Ho mantenuto la promessa

Quasi nove anni dopo è tutto così uguale e tutto così diverso. La sala d’attesa è irriconoscibile. Comode poltroncine verdi al posto di quelle terribili sedie marroni e un tavolino con le riviste. Il banco dell’accettazione è sicuramente tutta un’altra cosa. Dall’enorme vetrata sono state staccate le lettere adesive che formavano la frase “buongiorno, amore, raggio di sole” e questo, francamente, mi dispiace. Nella sala d’attesa del reparto di ematologia del 2005, che era proprio bruttina, quella scritta stonava al contrario, nel senso che era l’unica nota cristallina in una cacofonia di lamenti. Chissà perché non ho mai chiesto chi l’avesse messa lì. Non c’è nemmeno più la scrivania con su attaccato il foglio con la scritta “vietato sedersi” dove io mi sedevo sistematicamente ogni lunedì. Non so come siano l’infermeria e il day hospital. Non ho motivo di entrarci, ora gli ematologi hanno delle stanze degne di questo nome dall’altra parte del corridoio e onestamente non so se sarei in grado di tornarci. Non so se lo vorrei mai.

Quello che non è cambiato sono le persone. Non sono cambiati i dottori. Non sono cambiate le infermiere. So dire esattamente chi ha cambiato taglio di capelli e chi la montatura degli occhiali. I pazienti non sono certo gli stessi ma somigliano a quelli che ricordo. E io? Io sono il vecchio e il nuovo. Io sono il vecchio. Sono la ragazzina con corti capelli radi sul davanti e i tacchi alti che studia linguistica seduta sul tavolo. Io sono il nuovo. Sono la donna con le ballerine che tiene le mani di sua figlia per farla camminare lì davanti alla finestra, dove c’era il tavolo. E io riesco ancora a vederlo, in trasparenza, quel vecchio. E sorrido, con tristezza ma sorrido. Forse anche con tenerezza. Perché dei luoghi e degli odori ho ancora paura. Delle persone no.

E oggi ho cercato le persone. Le ho cercate per abbracciarle e per presentare loro Claudia. E le persone hanno cercato me. Perché lì ancora tutti si ricordano di me e mi sembra incredibile, visto che sono passati molti anni e loro hanno tantissimi, troppi pazienti.  Ci sono stati tanti occhi lucidi. Tanti abbracci. E io ho mantenuto la mia promessa. Nel 2005 la mia ematologa mi estorse una promessa: portarle una foto dei miei figli quando (“se”, dicevo io) ne avrei avuti. Ho portato anche Claudia in carne e pannolino e l’ho presentata a tutti ma purtroppo la Dott.ssa A. non c’era. Le ho  lasciato la foto e una lettera.

Ma voglio credere di averle portato anche altro. Dalle sue pareti cariche di foto di foto di bambini dei suoi pazienti io presi qualcosa: la speranza di una vita normale. Una vita al di là del cancro. Oggi spero di averle restituito, con la foto di Claudia, un pezzetto di quella speranza che ho preso anni fa, una speranza che ora io spero di lasciare ad altri, mentre io uscivo di lì pronta per un nuovo progetto, per andare ancora oltre…

P.S.:I controlli, al livello prettamente ematologico, sono perfetti. Resta il forte sospetto di un’autoimmunità su cui dovrò indagare assolutamente ma senza urgenza

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Il post-post-post faccenda: tacchi e cipria.

Ultimamente dedico molto tempo alla cura del mio corpo.

Non c’è un motivo particolare. Sarà la crisi dei quarant (uno) anni, che mi vede davanti allo specchio mentre mi fisso i capelli bianchi e le prime rughe sotto agli occhi e con la testa pensare “tinta, crema contorno occhi, subito!”, con la stessa enfasi con cui si programma un pellegrinaggio ad un santuario (io lo faccio al super dei detersivi e cosmetici). E l’ora del riposo pomeridiano, che fino a un po’ di tempo fa trascorrevo col ricamo o l’uncinetto in mano e i video de “la Tata” (visti e stravisti, conosco i dialoghi a memoria) in sottofondo a tenermi compagnia, da settimane ha il sottofondo dei video di una tizia, triestina, simpatica, che tra l’altro mi assomiglia anche, che fornisce i suoi consigli sul trucco e la cura della persona.

Ma sarò scema? Sono regredita allo stato adolescenziale! Alla mia età e con una famiglia da mandare avanti!Ma è normale?

E poi, mi chiedo, con tutto quello che ho passato, non dovrei avere altro per la testa? Che tutti mi dicono “eh, dopo il cancro capisci il vero peso delle cose, capisci che sono davvero poco le cose per cui sbattersi, comprendi che la salute è tutto e quando hai riguadagnato la tua vita tutto il resto è aria fritta”.

BALLE.

Dopo il cancro sono tra le tante fortunate che ha trovato la vita e non la morte. A 37 (trentasette!) anni ho vissuto l’inferno della chemio, dell’intervento e della radio che mi hanno sfigurato togliendomi, quanto alle sole cose visibili dal di fuori, i capelli in cambio di venti chili in più. Ne sono uscita, ho ristabilito gli equilibri (visibili) tra capelli (e che capelli! Mai avuti capelli così belli in vita mia come nel dopo-chemio, li sto lasciando crescere luuuuuuuunghi, per recuperare) e chili, tutto il resto è storia. E poi? Perchè devo essere agli occhi degli altri e ai miei “quella che ha avuto il cancro” vita natural durante? Come se non bastassero le mie cicatrici a ricordarmelo ogni volta che faccio la doccia. Come se non bastassero il mio cardias che fa il lavativo, il cuore ballerino, i tatuaggi della radioterapia sul petto e sui fianchi, gli sbalzi d’umore e le vampate di un periodo che fisiologicamente avrei dovuto passare tra dieci anni od oltre, a ricordarmi ogni giorno “hai-avuto-il-tumore-al-seno”. Ma devo portarlo scritto in viso a tutti i costi? No, non voglio e non lo farò.

Uscita dal tunnel, l’unica cosa che ho desiderato davvero, dal profondo del cuore, è stato riappropriarmi della mia vita. Lo scrissi anche, al tempo. Riavere la vita di una quarantenne normale. Senza ciclo mestruale, tranciata la possibilità di avere un altro figlio come speravo e desideravamo tanto (ma è un altro discorso, e lungo), ma per il resto delle cose… normale. E a quarant’anni spero che sia normale anche iniziare a guardarsi allo specchio e piacersi, ma desiderare di piacersi ancora di più, perchè il tempo fa comunque il suo lavoro.

E poi ammettiamolo va là, giocare coi trucchi mi è sempre piaciuto un fracco fin da adolescente, quando compravo il Dolly (qualcuna si ricorda il Dolly? Un giornalino, un mito), c’era in regalo la matitina per occhi o il lucidalabbra di turno e pasticciavo allo specchio con una mia cugina coetanea sentendoci pheeghe ma in realtà dipingendoci da far ridere i polli. Di nascosto alla mamma, chiaro. Ad oggi c’è la gioia di una che si è potuta permettere un giocattolo desideratissimo, quando scopre al super di cui sopra una cipria trasparente in polvere libera nello scaffale delle creme per il viso (anzichè in quello del make-up) a soli sei neuri e qualcosa, per curiosità Googola, scopre che è la migliore sul commercio nonostante sia difficile recuperarla perchè di una marca vecchissima e ormai fuori moda, va ad acquistarla (sprecona!), la prova e le sembra di concedersi una coccola che neanche il Fimble elettronico che mettevo nella culla del Power per farlo addormentare era così dolce e melenso.

Oggi mi trucco un filo ogni mattina anche se non devo uscire, perchè ho letto da qualche parte che se fare la casalinga è il tuo lavoro, la mattina devi prepararti come se andassi al lavoro. Dunque, tra una passata di aspirapolvere, una di straccio e lo scarico della biancheria dalla lavatrice, quando incrocio uno specchio o una vetrina muovendomi per casa voglio vederci riflesso qualcosa di piacevole, non un carciofo con gli occhi da pesce lesso che all’una ha la faccia di chi si è appena alzata dal letto. E ancora, mai soddisfatta, mi scopro indugiare davanti allo specchio per un tempo interminabile prima di decidere di infilarmi le scarpe ed uscire. E sforzarmi di abituarmi di nuovo a portare i tacchi come anni fa, prima che l’artrite mi rovinasse i piedi: venti chili in meno che pesano sui piedi mi permettono di rientrare nelle mie scarpe quelle-belle-che-veneravo, un po’ di sforzo per riadattare la loro forma alle mie nuove zattere e qualche cerottino e la mia autostima ne guadagna. Sono malata. Od ho solo quarant (uno) anni.

Poi una mattina, mentre prendo il caffè delle dieci e mezzo col Gatto Alfa che è ancora a casa in infortunio (proprio come la pausa caffè di chi lavora fuori), ricevo il più bel complimento che le mie orecchie abbiano mai udito. “Tu non sarai mai una sventola, di quelle che fanno girare gli uomini quando passano per strada. Non lo sei, puoi sforzarti quanto vuoi di essere sexy come quando avevi vent’anni, ma sei cambiata. Sei una donna solida. S-O-L-I-D-A. Su di te si può contare, sei una bella quarantenne ma non sei frivola. Sei una donna con gli attributi”.

Cioè… io? Solida? Sicuro?Scusa Mamigà, ma è molto, molto meglio di Sventola. Una Solida con eyliner, mascara, tacchi e cipria.

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La felicità del corpo

Eccomi qua, a casetta dopo tre giorni e mezzo di ospedale (sabato e domenica inutilmente inclusi) per fare il tanto agognato intervento di lipofilling più sbrigliamento della cicatrice.
Anche se sono ancora incerottata e inguainata in un paio di pants elastici fin sopra la vita per evitare la formazione di bozzi nei punti di prelievo del grasso, contemplo emozionata e felice il mio seno quadrantectomizzato quattordici anni e mezzo fa. Mi sembra già non più scavato e molto simile all’altro, anche se il chirurgo mi aveva avvisata che dopo il primo intervento difficilmente si sarebbero avuti grandi risultati. Invece lui stesso, dopo, mi ha detto che era andata proprio bene. E che già si vedeva. È proprio così. Si vede.
Sabato e domenica circolavo per l’ospedale in tuta, più fuori che dentro, soprattutto quando sono venuti a trovarmi Sten e Lula.

 

La mia stanza al quinto piano aveva tre finestre e parte della vista sulla campagna di Roma nord con il monte Soratte sullo sfondo. Due letti, bagno in camera, televisione a pagamento con cuffie. Niente male, visto che sto parlando di un ospedale pubblico, universitario, italiano… Alla fine del primo giorno, mi sono resa conto di conoscere la mia compagna di stanza, provata da un’operazione ben più impegnativa e delicata della mia. È stato triste ritrovarci in quella circostanza per lei così difficile, ma sono stata felice di averla potuta aiutare, e di aver conosciuto la sua famiglia meravigliosa e premurosa.
Mi sentivo una privilegiata, rispetto alle altre ricoverate, quasi tutte all’inizio del percorso di malattia, o da pochissimo concluso. Il mio lipofilling per pareggiare i conti tra i due seni, quello sano e quello operato, in fondo è stata quasi una passeggiata.
Ma è straordinario quello che viene fatto dai chirurghi plastici, lavorando insieme agli oncologici, per ridurre al minimo il trauma della mutilazione, più o meno consistente, che sempre si aggiunge a quello della scoperta di avere il cancro.
Immagino come mi sarei sentita meglio, in tutti questi anni, se mi fosse stato restituito subito un pezzo del mio corpo.
Ci sono voluti quindici anni, e ancora ci sarà da fare. Ma sono già felice, soprattutto perché è tutta roba mia quella che è stata impiantata e che ora deve attecchire.
Il mio corpo ha aiutato se stesso, insieme alle mani preziose dei chirurghi, che il giorno prima di operarmi però mi hanno consigliato di andare a mangiare da McDonald e mettere su un po’ più di ciccia per il prossimo intervento  ;-).

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Ciao Port

wolkiL’ho tolto. Mercoledì ho tolto il mio port.

All’ultimo controllo ho chiesto all’oncologo il suo parere sulla possibilità di rimuoverlo e dopo un breve silenzio ha sorriso e ha detto che in effetti poteva esser un bene toglierlo .

È stato un compagno fedele per 30 mesi, ma ora l’ho salutato. Temevo l’addio, temevo le complicanze, temevo di provar dolore. E invece è filato tutto liscio, non ho sentito nulla e in dieci minuti tutto è finito.

“Facciamo un bel lavoro che la signora di tagli ne ha già avuti abbastanza”. E senza volere, senza rendermene conto mi sono trovata con gli occhi tutti lucidi.

Non ho idea di quanto possa pesare un port, poco presumo, ma il senso di leggerezza che provo ora è enorme!

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La polvere e la iena

C’è una stanza, nella mia mente, che tengo chiusa a doppia mandata e dove custodisco polvere e dolore. C’è tanta polvere, ho spolverato un paio di volte, ho pianto una settimana e non ci entro più a meno che non sia strettamente necessario. E’una stanza dove la polvere stringe la gola. Dove entrando si sente ridere una iena che ho cresciuto nel mio petto. Dove posso solo accucciarmi in un angolo con la testa tra le mani. Una stanza dove ci sono immagini. Le mani sanguinanti e spaccate a furia di grattarle contro la spalliera del letto. Linee scure che ho sui fianchi, sulle spalle: graffi che mi sono fatta da sola con gli artigli della iena per fermare il sangue che prudeva sotto la pelle. I piedi massacrati dalla spazzola che non riuscivano a calzare scarpe. Fondotinta per coprire i graffi e tanta vergogna. Umiliazione ed abbandono. Non sono pazza, dottore, mamma, io ho un problema. Ascoltatemi. Tosse, tosse, tosse, da rimanere senza fiato. Tosse che ti soffoca nel sonno, che ti manda in apnea.  Non sono matta, lo giuro. Sudore. Sudore all’improvviso. Gocce che cadono dalla fronte sugli occhi, reni zuppi, Sudore, sudore, sudore, sentirsi sudare anche sotto la doccia. Il sudore del linfoma preferisce la notte. Sdraiata sul pavimento a sudare. Lo senti arrivare all’improvviso, inizi a sentirlo arrivare da lontano e senza nemmeno il tempo di dire “oh, no!”, sgorga da ogni poro. La notte è il momento peggiore per sudare.

Da alcune notti ho ricominciato a svegliarmi in un bagno di sudore. E il pensiero è tornato lì. Al 2005. Eppure, le analisi le ho fatte da poco ed erano in ordine. Non è possibile che nell’arco di sei mesi si sia passati da analisi perfette alle sudorazioni notturne, paranoica. Rifletti, sii razionale. Usa il cervello, idiota. E’mezzanotte e fuori fanno 13°. Tu dormi sotto il piumone pesante perché Maschio Alfa si rifiuta passare alla coperta e di mettere un pigiama. Direi che se sudi è perché, a primavera inoltrata, dormi con un piumone che nemmeno a Cortina a dicembre. Però la tua mente è volata lì, subito, prima di qualsiasi altro pensiero razionale. Tu che sei sempre così lucida fai questi pensieri. Perché?

Tempo fa ho conosciuto un aquilano che ha vissuto il terremoto del 2009. Mi ha raccontato che, ad oggi, se vede un lampadario dondolare lui pensa subito al terremoto. Non gli viene il dubbio che magari ci siano due finestre aperte e la corrente d’aria faccia dondolare il lampadario.

Pare che sia così anche per me. Non importa quanto io ritenga di aver superato tutto. A volte ritornano, diceva Stephen King. Facciamoci una risata e togliamo quel cavolo di piumone. E’giorno e devo andare a giocare. Mia figlia deve rimanere lontana da quella stanza.

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Due è meglio che one

Il chirurgo plastico oggi ha esaminato la mia tetta operata e ha dichiarato che il mio è il caso ideale per intervenire con il lipofilling (in sostanza togliere grasso dove ce n’è abbastanza, trattarlo e iniettarlo nel seno, per colmare il volume mancante). E il risultato sarà eccellente, ha aggiunto. E non mi lascerà segni. In sostanza riavrò il quadrante perduto quattordici anni fa, e questo mi sembra meraviglioso. Sono stata euforica per tutto il giorno, anche se è stato fatto solo il primo passo. Perché serve una valutazione complessiva da parte dell’oncologo (ma Zeta verbalmente mi ha già dato la sua autorizzazione) e non me la caverò con un solo intervento, ma forse tre, per permettere alle cellule staminali di attecchire e realizzare il risultato migliore. Perché io voglio il risultato migliore, non per vanità, per un capriccio frivolo, ma perché rivoglio quello che il cancro mi ha tolto, visto che ora è possibile farlo, rivoglio quella parte così importante, bella e sexy di me. Non voglio più accontentarmi e considerare inevitabile tutto ciò che invece è evitabilissimo. Sono entrata in una fase di desideri e pulsioni vitali, sto ricominciando a sentirmi come credevo di non poter essere mai più.

E invece mai dire mai

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Care ragazze di Hodgkin, voi che siete ora come io ero anni fa, ventenni e “cancrenti” ultimamente penso a voi. Forse perché ultimamente mi state scrivendo in tante, molte più del solito, tanto che sto facendo fatica a rispondere a tutte. State sicure che risponderò singolarmente a tutte, ma mi ci vorrà un po’di tempo. Intanto, però, vi lascio una lettera collettiva, un pensiero per tutte voi. Penso a voi perché a volte faccio fatica a realizzare quanto fossi giovane quando mi sono ammalata. Però mi rendo conto di quanto siete giovani voi che mi scrivete e magari avete 18-20 anni, perché Hodgkin è così, le preferisce giovani. E’strano, se penso a me e al fatto che mi sono ammalata a 21 anni, mi dico “oh, sì, ero giovane”. Quando leggo le vostre mail e le vostre storie, invece, il mio primo pensiero è “oddio, no, così piccina!”. In molti diranno a voi quello che così spesso mi sono sentita dire io. “Accidenti, che guaio, così giovane. Io, almeno, ho 40/50/60 anni, ho avuto modo di crescere spensierata, di vivere la mia giovane età, di gettare le basi. Ora la mia vita, per quanto incasinata, è bella che avviata”. Non sono d’accordo. O meglio, per certi aspetti è proprio così, ma per altri non è esatto. Care ragazze di Hodgkin, sono sincera: io ho smesso di sentirmi giovane nel 2005, quando ho visto la prima barella coperta da un lenzuolo. Sotto quel lenzuolo c’era qualcuno che vent’anni aveva smesso di averli per davvero. Lì per me è cambiato tanto. io e la mia carta di identità abbiamo preso strade diverse in quel momento. Avevo il sentore della diagnosi. Stavo facendo il prelievo. Mamma era fuori dalla porta della medicheria e stava cercando di chiudere la porta perché aveva visto che stava per passare la barella e non voleva che io vedessi. Ma l’ho vista. E sono svenuta in medicheria. Da quel giorno, anche se ho vissuto i mesi della chemio con grande ottimismo e serena introspezione (perché con la malattia ho vissuto più serenamente che con tanti altri aspetti della mia vita), io ho smesso di essere giovane. Da quel giorno è iniziato il divario tra me e i miei coetanei. Un divario che si è allargato per molto, molto tempo. Anche perché m’ha pure detto sfiga, diciamocelo. Appena il tempo di finire la chemio, e mamma ha iniziato ad entrare ed uscire dagli ospedali, per poi entrarne e basta. Gli occhi gialli, la pancia enorme, le allucinazioni, i momenti in cui non ci riconosceva, i conflitti che non si sono risolti, le parole che speravo di sentire e che non ha voluto dire e tutto il resto. Altroché se c’era da invecchiare. Forse anche voi vi sentite vecchie, anche se siete delle pischelle, come si dice dalle mie parti. Anzi, lo so che vi sentite vecchie, perché me lo dite spesso. E mi chiedete spesso quando tornerete come prima. Non ci si torna, stelline. Mai più. Sarete persone diverse e questo lo capirete presto. Vedete, ragazze di Hodgkin, è vero che io ho perso quelli che tutti dicono essere gli anni migliori della vita. Li state perdendo anche voi, probabilmente. La spensieratezza senza esitazioni, la fiducia cieca in futuro che non può che essere eterno, la ferma convinzione nella propria immortalità non esisteranno più. Mai più. Basta. Ma c’è un ma. Anzi, ce ne sono tanti… Io, in un certo senso, sono molto grata di essermi ammalata giovane. Perché? Perché ho 30 anni e mi amo alla follia. Sono una persona che si ama completamente, con tutte le sue pecche, la sua pigrizia, la sua incostanza, quella che per molti versi è una mancanza di indipendenza e tutto il resto. Con tutto questo io mi amo. Mi amo perché sono una persona serena e che non prova né rabbia, né rancore per la malattia. Nonostante tutto. Non smetterò mai di ripeterlo: siamo il frutto delle nostre esperienze, dolorose e felici che siano, e se io mi amo è anche grazie alla malattia. Se non avessi avuto il cancro sarei potuta diventare una stronza arrogante. Ero una ventenne asociale, furiosa ma troppo remissiva per imporre il suo pensiero, no, ho sbagliato, non lo avevo nemmeno un pensiero perché i pensieri nascono come fragili bolle di sapone e se queste bolle vengono fatte scoppiare dall’insoddisfazione e dalla rabbia non si possono sviluppare in solide sfere di vetro. Tutto il mio tempo e le mie energie erano riversate nel tentare di avere l’approvazione dei miei genitori. Ogni trenta che prendevo all’università aveva un significato ambivalente. Da una parte era fonte di enorme soddisfazione perché amavo quello che studiavo e mi piaceva ottenere quei risultati senza sforzo. Dall’altra parte, però, c’era l’inutile e stupido senso di trionfo derivante dal poter andare dai miei e sbattergli in faccia il mio successo accademico del momento nonostante loro non erano nemmeno d’accordo che io ci andassi, all’università. Nonostante dovessi pagarmi retta e libri da sola, fino all’ultimo centesimo. Ammalarmi a vent’anni mi ha aiutata ad uscire da questo loop che, vi garantisco, mi ha avvelenato corpo e anima più della bleomicina. L’unica approvazione che ho iniziato a cercare era la mia. Ho iniziato a guardarmi dentro e intorno. E ho smesso gradualmente di provare rabbia e rancore. Anzi, rispetto ad alcune faccende li provo ancora perché mi urtano le situazioni che non si risolvono ma non sono sentimenti che prendono il sopravvento come un tempo, e non si tratta di una questione di tempo che passa e lenisce il dolore.  Non so se ci sarei riuscita lo stesso, senza malattia. Ragazze di Hodgkin, ammalarsi giovani ha un vantaggio (un lato buono dobbiamo trovarlo per forza): passerete la maggior parte della vita con consapevolezze che, se le analizzate per bene, se imparate a conviverci e se smettete di provare rabbia, vi renderanno persone migliori.  Non vi nascondo che le pagherete a carissimo prezzo. Ma sarete comunque a credito. La maggior parte di voi che incontrate Hodgkin e poi passate da qui, siete più piccole di me. Spesso anche di una decina d’anni, avete grosso modo l’età che avevo io. Mi chiedete quando tornerà tutto come prima, perché magari non vi sentite troppo giù, ma comunque, giustamente, volete tornare ad essere come prima. Non accadrà. Sarete persone diverse, e non è assolutamente detto che sarà un male, tutt’altro. Ho raccontato tante volte di quanto mi sembrasse tutto cupo, dopo la malattia. Di come credevo che non ci sarebbe stato un futuro, di quanto fossi certa che non puoi avere il cancro a vent’anni e poi sperare che la vita ti vada liscia come quella di tutti i tuoi coetanei. E’per questo che sorrido quando leggo le vostre mail, perché so bene cosa intendete. Anche a me sembrava tutto perduto. Eppure, sapete cosa? Ho trent’anni e sono serena. Ho un Maschio Alfa che non è perfetto, ma che è l’unica persona che vorrei mai avere accanto. D’altra parte, anche Maschio Alfa ha me che non sono perfetta (mi manca solo un pelo di umiltà, per esserlo!) eppure gli vado bene così come sono. Ho scoperto, ora che son “vecchia” per queste scoperte, com’è avere una donna più grande di te che ti coccola e cerca di aiutarti, perché sono stata così fortunata da avere Sooocera, che per me ha fatto molto più di qualsiasi altra persona. Ho una bambina perfetta, perfetta proprio come tutti i bimbi. Ho la vita che pensavo non avrei mai avuto solo perché mi sono ammalata giovane e pensavo che niente sarebbe più stato lo stesso. Tenete duro, ragazze di Hodgkin. Non dategliela vinta. Fatelo secco, il bastardo, poi prendetevi del tempo per voi. Con lentezza. Per imparare a conoscere la nuova persona che sarete e riappropriatevi della fiducia nel futuro, perché potrebbe essere un gran bel futuro. Come il futuro di tutti, però, è importante anche lavorarci…e voi gli strumenti li avete tutti. Presto, vi auguro, care ragazze di Hodgkin, di poter dire quelle due parole meravigliose che io ho messo a chiusura del mio libro: pace fatta. Il post originale è qui

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