Ciao, Gabriele

Volevi consegnare alla morte una goccia di splendore
hai regalato al mondo torrenti di simpatia
fiumi di sorrisi
un lago di fede
un mare di saggezza
un oceano d’amore.

Ciao, gigante buono.
Grazie per aver camminato al nostro fianco.

Gabriele4

 

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Ho mantenuto la promessa

Quasi nove anni dopo è tutto così uguale e tutto così diverso. La sala d’attesa è irriconoscibile. Comode poltroncine verdi al posto di quelle terribili sedie marroni e un tavolino con le riviste. Il banco dell’accettazione è sicuramente tutta un’altra cosa. Dall’enorme vetrata sono state staccate le lettere adesive che formavano la frase “buongiorno, amore, raggio di sole” e questo, francamente, mi dispiace. Nella sala d’attesa del reparto di ematologia del 2005, che era proprio bruttina, quella scritta stonava al contrario, nel senso che era l’unica nota cristallina in una cacofonia di lamenti. Chissà perché non ho mai chiesto chi l’avesse messa lì. Non c’è nemmeno più la scrivania con su attaccato il foglio con la scritta “vietato sedersi” dove io mi sedevo sistematicamente ogni lunedì. Non so come siano l’infermeria e il day hospital. Non ho motivo di entrarci, ora gli ematologi hanno delle stanze degne di questo nome dall’altra parte del corridoio e onestamente non so se sarei in grado di tornarci. Non so se lo vorrei mai.

Quello che non è cambiato sono le persone. Non sono cambiati i dottori. Non sono cambiate le infermiere. So dire esattamente chi ha cambiato taglio di capelli e chi la montatura degli occhiali. I pazienti non sono certo gli stessi ma somigliano a quelli che ricordo. E io? Io sono il vecchio e il nuovo. Io sono il vecchio. Sono la ragazzina con corti capelli radi sul davanti e i tacchi alti che studia linguistica seduta sul tavolo. Io sono il nuovo. Sono la donna con le ballerine che tiene le mani di sua figlia per farla camminare lì davanti alla finestra, dove c’era il tavolo. E io riesco ancora a vederlo, in trasparenza, quel vecchio. E sorrido, con tristezza ma sorrido. Forse anche con tenerezza. Perché dei luoghi e degli odori ho ancora paura. Delle persone no.

E oggi ho cercato le persone. Le ho cercate per abbracciarle e per presentare loro Claudia. E le persone hanno cercato me. Perché lì ancora tutti si ricordano di me e mi sembra incredibile, visto che sono passati molti anni e loro hanno tantissimi, troppi pazienti.  Ci sono stati tanti occhi lucidi. Tanti abbracci. E io ho mantenuto la mia promessa. Nel 2005 la mia ematologa mi estorse una promessa: portarle una foto dei miei figli quando (“se”, dicevo io) ne avrei avuti. Ho portato anche Claudia in carne e pannolino e l’ho presentata a tutti ma purtroppo la Dott.ssa A. non c’era. Le ho  lasciato la foto e una lettera.

Ma voglio credere di averle portato anche altro. Dalle sue pareti cariche di foto di foto di bambini dei suoi pazienti io presi qualcosa: la speranza di una vita normale. Una vita al di là del cancro. Oggi spero di averle restituito, con la foto di Claudia, un pezzetto di quella speranza che ho preso anni fa, una speranza che ora io spero di lasciare ad altri, mentre io uscivo di lì pronta per un nuovo progetto, per andare ancora oltre…

P.S.:I controlli, al livello prettamente ematologico, sono perfetti. Resta il forte sospetto di un’autoimmunità su cui dovrò indagare assolutamente ma senza urgenza

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più o meno Kojak

e infine è arrivato il giorno in cui ho chiesto a mio fratello di passare da casa con la macchinetta per tagliare i capelli…

in verità ci pensavo già da un paio di settimane: i pochi capelli che hanno resistito alla mega caduta da “taxolo” (uno dei due elementi che compongono la chemio terapia e che è il colpevole di tutto, a sentire i medici: hai un sintomo? è il taxolo! bastardo che non è altro!!!) stavano sulla testa tutti indimiditi… secchini, senza vita… li guardavi e almeno 10 cadevano dalla paura. ne trovavo sempre tanti nel cuscino, nella bandana… ovunque…

meglio fare piazza pulita, rasatura a zero e via. tanto finché faccio le terapie non c’è rimedio… almeno così se continueranno a cadere non avrò tutta questa moria attorno.

devo dire che prima di iniziare pensavo che l’avrei presa molto male la storia della caduta dei capelli.
invece, a parte il comprensibile shock del giorno in cui passandomi la mano sulla testa me la sono vista venire via piena piena di ciocche… una volta tagliati più corti (3-4 cm circa di lunghezza) la cosa non mi ha dato fastidio più di tanto.

quando sono diventati impresentabili, ci ho messo sopra una bandana.

di bandane ora ne ho di tutti i colori o quasi e la mattina mi tocca pensare a come mi vestirò per scegliere la bandana da abbinare… una novità, io quasi mi vestirei con la prima cosa che spunta dall’armadio senza farmi tante domande… ora ci devo pure prestare attenzione… ma pensa te!

sabato dunque mio fratello è arrivato “armato” di macchinetta. lui, come poi l’altro fratello, è un esperto, causa calvizie incipiente da anni si tiene i capelli alla lunghezza massima di 3 mm… la macchinetta l’ha puntata si e no all’altezza di 1mm…

si è messo lì a gironzolare con il macchinetto sulla mia testa tutto… soddisfatto… “ah, finalmente sei una di noi anche tu! era ora!!!”
“si fratello, ma ricordati che a me ricresceranno!!!!”

che sensazione strana vedermi con tutta la testa rasata! tonda come una palla da bowling… mio padre mi vede mentre passa da casa mia per portarmi su l’acqua da bere ed esclama “se penso che quando sei nata avevi la testa a pera! fa effetto vederti così tonda!”…
alla nascita  mi hanno tirata fuori con la ventosa… la testa a pera era un’inevitabile conseguenza… ma questo era quasi 44 anni fa… nel frattempo si è tondizzata benissimo.

domenica ho mostrato il mio nuovo look all’altro fratello “ma!!! la sua macchinetta taglia così corti??? la voglio anche io!!!” e la moglie “no no! non sei così calvo da doverteli tenere così corti!”

insomma… faccio tendenza, ma pensa te!

io continuo a passarmi la mano sulla testa per sentire i pochi spuntoni irti che crescono lassù… sensazione “grattugia”.

finché farò le terapie crescerà robetta così: scarsa, secca, irta… che magari morirà alla prossima terapia.

e come si sente l’aria!! mai sentita così tanta aria girare attorno al mio cervello! ma il cervello è impassibile: rimane discretamente lesso e non reagisce a questa nuova ossigenazione. non ha tantissima voglia di fare di questi tempi… povero lui, ha le sue valide ragioni!!! dai, finirà… poi ci riprendiamo la rivincita su tutto!!!!

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Il post-post-post faccenda: tacchi e cipria.

Ultimamente dedico molto tempo alla cura del mio corpo.

Non c’è un motivo particolare. Sarà la crisi dei quarant (uno) anni, che mi vede davanti allo specchio mentre mi fisso i capelli bianchi e le prime rughe sotto agli occhi e con la testa pensare “tinta, crema contorno occhi, subito!”, con la stessa enfasi con cui si programma un pellegrinaggio ad un santuario (io lo faccio al super dei detersivi e cosmetici). E l’ora del riposo pomeridiano, che fino a un po’ di tempo fa trascorrevo col ricamo o l’uncinetto in mano e i video de “la Tata” (visti e stravisti, conosco i dialoghi a memoria) in sottofondo a tenermi compagnia, da settimane ha il sottofondo dei video di una tizia, triestina, simpatica, che tra l’altro mi assomiglia anche, che fornisce i suoi consigli sul trucco e la cura della persona.

Ma sarò scema? Sono regredita allo stato adolescenziale! Alla mia età e con una famiglia da mandare avanti!Ma è normale?

E poi, mi chiedo, con tutto quello che ho passato, non dovrei avere altro per la testa? Che tutti mi dicono “eh, dopo il cancro capisci il vero peso delle cose, capisci che sono davvero poco le cose per cui sbattersi, comprendi che la salute è tutto e quando hai riguadagnato la tua vita tutto il resto è aria fritta”.

BALLE.

Dopo il cancro sono tra le tante fortunate che ha trovato la vita e non la morte. A 37 (trentasette!) anni ho vissuto l’inferno della chemio, dell’intervento e della radio che mi hanno sfigurato togliendomi, quanto alle sole cose visibili dal di fuori, i capelli in cambio di venti chili in più. Ne sono uscita, ho ristabilito gli equilibri (visibili) tra capelli (e che capelli! Mai avuti capelli così belli in vita mia come nel dopo-chemio, li sto lasciando crescere luuuuuuuunghi, per recuperare) e chili, tutto il resto è storia. E poi? Perchè devo essere agli occhi degli altri e ai miei “quella che ha avuto il cancro” vita natural durante? Come se non bastassero le mie cicatrici a ricordarmelo ogni volta che faccio la doccia. Come se non bastassero il mio cardias che fa il lavativo, il cuore ballerino, i tatuaggi della radioterapia sul petto e sui fianchi, gli sbalzi d’umore e le vampate di un periodo che fisiologicamente avrei dovuto passare tra dieci anni od oltre, a ricordarmi ogni giorno “hai-avuto-il-tumore-al-seno”. Ma devo portarlo scritto in viso a tutti i costi? No, non voglio e non lo farò.

Uscita dal tunnel, l’unica cosa che ho desiderato davvero, dal profondo del cuore, è stato riappropriarmi della mia vita. Lo scrissi anche, al tempo. Riavere la vita di una quarantenne normale. Senza ciclo mestruale, tranciata la possibilità di avere un altro figlio come speravo e desideravamo tanto (ma è un altro discorso, e lungo), ma per il resto delle cose… normale. E a quarant’anni spero che sia normale anche iniziare a guardarsi allo specchio e piacersi, ma desiderare di piacersi ancora di più, perchè il tempo fa comunque il suo lavoro.

E poi ammettiamolo va là, giocare coi trucchi mi è sempre piaciuto un fracco fin da adolescente, quando compravo il Dolly (qualcuna si ricorda il Dolly? Un giornalino, un mito), c’era in regalo la matitina per occhi o il lucidalabbra di turno e pasticciavo allo specchio con una mia cugina coetanea sentendoci pheeghe ma in realtà dipingendoci da far ridere i polli. Di nascosto alla mamma, chiaro. Ad oggi c’è la gioia di una che si è potuta permettere un giocattolo desideratissimo, quando scopre al super di cui sopra una cipria trasparente in polvere libera nello scaffale delle creme per il viso (anzichè in quello del make-up) a soli sei neuri e qualcosa, per curiosità Googola, scopre che è la migliore sul commercio nonostante sia difficile recuperarla perchè di una marca vecchissima e ormai fuori moda, va ad acquistarla (sprecona!), la prova e le sembra di concedersi una coccola che neanche il Fimble elettronico che mettevo nella culla del Power per farlo addormentare era così dolce e melenso.

Oggi mi trucco un filo ogni mattina anche se non devo uscire, perchè ho letto da qualche parte che se fare la casalinga è il tuo lavoro, la mattina devi prepararti come se andassi al lavoro. Dunque, tra una passata di aspirapolvere, una di straccio e lo scarico della biancheria dalla lavatrice, quando incrocio uno specchio o una vetrina muovendomi per casa voglio vederci riflesso qualcosa di piacevole, non un carciofo con gli occhi da pesce lesso che all’una ha la faccia di chi si è appena alzata dal letto. E ancora, mai soddisfatta, mi scopro indugiare davanti allo specchio per un tempo interminabile prima di decidere di infilarmi le scarpe ed uscire. E sforzarmi di abituarmi di nuovo a portare i tacchi come anni fa, prima che l’artrite mi rovinasse i piedi: venti chili in meno che pesano sui piedi mi permettono di rientrare nelle mie scarpe quelle-belle-che-veneravo, un po’ di sforzo per riadattare la loro forma alle mie nuove zattere e qualche cerottino e la mia autostima ne guadagna. Sono malata. Od ho solo quarant (uno) anni.

Poi una mattina, mentre prendo il caffè delle dieci e mezzo col Gatto Alfa che è ancora a casa in infortunio (proprio come la pausa caffè di chi lavora fuori), ricevo il più bel complimento che le mie orecchie abbiano mai udito. “Tu non sarai mai una sventola, di quelle che fanno girare gli uomini quando passano per strada. Non lo sei, puoi sforzarti quanto vuoi di essere sexy come quando avevi vent’anni, ma sei cambiata. Sei una donna solida. S-O-L-I-D-A. Su di te si può contare, sei una bella quarantenne ma non sei frivola. Sei una donna con gli attributi”.

Cioè… io? Solida? Sicuro?Scusa Mamigà, ma è molto, molto meglio di Sventola. Una Solida con eyliner, mascara, tacchi e cipria.

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La felicità del corpo

Eccomi qua, a casetta dopo tre giorni e mezzo di ospedale (sabato e domenica inutilmente inclusi) per fare il tanto agognato intervento di lipofilling più sbrigliamento della cicatrice.
Anche se sono ancora incerottata e inguainata in un paio di pants elastici fin sopra la vita per evitare la formazione di bozzi nei punti di prelievo del grasso, contemplo emozionata e felice il mio seno quadrantectomizzato quattordici anni e mezzo fa. Mi sembra già non più scavato e molto simile all’altro, anche se il chirurgo mi aveva avvisata che dopo il primo intervento difficilmente si sarebbero avuti grandi risultati. Invece lui stesso, dopo, mi ha detto che era andata proprio bene. E che già si vedeva. È proprio così. Si vede.
Sabato e domenica circolavo per l’ospedale in tuta, più fuori che dentro, soprattutto quando sono venuti a trovarmi Sten e Lula.

 

La mia stanza al quinto piano aveva tre finestre e parte della vista sulla campagna di Roma nord con il monte Soratte sullo sfondo. Due letti, bagno in camera, televisione a pagamento con cuffie. Niente male, visto che sto parlando di un ospedale pubblico, universitario, italiano… Alla fine del primo giorno, mi sono resa conto di conoscere la mia compagna di stanza, provata da un’operazione ben più impegnativa e delicata della mia. È stato triste ritrovarci in quella circostanza per lei così difficile, ma sono stata felice di averla potuta aiutare, e di aver conosciuto la sua famiglia meravigliosa e premurosa.
Mi sentivo una privilegiata, rispetto alle altre ricoverate, quasi tutte all’inizio del percorso di malattia, o da pochissimo concluso. Il mio lipofilling per pareggiare i conti tra i due seni, quello sano e quello operato, in fondo è stata quasi una passeggiata.
Ma è straordinario quello che viene fatto dai chirurghi plastici, lavorando insieme agli oncologici, per ridurre al minimo il trauma della mutilazione, più o meno consistente, che sempre si aggiunge a quello della scoperta di avere il cancro.
Immagino come mi sarei sentita meglio, in tutti questi anni, se mi fosse stato restituito subito un pezzo del mio corpo.
Ci sono voluti quindici anni, e ancora ci sarà da fare. Ma sono già felice, soprattutto perché è tutta roba mia quella che è stata impiantata e che ora deve attecchire.
Il mio corpo ha aiutato se stesso, insieme alle mani preziose dei chirurghi, che il giorno prima di operarmi però mi hanno consigliato di andare a mangiare da McDonald e mettere su un po’ più di ciccia per il prossimo intervento  ;-).

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Ciao Port

wolkiL’ho tolto. Mercoledì ho tolto il mio port.

All’ultimo controllo ho chiesto all’oncologo il suo parere sulla possibilità di rimuoverlo e dopo un breve silenzio ha sorriso e ha detto che in effetti poteva esser un bene toglierlo .

È stato un compagno fedele per 30 mesi, ma ora l’ho salutato. Temevo l’addio, temevo le complicanze, temevo di provar dolore. E invece è filato tutto liscio, non ho sentito nulla e in dieci minuti tutto è finito.

“Facciamo un bel lavoro che la signora di tagli ne ha già avuti abbastanza”. E senza volere, senza rendermene conto mi sono trovata con gli occhi tutti lucidi.

Non ho idea di quanto possa pesare un port, poco presumo, ma il senso di leggerezza che provo ora è enorme!

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La polvere e la iena

C’è una stanza, nella mia mente, che tengo chiusa a doppia mandata e dove custodisco polvere e dolore. C’è tanta polvere, ho spolverato un paio di volte, ho pianto una settimana e non ci entro più a meno che non sia strettamente necessario. E’una stanza dove la polvere stringe la gola. Dove entrando si sente ridere una iena che ho cresciuto nel mio petto. Dove posso solo accucciarmi in un angolo con la testa tra le mani. Una stanza dove ci sono immagini. Le mani sanguinanti e spaccate a furia di grattarle contro la spalliera del letto. Linee scure che ho sui fianchi, sulle spalle: graffi che mi sono fatta da sola con gli artigli della iena per fermare il sangue che prudeva sotto la pelle. I piedi massacrati dalla spazzola che non riuscivano a calzare scarpe. Fondotinta per coprire i graffi e tanta vergogna. Umiliazione ed abbandono. Non sono pazza, dottore, mamma, io ho un problema. Ascoltatemi. Tosse, tosse, tosse, da rimanere senza fiato. Tosse che ti soffoca nel sonno, che ti manda in apnea.  Non sono matta, lo giuro. Sudore. Sudore all’improvviso. Gocce che cadono dalla fronte sugli occhi, reni zuppi, Sudore, sudore, sudore, sentirsi sudare anche sotto la doccia. Il sudore del linfoma preferisce la notte. Sdraiata sul pavimento a sudare. Lo senti arrivare all’improvviso, inizi a sentirlo arrivare da lontano e senza nemmeno il tempo di dire “oh, no!”, sgorga da ogni poro. La notte è il momento peggiore per sudare.

Da alcune notti ho ricominciato a svegliarmi in un bagno di sudore. E il pensiero è tornato lì. Al 2005. Eppure, le analisi le ho fatte da poco ed erano in ordine. Non è possibile che nell’arco di sei mesi si sia passati da analisi perfette alle sudorazioni notturne, paranoica. Rifletti, sii razionale. Usa il cervello, idiota. E’mezzanotte e fuori fanno 13°. Tu dormi sotto il piumone pesante perché Maschio Alfa si rifiuta passare alla coperta e di mettere un pigiama. Direi che se sudi è perché, a primavera inoltrata, dormi con un piumone che nemmeno a Cortina a dicembre. Però la tua mente è volata lì, subito, prima di qualsiasi altro pensiero razionale. Tu che sei sempre così lucida fai questi pensieri. Perché?

Tempo fa ho conosciuto un aquilano che ha vissuto il terremoto del 2009. Mi ha raccontato che, ad oggi, se vede un lampadario dondolare lui pensa subito al terremoto. Non gli viene il dubbio che magari ci siano due finestre aperte e la corrente d’aria faccia dondolare il lampadario.

Pare che sia così anche per me. Non importa quanto io ritenga di aver superato tutto. A volte ritornano, diceva Stephen King. Facciamoci una risata e togliamo quel cavolo di piumone. E’giorno e devo andare a giocare. Mia figlia deve rimanere lontana da quella stanza.

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