La medicina che cura

L’articolo di Veronesi uscito su Repubblica di sabato affronta il problema dei malati che muoiono perché abbandonano le cure salvavita per seguire terapie alternative, prendendo spunto dai recenti casi di cronaca, ancora più dolorosi perché le vittime sono bambini che hanno subito le scelte irresponsabili dei propri genitori. E’ un articolo che condivido dalla prima all’ultima parola, perché finalmente viene fatto un ragionamento positivo e propositivo che impegna la classe medica nei confronti di un problema che non si può liquidare con la condanna degli “stregoni” e degli stolti che li seguono.  Scrive Veronesi:  “Il nostro punto debole [della classe medica nel suo insieme]  è non aver sempre capito le ragioni profonde per cui i malati sentono la necessità di rivolgersi ad un tipo di medicina che, più che alternativa, è altra, diversa. E’ una medicina che risponde appunto diversamente ai bisogni psicologici del malato e in particolare al suo bisogno di speranza e salvezza. […] Il buon medico è quello che sa entrare non solo nel corpo, ma anche nella mente del paziente, sa sviluppare un legame con il suo profondo e condividere con lui il peso psicologico della malattia, senza perdere la lucidità del sapere.” Il nodo fondamentale è quindi quello della perdita, da parte della medicina tradizionale odierna, di un’aura sacrale e magica, di cui il malato che affronta una patologia molto grave ha ancora oggi, e lo dico per esperienza diretta, un disperato bisogno. Il presupposto della vecchia medicina paternalistica, spiega Veronesi, resta valido: spesso l‘uomo, da malato, è irrazionale e la relazione medica deve tenere conto di questo aspetto. Considerazione per la persona nella sua integrità di mente e corpo, immedesimazione nei bisogni del malato, empatia, necessità di non fermarsi alla malattia ma di creare e conservare un rapporto con il malato. Con questo atteggiamento “olistico” secondo Veronesi i medici potrebbero impedire o almeno limitare le tante, troppe morti che avvengono non solo per ignoranza ma anche per sfiducia e delusione nei confronti della medicina.

Aggiungo che forse, così come il mio medico omeopata o il medico cinese che mi ha insegnato Qi Gong non si sono mai sognati di mettere in discussione che facessi la chemioterapia, così sarebbe utile e, credo, andrebbe nella stessa direzione che auspica Veronesi, che quando uno specialista medico tradizionale deve prescrivere terapie difficili da sopportare, ci sia uno scambio con quelle medicine “altre” per alleviare al suo paziente le sofferenze e i disagi che quelle terapie provocano. Se la medicina tradizionale occidentale, come in rari casi avviene, si aprisse più frequentemente a saperi e tecniche talvolta millenari e attuasse un’integrazione tra le sue e le altre conoscenze mediche, immagino che la salute e il benessere delle persone ci guadagnerebbe. L’integrazione è per definizione la via più efficace per evitare lo scontro e il cristallizzarsi di posizioni che, come purtroppo è successo e continua a succedere, possono costituire un ostacolo fatale alla guarigione.

Parlando di queste cose con il mio medico psicoterapeuta, tempo fa, e in particolare dei miei convincimenti sul ruolo che gioca la nostra psiche quando insorgono certe patologie e sulle strade che avevo tentato parallelamente a quella indicata dal dottor Zeta, mi ricordo una sua  frase che più o meno diceva così: “come si fa ad attuare la reversibilità del processo, di cui ormai siamo tutti più o meno convinti, che dallo stress psichico conduce alla malattia?” Già, come si fa a rendere reversibile un processo che si è attivato involontariamente? Che tipo di controllo dobbiamo avere sulla nostra mente per riuscire a disattivare quello che lei ha attivato?

Credo di essermi spinta un po’ troppo in là, a quest’ora della notte.  E non riesco più a mettere in fila le idee. Magari ci ritorno, e se vi va commenti e riflessioni sono davvero graditi.

 

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