Ed eccomi a sabato

Non so se li farò rimbalzare qui ancora, ma di video ne farò di sicuro. Rivedendomi sto prendendo distacco in maniera inaspettata dalla pesantezza che, per istinto, spesso mi prende.
Ho raccolto i miei video a tema in una playlist apposita su youtube dove li ho caricati, basta cliccare sulla scritta “Youtube” in basso a destra bello in grande sul video. Il link vi porta alla pagina, da lì è semplice risalire alla playlist.
Preferisco lasciare questo blog alla scrittura. E’ una cosa più personale, ed è per questo in fondo che il blog è nato annoni fa.
Ma oggi vi lascio questo. So che qualcuno lo aspetta.

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Buona la prima… chemio.

La luce della camera d’ospedale fa davvero schifo… ma eccomi qua. No, non ho gli occhi pesti, giuro, è proprio la luce. Tocca anche parlar piano perchè c’è la porta spalancata.
Tanta tanta ansia, ma è andata.

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Cucù… oui, c’est moi.

Forse ho fatto una pazzia. Ma mi sono divertita a farla, lo ammetto.
E’ improvvisata al mille per mille: mi è balenata in testa tra la seconda fetta di due di pizza avanzata da ieri sera e il caffè, il mio pranzo di oggi in solitaria solitudo. Stavo cercando un videotutorial molto frivolo sul make-up senza ciglia nè sopracciglia, concentrarmi sul minore degli effetti collaterali della chemio mi aiuta a pensare meno a quelli più pesanti, che mi mettono molta più ansia. A quelli ci pensano i miei medici. Su come mi vedo “fuori” posso lavorarci io.
E niente, ho partorito questo.

Prendetela per quello che è: qualcosa che serve principalmente a me. Che poi se me ne pento, perchè potrebbe anche succedere eh, la faccio sparire con un click quando mi gira.

 

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Preparativi

Le feste sono passate, grazie al cielo. Che non hanno portato niente di buono, tranne dei bei regali ben pensati, cose da poco, ma che ci hanno fatto sorridere tutti. Ecco, non sono abituata a considerare i doni materiali come parte fondamentale delle festività natalizie, ma considerando tutto quanto è continuato ad accadere nelle scorse settimane,  (cose anche pesanti dal punto di vista emotivo, come il non potermi recare al funerale dello zio perchè a mia volta in ospedale lo stesso giorno, e la diagnosi di cancro di un altro importante membro della famiglia – fortunatamente risolvibilissimo e davvero tra i più banali, comuni e quasi innocui, ma ne avremmo fatto volentieri a meno, dato che la persona in questione è molto anziana, con tutti gli annessi e connessi), dicevo, considerando tutto a me la scatola della mia crema corpo preferita e i guanti color borgogna col polso bordato di autentico peluche grigio hanno fatto scendere una lacrimuccia di contentezza, perchè erano piccoli oggetti che desideravo.
Ho fatto fatica a fare albero e presepe. Ma li ho fatti.
Ho fatto fatica ad andare al pranzo di Natale con la famiglia. Ma ci sono andata.
Ho dovuto fare diverse rinunce.
Mi sono beccata l’influenza. Quella cattiva di quest’anno, che ti stende per due settimane tra febbroni, raffreddore, tosse, gola in fiamme, dolori alle ossa, mal di testa fisso, stomaco rivoltato.
L’ho passata al Gatto Alfa, fortunatamente immediatamente dopo, almeno (guardiamo il lato positivo) abbiamo potuto prenderci cura l’un l’altro in alternanza.
Ho finalmente smesso di usare la “gabbia”, in favore di un normale reggiseno, con tanto di raccomandazioni del plastico “senza ferretti nè push-up”. Sembrerà assurdo ma mi ci ero perfino abituata, al punto che i primi giorni di ritorno all’indumento normale mi sentivo persa. Il mio espansore è lì tranquillo, in attesa di riprendere i gonfiaggi tra una chemio e l’altra.

Non sono stata ri-operata. Avrei dovuto esserlo stata il 20 dicembre, ma ero a letto con la febbre alta. Ho rifatto le analisi preoperatorie il 29 dicembre, il giorno appunto del funerale dello zio. Ma durante le festività gli interventi programmati non vengono fatti, perciò ho atteso la chiamata dopo l’Epifania.

Ed è arrivata. Ma non dalla chirurgia, bensì da oncologia, che mi ha voluto lì il giorno dopo.
E quando chiamano da oncologia, di buono non arriva mai niente. Soprattutto quando tra telefonata e appuntamento corrono 24 ore scarse. Tant’è che ci sono andata già immaginando cosa mi sarei sentita dire.

“E’ passato troppo tempo dalla mastectomia, Mamigà. E’ pericoloso”.
“Ok dottore, partiamo”.

Il colloquio al quarto piano è durato più di un’ora tra visione dell’istologico (sant’iddio, a sentirmi spiegare cosa e quanto si era sviluppato all’interno del mio seno sinistro in pochissime settimane, a soli tre mesi dai controlli periodici completi di marzo totalmente negativi, mi si sono rizzate credo anche le sopracciglia: un triplo negativo duttulo lobulare invasivo  di oltre 5cm di diametro, con due linfonodi metastatici e margini di resezione non puliti. Pheega questa Bestia Bis. Un filo megalomane.), spiegazioni, domande, risposte, pianificazione del percorso. A seguire, eco-cuore subito giù al primo piano, due firme per i consensi, carte da ritirare.

Giovedì 25 gennaio inizio la chemioterapia.
Tra un minimo standard di 6 cicli  (quello che fece mia madre sette anni fa) e un massimo standard di 16 (quello che feci io nove mesi prima), indovinate cosa ho vinto?
Naturalmente il pacchetto completo. Che culo. Sei rosse e dieci taxolo.  Sei mesi di immersione.
Da qui a giovedì ho un colloquio a scuola con la prof di inglese, una spesa grossa di alimentari da fare, una visita cardiologica (perchè la chemio precedente mi aveva causato una cardiopatia, regredita dopo tre anni, ma c’è tutta una serie di precauzioni da prendere), un altro colloquio con l’oncologo, un taglio di capelli drastico, l’inserimento del PICC.
Ho anche preso appuntamento per il test genetico per la mutazione del BRCA. Anche di questo abbiamo parlato, e si, è ora di farlo, e in caso di positività prendere le adeguate misure. Farò il test ai primi di luglio.

Mi chiedono come sto, e non so cosa rispondere. Sono stordita, inebetita, quasi paralizzata. Faccio le cose come un automa, senza aver voglia di fare in realtà nulla. Non ho voglia di parlare, non ho voglia di scherzare, non ho voglia di sdrammatizzare, non ne ho nemmeno le forze, perchè ho come la sensazione di avere una sorta di tappo sulla parte alta dell’esofago. Avete presente quando avete un fortissimo desiderio di piangere o vomitare? Che ci si sente quel nodo sordo addosso, che incolla le labbra, rivolta lo stomaco, non fa star bene in nessun luogo e in nessuna posizione perchè qualcosa di più prepotente prende le vostre energie? Ecco, così mi sento da tre giorni. Con un bisogno enorme di sfogare e l’impossibilità fisica di farlo.
Non so se stavo meglio otto anni fa quando non sapevo ed ero costretta a prendere le cose man mano che si presentavano, o adesso che so. Mi sento spesso dire “l’hai fatto una volta, ce la farai sicuramente di nuovo”. E certo. Questo è il difficile. Sapere cosa vado a rifare, sapere di non poterla evitare se non assumendomi rischi inaccettabili, con la stessa incertezza della prima volta sul risultato finale, che è la parte più brutta che ci si porta dentro: l’ abnorme non misurabile punto di domanda di cui nessuno vuole sentir parlare, le stesse persone che su di te sdrammatizzano ma non hanno il coraggio di pronunciare la parola CANCRO e usano altri nomignoli per identificarlo, se non addirittura – si, l’ho visto fare – gesti e scongiuri, e tu te lo tieni per te e non lo dici a nessuno. Ma è lì. E fa orrore anche a te, ma non puoi far finta di non vederlo, non ti è dato di poterlo fare, perchè ce l’hai cucito addosso, fa parte delle tue suture. E la differenza di questa percezione, la seconda volta, la fanno gli ormai otto anni trascorsi, durante i quali ho visto amiche lottare e vincere o trovare compromessi accettabili, ma anche amiche e persone care in paese, dietro casa, a scuola, persone conosciute attraverso la prima malattia, lottare e morire. Non è la stessa cosa fare il bis, non in questo modo. Ve lo giuro.

Concretamente sto prendendo le misure che al tempo ho usato come rattoppi d’urgenza dell’ultimo momento: ho fatto scorta di succo di aloe, paracetamolo, gastroprotettori, alimenti salvastomaco come gallette di mais e barattoli di fette di ananas, sono andata a spanne cercando di ricordare, ma ammetto di far fatica a fare mente locale. Sto approntando la mia scorta di foulards, berretti, guanti di cotone e di lattice, mascherine, spray disinfettanti per i sanitari dei due bagni, disinfettante in gel per le mani da tenere in borsa, matite per le sopracciglia ed eyeliners, bottigliette d’acqua da tenere vicino al letto, e boh, il resto mi verrà in mente. Ah, già, mi sto concedendo di mangiare una varietà (non quantità eh!) spropositata dei cibi che mi piacciono, che tanto tra una decina di giorni per sei mesi poi qualsiasi cosa mi entrerà in bocca avrà il sapore del cartone.

Sto facendo lo sforzo di portarmi avanti per non fare poi della malattia il centro della mia vita come è accaduto otto anni fa, perchè Diosanto, nei prossimi mesi vorrei fare un sacco di cose che con la malattia non c’entrano una beata fava, e ho il terrore che la terapia, sei mesi di terapia con annessi e connessi, me lo impedisca fisicamente e psicologicamente. Perchè se succede, se succede di nuovo, crollo.

E ho tanta, tanta paura di crollare.

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Dentro e fuori, dentro e fuori…

…dalla sala operatoria.
Giovedì pomeriggio mi hanno chiamato per il ritiro dell’istologico. Sono andata in palla per ore, perchè ero convinta che me lo avrebbe consegnato l’oncologo, e invece no: ero attesa dal chirurgo senologo che mi ha operato. Mi sono fatta un milione di paranoie, perchè l’ultima volta che il senologo ha consegnato a mia madre il referto al posto dell’oncologo è stato per dirle che sarebbe tornata in sala operatoria di lì a pochi giorni per un nuovo intervento. Ne ho parlato in un gruppo, l’unico gruppo FB in tema a cui mi sono iscritta poche settimane fa (e solo e soltanto perchè le partecipanti hanno o hanno avuto il tumore al seno prima dei 45 anni, io ho le mie idee sui gruppi FB, ma non è questo il contesto in cui sciorinarle), e tutte coloro che mi hanno risposto mi hanno confermato che ora la prassi è questa: il referto lo consegna il chirurgo, in oncologia pare si passi solo in seguito, a differenza di quanto ho sperimentato sette anni fa (quando appunto la visita post intervento la feci con l’oncologo, contestualmente alla consegna del piano delle cure che mancavano da fare). Me ne sono fatta una ragione, mi sono rasserenata, e ieri mi sono recata a visita da sola.

Per sentirmi dire quello che non avrei voluto: che appunto tornerò in sala operatoria entro il 20 dicembre. Sembra che la massa tumorale fosse ancorata al derma, hanno trovato cellule maligne invisibili all’occhio troppo vicine al margine di resezione, che va quindi ampliato di qualcosa. Dei millemila linfonodi tolti, il sentinella e soltanto quello era metastatico. Il medico mi ha detto che la prognosi non cambia, non cambia nemmeno il piano terapeutico da affrontare, va solo rinviato di qualche settimana per permettere la cicatrizzazione della nuova sutura. Di positivo c’è che questo nuovo intervento avverrà in day surgery, in anestesia locale, in parziale sedazione. Ancora più positivo, e ho voluto accertarmene per i miei nervi, saranno presenti in sala operatoria assieme al chirurgo plastico del Big Hospital (che non ha la mia simpatia per un milione di ragioni che non ho ancora elencato) i due chirurghi senologi che mi stanno seguendo alternandosi, di cui a pelle ho sempre sentito di potermi fidare, e dalla infinita pazienza. Mi mettono a mio agio. E non è un aspetto trascurabile della menata.

Non avevo una Bestia Bis. Avevo (od ho?) una MER… di Bestia Bis.

Non ho paura. Sono solo avvilita per le tempistiche che si allungano, per la chemio e il riempimento dell’espansore che si rimandano, per l’aggiungersi di volta in volta di crisi d’ansia. Mi dispiace da morire il non riuscire a dedicare le energie a quello che vorrei, in queste settimane che di solito erano piene di pensieri rivolti al Natale e a tutto quello che organizzavo tra il pranzo in famiglia e i pensieri da consegnare alle persone care. Faccio di tutto per concentrarmi sull’idea che tra un anno, se tutto va come deve, riavrò la mia vita come era prima e forse meglio di prima, con i miei capelli in testa, un seno nuovo di pacca che non risentirà mai della forza di gravità col passare degli anni come il gemello, con le forze ritrovate e con la mia banale quotidianità di cui giuro che non mi lamenterò più. Mi sto quasi beando all’idea che avevo messo in preventivo di fare il Natale in sordina nel non sapere come avrei reagito alla chemio (perchè anche se l’ho già fatta, non è detto che la storia si ripeta in maniera identica), mentre ora so che riuscirò a distinguere il gusto dei tortellini da quello del panettone (dato che la chemioterapia mi aveva azzerato per mesi totalmente la percezione di qualsiasi gusto).
Magra consolazione? Forse. Ma ho bisogno di attaccarmi anche a queste cose. Ho bisogno di attaccarmi all’idea dell’albero di Natale che farò la prossima settimana con l’aiuto di mio figlio, di come lo voglio e del milione di luci e di addobbi a forma di cuore che voglio che abbia, roba che “Vaticano spostati, il mio deve vedersi fino a Lignano Beach”. E a tante altre piccolezze che mi aiutano con successo a non farmi travolgere da pensieri inutili e fuori tempo.

Ah, ho anche ricominciato finalmente a guidare per distanze superiori ai quattro km (tanto sono riuscita a fare la prima volta dopo più di un mese per andare in farmacia, qualche giorno fa). Ieri sono andata a visita da sola: dodici chilometri più dodici in scioltezza. Ho sentito solo un po’ di fastidio tra la spalla e il gomito, nella parte sotto, nel governare il volante mentre il braccio destro usava il cambio o nel fare la retromarcia (che io non so fare guardando gli specchietti, ma solo torcendo il busto). Ma per il resto non ho avuto problemi. E questa ritrovata autonomia mi ha restituito una buona dose di sicurezza e di fiducia.

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Di attese e di passettini

Stamattina mi sono occupata di casa mia. Che fino a un mese e mezzo fa era una cosa normale, ma in questi giorni è una conquista. Come cambiano le prospettive dalle quali si vedono le cose dopo i cambiamenti, eh? Ho cambiato perfino età in questi giorni, signore e signori da lunedì scorso sono una 45enne, ho modificato or ora anche la pippa sotto al mio avatar, che del fatto che invecchio si deve sapere eccome, perchè ne vado orgogliosa 😉
Mio marito oggi torna al lavoro dopo un mese di assenza, ha potuto usufruire di questo periodo di licenza straordinaria giustificato dai miei certificati medici: tra tutti i disagi che comporta il suo lavoro almeno questa possibilità esiste, e ne ha approfittato. Per fortuna, perchè la mia ripresa è più lenta di quello che pensavo. Il braccio sinistro non collabora a pieno col destro, alzare la brocca piena d’acqua a tavola è uno sforzo che ancora non riesco a fargli fare, figuriamoci alzare una pentola per fare la pasta, stirare zero, fare la spesa manco per sogno, di guidare ancora non se ne parla se non per andare a scuola a prendere il Power quando diluvia (un chilometro andare e uno tornare). Il dolore la fa ancora da padrone dopo ogni sforzo anche lieve. Però pian piano ogni giorno faccio progressi aiutata dagli esercizi assegnatimi dal fisioterapista, miglioramenti lievissimi che però noto bene, e mi fanno pensare positivo. Ogni piccola incombenza si rivela una sfida davanti alla quale non mi tiro indietro, e sto riconquistando i miei spazi e il mio lavoro in casa poco alla volta con grande gioia dei miei uomini, che mi vedono migliorare in salute ed in umore; vedono migliorare anche la qualità dei pasti in tavola, perchè lo dico forte e senza falsa modestia: la cucina della mamma cambia totalmente anche il tono con cui ci si siede a tavola. E ne vado fiera. In seguito i miei uomini si litigano l’onere del lavaggio piatti (non ho la lavastoviglie), ma li lascio fare senza nemmeno un filo di senso di colpa. Non ho la vocazione della casalinga-martire.

Sull’altro fronte ancora nessuna nuova. L’istologico non è ancora arrivato, ho chiamato oggi in dipartimento, mi hanno detto che un mese di attesa è considerato un tempo normale. Sarà. Non che abbia fretta di sedermi di nuovo in poltrona al quarto piano, non spasimo dalla gioia, ma ho questa fissa che prima si riparte e prima si finisce. Cerco anche di non pensarci più di tanto, perchè la chemio non mi spaventa, ma mi avvilisce ricordarmi come ci vivevo dentro sette anni fa, con tutte le limitazioni che impone e gli imprevisti dietro l’angolo. Si ha poco da dire che non va sempre allo stesso modo, la chemioterapia è uno schifo, da qualunque lato la si guardi. Basta pensare al principio con cui funziona, uccidere cellule maligne e sane in blocco. Come diceva mia nonna quando minacciava con la ciabatta: “chi ciapo ciapo e no vardo in muso nissuni!”. Così cerco di concentrarmi sul giorno in corso e prendere tutto quello che offre.
La scorsa settimana, martedì,  mi sono decisa a tagliare i capelli. Sono passata da un lungo “metà schiena” a un caschetto appena sotto le orecchie. Un trauma. Lo so che il capello lungo non va di moda, so anche che alla mia età invecchia, ma faccio parte di quella fetta di donne che quando si guarda allo specchio l’unica cosa che le importa è vedere qualcosa che piace a lei, e a me la mia cascata di capelli neri piaceva tanto. Erano la mia conquista. Erano i miei sette anni di rinascita, mi facevano sentire femminile, e ci ero attaccatissima, come una bambina, una bambina molto vanitosa. Mi ricordavano che era andato tutto bene, con lo stesso meccanismo con cui l’odore del sugo di pomodoro mi riporta all’immagine di mio nonno che lo preparava con una cura maniacale dopo che era andato in pensione, o il gusto dello yogurt all’albicocca mi riporta ai pochi ma vivi ricordi che ho della scuola materna (probabilmente ce lo davano spesso come merenda, chissà), e il suono delle campane alle domeniche di sole a far vasche in fondamenta dei Vetrai con la mia amica Ale (che ormai è più sposata e più mamma di me da boh, sicuramente le nozze d’argento le ha già fatte). Chiunque ho incontrato in questi giorni non ha fatto altro che complimentarsi per il nuovo taglio perchè svecchia, perchè è più moderno, perchè qui e perchè là. Non lo so se sia la verità o un lodevole tentativo di tirarmi su il morale, ma io allo specchio ora vedo solo il passaggio verso lo zero, verso “quello” zero e soprattutto ciò che porta con sè. Non con angoscia, che sia chiaro. Solo con un po’ di tristezza e di rassegnazione. Ma è un passaggio da affrontare, e non mi tirerò indietro. Ci mancherebbe altro.
Due settimane fa ho anche iniziato il gonfiaggio periodico dell’espansore. Avevo addosso ancora l’ultimo drenaggio, tolto due giorni dopo. Finora ho fatto due infusioni. Convivo con sto “coso”, non so come chiamarlo, con questo corpo estraneo a cui cerco di non far caso, ma che ad ogni movimento un po’ brusco o un po’ importante si fa sentire. Fa senso. Ieri ho fatto una ricerca su Google immagini per vedere come è fatto un espansore, perchè ok, io ho chiesto ai medici perchè sento queste differenze della parte al tatto (una parte dura e una molle del… seno? Non è un seno, è una patata, letteralmente ha la forma di una patata e l’aspetto esterno è quello di una patata smagliata, rigata e punteggiata) e loro oltre al “signora, è tutto normale” non dicono altro. Così ho cercato la faccia del mio “coso”, e l’ho trovato meno brutto di quanto pensavo. Ora mi spiego anche perchè la sensazione al tatto è quella che è, a seconda di dove metto le mani.
Già, metterci le mani. Non è stato facile la prima volta, la scorsa settimana, quando ho fatto la prima doccia. Non è facile adesso farlo due volte al giorno, quando devo mettere quei prodotti appositi sulla cicatrice e sulla pelle circostante, ed è una cosa che va fatta se non voglio trovarmi con piaghe inutili e ulteriori disagi quando il seno verrà ricostruito. Toccare quella cosa, massaggiarla con vigore nel modo in cui mi è stato spiegato dal chirurgo plastico, sentire sotto i polpastrelli una cosa che sembra gomma perchè è quasi rigida, e cosa più fastidiosa psicologicamente, totalmente insensibile. Dall’ascella allo sterno, una riga sul cuore, che trancia la cicatrice precedente, quella del quadrante del primo intervento. Quella il cui termine al centro è stato portato via assieme al capezzolo. Il mio mezzo torace letteralmente devastato. Lo faccio, e mentre lo faccio cerco di concentrarmi sull’aspetto della cura di me, del volermi bene, della temporaneità di questa situazione. In ospedale mi avevano consigliato di mettere dell’olio di mandorle sulla parte sotto e attorno alla cicatrice (perchè “sopra”, appunto, va applicato uno speciale gel inodore e incolore), solo che io odio profondamente tutti i prodotti oleosi perchè ho la pelle che tende ad ingrassarsi come il pavimento di una friggitoria, una sensazione così fastidiosa da rendermi antipatico perfino l’odore dell’olio. Così in farmacia mi sono procurata un composto elasticizzante in crema (non prima di essermi consultata col medico), me ne hanno data una con un profumo fantastico, io ogni volta che abbasso lo sguardo sento la zaffata di questo profumo nel naso (perchè è bello persistente) e  il disagio è ridotto.

Sto cercando un modo meno pesante di accettare tutto quanto. Tutto qui.
In questo mese di riposo mi sono dedicata a qualcosa che probabilmente, in tempi “normali”, non sarei riuscita a fare con tanta cura: ho preparato un po’ di pensierini natalizi. Solitamente in questo periodo dell’anno dedicavo un po’ di tempo a cercare i regalini da mandare agli affetti lontani, soprattutto a preparavo il solito paccone annuale da spedire alla fetta di famiglia rimasta a Venezia (regali di compleanno compresi, visto che in questo periodo ne cadono diversi) in cui inserivo anche i dolciumi da recapitare da parte di mia madre. Paccone che arrivava anche in direzione opposta, ovviamente. Quest’anno non posso farlo. Non ho nemmeno quella di attaccarmi ad Amazon, perchè sinceramente non ho proprio la testa per mettermi a scegliere. Però la passione l’ho messa e la sto mettendo in piccoli addobbi da regalare, e mi sto divertendo parecchio. E dirò di più: ho scoperto che usare una tecnica per me nuova di confezionare piccoli oggetti sta fungendo da anestetico. Due piccioni con una fava. Mi manca solo da acquistare le buste a bolle per le spedizioni, e poi via, sperando di far tutto prima di iniziare la chemio, che poi non so come va.
La scorsa settimana sono anche tornata a coro: partito il drenaggio, ripartita Mamiga. Sono stata riaccolta con un affetto che non mi sarei aspettata mai. Ho ricominciato letteralmente a respirare. Soprattutto perchè è il periodo dell’anno in cui si preparano le celebrazioni natalizie, io i canti di Natale li adoro, più di tutto adoro l’atmosfera che si crea quando tutte e quattro le voci intonano i canti tradizionali: mi sembra di perdermi in qualcosa di magico, fuori dal tempo, e a quel qualcosa di magico do il mio contributo, sentendomene inspiegabilmente avvolta.

Che oh, manca meno di un mese a Natale, mica secoli.

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Ricostruire

Sono a casa da circa dieci giorni.
Mi hanno dimesso dopo sette giorni di degenza, con un drenaggio, ben fasciata, ingabbiata nel mio reggiseno post-operatorio, con un seno in meno e un milione di punti di domanda in più. Cioè, non è che non abbia chiesto al chirurgo che mi ha operato quello che mi passava per la testa di chiedere, ma una volta a casa, col passare dei giorni, mi sono resa conto di quante cose non mi sono state dette. E sono cose che penso che i medici sappiano fino ad un certo punto.
La degenza è stata lunga. Più lunga di quanto mi era stato prospettato. Ma va bene così, in fin dei conti una settimana non è un mese. Ero in una stanza singola, terzo piano, senza televisore (cioè, c’era, ma mancava il telecomando, “socializzato” da un paziente che in quella stanza ha soggiornato prima di me. Si, in ospedale succede anche questo. Ma tant’è, con lo smarfono e la connessione wi-fi gratuita del Little Hospital non mi è mancato il modo di svagarmi). Le finestre davano sul parcheggio retrostante l’edificio, e sulla stradina di accesso dal lato del prontosoccorso. In lontananza, nelle poche ore di cielo sereno di quella settimana, le montagne.
Non mi è pesata la solitudine. Ed è stata tanta, tantissima. Ho ricevuto tante visite, manco a dirlo mio marito era lì due volte al giorno quasi tutti i giorni, un po’ meno spesso mio figlio, ho visto diverse amicizie, parte della famiglia, e tante, tantissime persone si sono fatte presenti via whatsapp. In pratica pur essendo sola avevo spesso la sensazione che la stanza fosse affollata. Non mi sono mai, mai sentita abbandinata un momento, fin dal mattino presto. Tenevo il telefono con la sola vibrazione accesa, ma bastava buttarci l’occhio in qualsiasi istante per sapere che qualcuno stava pensando a me. C’è sempre stato qualcuno che, sveglio evidentemente all’alba pure lui/lei, si premurava di mandarmi un “ehilà, non si sono ancora stufati di te? Dai che ti scarcerano presto!”. Mi sono sentita circondata da affetto, portata in braccio, coccolata. Persino il mio coro mi ha mandato un pensiero, anzi due: uno che si tocca (un cuore imbottito in stile shabby che ho appeso all’ingresso di casa), e un piccolissimo video di saluto collettivo girato durante una delle prove, che mi ha fatto scendere i lacrimoni. La gratitudine mi ha gonfiato il cuore.

Eppure ho apprezzato molto le ore di silenzio. Quelle ore interminabili in cui semiseduta o semisdraiata nel letto fissavo fuori dalla finestra il cielo, perchè lasciavo costantemente di giorno le veneziane alzate, spesso contando gli uccelli che passavano a dividere a metà il quadro. Quelle ore interminabili di notte, quando gli unici rumori arrivavano dalla guardiola delle infermiere diversi metri più in là, rumori ovattati. Si sa com’è un reparto di degenza durante la notte. Una notte è stata più movimentata delle altre perchè è sopraggiunta una paziente spedita dal prontosoccorso, giusto nella stanza antistante la mia. Per il resto, silenzio. E ne avevo bisogno.
In quel silenzio mi sono lasciata andare ai pensieri peggiori, al pianto soffocato trattenuto da settimane, al senso di smarrimento, alle crisi di ansia, alle domande, ai sensi di colpa. Alla preghiera. Anche a quella.
E poi pian piano alla consapevolezza che un passo è stato fatto, che in fin dei conti la Tac è andata bene altrimenti non mi avrebbero operato, che la convalescenza sarebbe stata una opportunità per mettere mano ore ed ore a un milione di progetti natalizi che solitamente gli anni scorsi dovevo ridurre per mancanza di tempo.
Mi sono guardata indietro, ho visto tutte le energie che ho sprecato in particolare in questi due ultimi anni nel soffrire amaramente per qualcosa che non merita più un’ora della mia attenzione. Mi sono data della sciocca, ma mi sono anche perdonata, perchè ci sono stati d’animo e pulsioni che non sempre si possono controllare, non sempre si scelgono, l’unica cosa è dare loro lo spazio che chiedono, finchè la loro strada non si compie. E subito dopo mi sono sentita più leggera, e ho ricominciato a fare piccoli progetti. Sarà una banalità, ma avere progetti cambia eccome il modo con cui si vive il tempo. Progetti piccoli, appunto, perchè adesso devo vedermela con la malattia, con il percorso lungo che è solo all’inizio, ma progetti. Sciocchezze. Ma che mi strappano un sorriso ogni volta che ci penso.
Il silenzio, in quella settimana, è stato come un percorso lungo un sentiero.

Ora sono a casa, appunto. Teoricamente a riposo. Praticamente trovo sempre qualcosa da fare anche da seduta, perchè sono così e basta. I cerotti legano, l’espansore preme, le ferite non sono ancora chiuse, da ieri la pelle evidentemente si sta asciugando e ad ogni movimento sento sta cosa dentro che si muove e si adatta. E’ una sensazione stranissima. Sono imbragata in questo reggiseno che non è un reggiseno, ma uno strumento di tortura diurno e notturno, che io ho sempre avuto la passione per tutto quello che è la moda dell’otttocento, ma inizio a ricredermi sul fatto che le povere donne ottocentesche fossero così liete di portare cose del genere per tutta la vita. Il drenaggio dà giù ancora molto, non credo che me ne libererò tanto presto, ma in ospedale mi hanno insegnato a cambiarlo da sola e mi hanno lasciato una piccola scorta di bussolotti nel caso perdessero il vuoto prima della medicazione successiva (vado in ambulatorio due volte a settimana), ormai sto facendo talmente amicizia con la mia borsina che penso che anche dopo tolto il tubo me la porterò dietro vuota per giorni, per forza di inerzia. Il passo successivo, dicono, è la neuro 😀
Il braccio mi dà ai nervi. I primi giorni ho fatto la fighetta e ho messo in atto la fisioterapia non nella dose consigliata, ma il triplo. “Cacchio vuoi che sia, due o tre volte per esercizio lo fanno le vecchiette che hanno paura di sentir male, mica io”. Appunto. Da tre giorni ho un dolore al nervo dall’ascella al gomito che mi impedisce di alzare il braccio tenendolo dritto. Non va su. Non risponde se non a metà. Non riesco a tenere alzato nemmeno un bicchiere pieno d’acqua o a grattarmi la testa. E sta cosa mi urta e spesso mi avvilisce. Due giorni fa una febbre alta, dolori atroci alle parti operate e una nausea da manuale mi hanno messo in crisi d’ansia, placata dal chirurgo (ferite a posto, signora) e dal mio medico di base (virus intestinale in giro, normale che le parti più deboli risentano di più, prenda questo e quello e in 48 ore starà meglio).

Durante la medicazione di martedì (oggi è giovedì) non sono stata coperta con garze bianche prima del cerotto trasparente. Mi è stato applicato solo il secondo.
Così, una volta tornata a casa, ho affrontato per la prima volta il mio corpo nuovo.
Ci avevo provato durante la prima medicazione dopo l’intervento, la dottoressa che mi medicava mi ha detto prima di togliere le fasciature che non sarebbe stato opportuno che vedessi così presto, io ho voluto fare l’eroina e con la coda dell’occhio ho visto una cosa che mi ha ribaltato l’anima. Piansi, e mi ripromisi di non guardarmi mai più. Fantasie di una appena scesa dal cavallo della morfina (che viaggiiiiiii!!!).
Insomma, mi sono guardata due giorni fa. Non è lo scempio che pensavo. Le cicatrici si stanno asciugando, c’è un cordone di punti che non si riescono nemmeno a contare.
Non ho più un seno. Ho un sacchetto informe.
Non ho più un seno, e non lo riavrò mai più. Avrò qualcosa che gli assomiglia, tra qualche tempo. Ma non riesco a dispiacermene al punto da rimpiangere quello che ho fatto. Guardo quella cosa che è adesso, e mi chiedo se non fosse stato meglio se non me lo avessero rimosso direttamente sette anni fa, invece di rattoppare. C’è che il futuro, questo futuro, non poteva prevederlo nessuno, e sono convinta che per me è stato fatto quanto di meglio si poteva fare finora. Penso a quello che c’era, alla malattia che lo ha coinvolto due volte e che per due volte mi ha stravolto l’esistenza, ma anche al tempo in cui mi ha permesso di allattare mio figlio e farlo crescere sano come un cinghialotto, e penso che alla fine questo dono grande va a compensare la sofferenza che mi sta causando. Ho avuto questa fortuna. C’è chi non potrà dirlo mai.
Non ho più un seno, ma il chirurgo che mi ha dimesso mi ha assicurato che la tac del prericovero è negativa, perciò non ho più nemmeno la malattia. Passati i fastidi e le tante limitazioni fisiche di queste settimane, rimane solo da ricostruire. Ricostruire la libertà dal cancro con la chemioterapia, ricostruire un petto che mi faccia sentire a mio agio, ricostruire la mia immagine dopo la chemio, ricostruire la vita. E ci vorrà tutta la fatica di cui sarò capace.

Ma se l’ho già fatto una volta, posso farlo di nuovo.

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