gradi) e perchè faccia effetto.
Ma pazienza. Pazienza, e stampelle quando devo percorrere a piedi più di una ventina di metri. Ormai ci ho fatto l’abitudine, ma dagli sguardi delle persone credo siano gli altri ad esserne più sconcertati o spaventati (impietositi?) che non io. Per me sono un mezzo come un altro per essere il più autonoma possibile e per agevolarmi le cose, al pari dei miei occhiali.

La chemioterapia nuova. Eh, ho iniziato la quarta settimana e ho scoperto il giorno prima del controllo di venerdì scorso che per le prime tre settimane ho fatto una cazzata: ho sbagliato i dosaggi. Sul referto era scritto “40mg di Viorelbine (2cp da 20mg) il lunedì, mercoledì e venerdì”, ma nella mia testa avevo registrato “una cp da 20mg”. Quando me ne sono accorta, giovedì sera, sono andata in panico. Il pensiero faceva l’altalena da “oddio adesso il tumore ha ripreso a crescere” a “da domani devo prendere la dose giusta e chissà quanto vomiterò!”. Stare tranquilla? TranquillissimAHAHAHAHA 😱
Ormai quello che è fatto è fatto. Ho iniziato la dose giusta e per ora (sono passati solo due giorni) tutto in regola. Per il resto non so che dire, se non che mi stanco molto facilmente e devo perciò dosare le forze e frammentare i tempi di lavoro e di attività in genere. Per ora altri effetti collaterali non ne ho.
Ogni tanto, in particolare quando faccio le Navelbine, capita una mezza giornata così

Ma finchè va così ok, penso che tutto sommato posso prendermela comoda senza fare del male a nessuno, non ho bambini piccoli a cui cambiare il pannolino o da ritirare all’asilo o capricci da sedare. Sono fortunata? Oh yes. Nel contesto lo sono.

Sono stata a visita oncologica venerdì, l’altro ieri. Ho ancora le analisi del sangue sballate con un pot-pourri di segni “<“, la cosa più rilevante è che sono ancora neutropenica. Non tantissimo (ho i bianchi sui 2.700 e qualcosa), sicuramente è lo strascico della chemio precedente finita troppo poco tempo fa perchè il midollo si sia ripreso al cento per cento. Mettiamoci poi la chemio attuale che ci aggiunge il suo carico. Il prossimo controllo è previsto per il 22 novembre (con prelievo il 21), ma a metà strada (il 7 novembre) è necessario un prelievo di controllo, e nel caso fare una stimolazione del midollo (siccome non ne ho fatte a sufficienza… vabbè). Lo stesso giorno approfitto per farmi lavare il Port-a-cath.
L’oncologo dice che devo riposare quando possibile e il più possibile, non posso fare altro per aiutare il mio fisico a sostenere la cura: mangiare bene e riposare. E a me questa cosa fa montare la rabbia quando ci penso. Ho nostalgia, una enorme nostalgia di qualcosa che non avrò più, mi sento incastrata in un corpo che fatico ad accettare. Però c’è da dire che ho dalla mia parte risorse che mi permettono di non limitarmi a guardare il soffitto, le mani vanno di continuo e creano, scrivono, giocano con lo smartphone, chattano con le amiche, la noia non è uno status che mi appartiene.  Come si dice, bisogna fare di necessità virtù.
Sono sempre nervosa, sempre tesa, e spesso faccio pensieri negativi. Non so quanto di questo persistente nervosismo sia da attribuire ai farmaci e quanto allo stress di due anni di camminata su una corda sospesa, sempre nel tentativo di mantenere l’equilibrio bilanciando l’asta che tengo fra le mani. C’è anche da dire che nelle ultime settimane in famiglia (non direttamente in casa, per fortuna) si è venuta a ricreare (si, perchè è il bis di quanto successo circa un anno fa o poco più) una serie di situazioni molto pesanti, che mi hanno abbassato al minimo storico il livello di tolleranza delle lamentele altrui per emerite cazzate. Ho tenuto dentro per più di un mese un groppo enorme. Ho chiuso chat, ho evitato contatti con determinate persone, ho inventato scuse per non rispondere a certe telefonate. Ho smesso di essere sempre quella che deve capire, scusare, lenire. Ho anche urlato, alla fine.

Ieri mattina mi sono svegliata piangendo, pensando a tre amiche in particolare che non ce l’hanno fatta, e alle quali ho voluto un bene immenso. Vorrei avere la loro forza, il loro coraggio. Il resto del pensiero che ho fatto lo tengo per me, perchè non è bello da scrivere. Sfogare il pianto, però, mi ha aiutato a tirare fuori anche il resto: “morirò, ma non oggi di certo”, e questo mi ha fatto scendere dal letto e iniziare la giornata.

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Cedimento

Marmot_66 Ho cercato di resistere fino a metà pomeriggio, poi ho dovuto cedere.
Gli attacchi delle formiche fantasma sono stati pesanti per tutto il giorno: un dolore di base, di livello 3/4 su una scala da 0 a 10, su cui si innestavano morsi di livello 8/9 di breve durata, ma sempre più frequenti, ogni pochi minuti, ogni pochi secondi.
Verso le cinque del pomeriggio, con le lacrime agli occhi, metà per il dolore e metà per la rabbia, ho chiamato l’infermiere e ho chiesto l’analgesico.
Ha funzionato, ma non come speravo. Il dolore non se n’è andato, è solo diventato più sopportabile, gli intervalli tra un morso e l’altro si sono allungati un po’.
Spero che stia cambiando il tempo, così posso dare la colpa a quello. Perché pensare che giornate così possano arrivare senza motivo, non è una bella prospettiva.

Domani ritorno in riabilitazione e mi tolgono lo stent.
Vivo l’attesa con un misto di aspettativa e timore.
Sono impaziente di riprendere il lavoro interrotto, di acquisire tutte le abilità che mi serviranno per muovermi su una gamba sola e di liberarmi dallo stent, che è sempre stato un fastidio.
Però ho paura.
Paura di essere ancora troppo debole, di non riuscire a fare tutto quello che serve. Paura di altri eventi neurologici e/o cardiologici. Paura che la rimozione dello stent non risolva i fastidi addominali. Paura per la febbriciattola che mi porto dietro da giorni. Paura di non riuscire a stare seduta a lungo. Paura di dover convivere per mesi o anni con il dolore dell’arto fantasma.

Accetto anche la paura. Non mi piace, mi costa tanto ammetterla, ma è perfettamente giustificata.
Fatelo anche voi.
Non cercate di cucirmi addosso l’armatura da guerriera, di quella forte, coraggiosa, che non molla mai. Avete idea di quanto sia pesante portare il peso di quell’immagine?
Non devo dimostrare niente a nessuno, non voglio insegnare niente a nessuno, non intendo essere un esempio.
Cerco solo di percorrere la mia strada, che è solo mia e diversa da tutte le altre, un passo per volta. Ogni tanto inciampo, cado, cerco di rialzarmi, qualche volta striscio. Se ci riesco, tengo la testa alta, altrimenti la chino e continuo, ostinatamente.
Ed è già abbastanza faticoso così, non cercate di caricarmi addosso altre responsabilità.

 

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La memoria del dolore

Marmot_66 Una donna non dimentica mai un torto (che ritiene di aver) subito. Mai. Può accantonarlo, anche perdonarlo, ma non se lo dimentica.
Non solo. Di quel torto ricorda ogni dettaglio, circostanza e particolare.
Alzi la mano l’uomo a cui non è mai capitato di sentirsi rinfacciare, magari a distanza di anni, quella volta in cui ha fatto qualcosa di sbagliato. L’uomo, ovviamente, nemmeno si ricorda se all’epoca era all’asilo oppure all’università. La donna invece gli elencherà con precisione assoluta e dovizia di particolari ogni elemento di quell’episodio: giorno, ora, luogo, ognuno dei gesti compiuti e delle parole pronunciate da tutti i protagonisti, le condizioni meteo, il cameriere che assomigliava al cugino Giovanni, la macchiolina sul polsino della camicia che te l’avevo detto di cambiarti prima di uscire ma tu non mi ascolti mai, il colore delle scarpe della signora seduta due tavoli più in là. Noi non dimentichiamo.

Talvolta ho il dubbio che il mio DNA non sia del tutto femminile. Odio lo shopping, ho un eccellente senso dell’orientamento e nessun particolare interesse per borse e scarpe, per dirne solo qualcuna.
Ma la memoria del torto ce l’ho, tutta. Mi ricordo perfettamente la bambina che al primo anno di asilo mi ha preso la palla arancione per saltare, finalmente conquistata appena due minuti prima, dopo settimane di tentativi. E la suora che, alle mie proteste, ha detto che dovevo lasciar giocare anche gli altri bambini. Non sono mai più riuscita a saltare con la palla, dopo.

Da qualche parte, il mio cervello deve aver archiviato ogni dispetto, presa in giro o insulto ricevuto. Ma anche ogni fastidio e ogni dolore provato nei miei cinquant’anni di vita.
Non si spiega altrimenti come faccia ora a ricostruire con assoluta precisione una enorme varietà di dolori nell’arto fantasma.
Dolore sordo, acuto, bruciante, pungente, crampiforme, parestesie, formicolii, fitte, scosse… E riesce anche a localizzarlo con altrettanta accuratezza: sul tallone, al polpaccio, all’alluce, sul collo del piede, lungo l’arco plantare, sulla parte anteriore della coscia, appena sotto il ginocchio…
Un repertorio ricchissimo di cui non ero consapevole, ma che evidentemente è stato memorizzato e ora viene consultato e riproposto con deplorevole frequenza e intensità.
Non immaginavo che sarebbe stato così pesante e doloroso, nemmeno lontanamente.
Non avrebbe fatto nessuna differenza, questo intervento era l’unica possibilità di salvarmi la vita, o almeno di prolungarla, ma se avessi saputo cosa mi aspettava, sarei stata meno ottimista sulla qualità di vita successiva.

Anche se, a ben guardare, il dolore è diventato un compagno di vita per me già da molto tempo. Dopo l’intervento del 2008 ho convissuto per anni con la palla e con le formiche; mi ci ero abituata, ma non significa che non facessero male. E poi di nuovo la neuropatia dopo la radioterapia del 2016. E la frattura spontanea del bacino l’anno scorso. E tutto il calvario di quest’anno.
Ho una notevole capacità di sopportare il dolore; quando rimane sotto una certa soglia, diciamo tre in una scala da zero a dieci, non lo considero neppure, rispondo automaticamente “bene” a chi mi chiede come sto. Ma la verità è che non mi ricordo nemmeno cosa voglia dire non avere nessun dolore, il livello zero.
E le formiche fantasma che continuano ininterrottamente a rosicchiare la zampa fantasma si assicurano di mantenere sempre ben viva la mia memoria del dolore.

 

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