Chemiosettimana

Facciamo finta che il giovedì sia un appuntamento fisso. Lo sappiamo che non lo è. Quando fai una chemioterapia il giorno di somministrazione dipende da diversi fattori. Il giorno precedente si fa un emocromo di controllo per vedere se il fisico può reggere un’altra infusione, se non si rischia il tracollo, se i dosaggi vanno ancora bene, se si può continuare a navigare a vista. A me è capitato sempre di dover cambiare poi giornata di somministrazione diverse volte, ma stavolta siamo alla quinta infusione di giovedì, e comincio ad avere chiaro lo schema settimanale che si configura durante la terapia.
Per ora dunque, la mia settimana funziona così:

mercoledi: mi alzo prestissimo e porto le nane a scuola appena apre, così poi posso correre a fare il prelievo del sangue. Sono sempre l’ultima o quasi. Ormai sono due anni e mezzo che i pazienti abituali hanno fatto il callo a vedermi entrare di corsa coi capelli dritti sulla testa, trafelata, che grido passando “avete fatto tutti il prelievo? posso entrare io?” e già sono dentro, tanto sono sempre l’ultima. Una volta fatto il prelievo, vado a farmi una bella colazione e poi, a volte, una passeggiata in zona, fino alle 11/12 (ma a volte bisogna aspettare fino alle 2) quando sono previsti i “verdetti”. Se l’emocromo è ok, il giorno dopo posso fare la chemio.
giovedi: arrivo per la chemio con una leggera nausea psicosomatica. E qualche volta mi autorizzo a una seconda colazione prima di entrare. Poi mi siedo sulla poltrona della somministrazione e inspiro profondamente quando gli infermieri/infermiere infilano l’ago. Scherzo un po’ con loro. Sono tutti – indistintamente – bravissimi, super professionali, sempre sorridenti. Durante le 3 ore (circa) di somministrazione guardo con quale rapidità e attenzione maneggiano farmaci costosi e pericolosi. Se facessero loro uno di quegli errori che ognuno di noi fa periodicamente al lavoro, ci farebbero secchi o si farebbero male sul serio. Si da per scontato quanto sono tecnicamente e umanamente capaci. Ma a pensarci sono preziosissimi, dei veri angeli della nostra situzione, troppo spesso maltrattati dai pazienti anziani e sicuramente sottopagati.
Durante l’infusione ascolto l’ipod, scegliendo playlist a seconda dell’umore, tranne oggi che lammerda si è impallato e per cui ho dovuto farne a meno. Non so come sia possibile non portarsi la musica in una situazione così. Non invidio le generazioni più adulte di me (diciamolo, i vecchietti) che non sanno cos’è un lettore mp3. Potrebbe fare tanto per alleviare loro il tempo, il fastidio. (Se un giorno sto meglio, potrei proporre all’associazione di volontariato del mio day hospital di occuparmi di una decina di ipod con vari materiali sempre aggiornati da mettere a disposizione di chi li vuole, sarebbe utile davvero).
L’antistaminico che precede i farmaci mi mette addosso una forte sonnolenza e qualche volta dormo e mi risveglio solo quando ho finito e sento l’infermiera che mi toglie l’ago. Ma capita solo qualche rara giornata fortunata.
Finita l’infusione chiamo Obi che mi porta a casa. Per tutto il primo anno sono sempre tornata da sola in taxi. Ma è stato brutto e pesante. I tassisti romani sono al 90% dei veri bastardi ed era un tormento sentirmi rintronata post chemio e dover controllare che non sbagliassero strada apposta o che tenessero le loro radio fasciocalcisiche a volumi accettabili. Adesso Obi mi accompagna e mi riprende. Mi porta a casa, compra un po’ di pizza bianca, mangiamo veloci poi corro a dormire.
Il giovedi faccio brutti pensieri, piango facilmente. So che è una reazione chimica, ma facilmente mi sale su un sacco di dolore di varia natura. L’anima ripesca le varie situazioni di paura, abbandono, ansia e fatica e me le mette in fila nella testa. Nelle ore in cui sono sveglia, il giovedi pomeriggio e sera è proprio una brutta giornata.
venerdi: il venerdì mi rode. Ma mi rode tanto. Come ho descritto altrove, il venerdi mi sale la rabbia. La voce con le bambine e con Obi mi si alza senza che io sembra averne il controllo. Le cose mi scappano dalle mani e sbattono ovunque, senza che riesca a fermarmi. Sono inferocita. Anche in questo caso, so che si tratta di reazioni meccaniche del mio corpo ai farmaci. Ma non vi consiglio di fissare un aperitivo con me di venerdi. E sì che è il giorno in cui sono nata e il mio giorno preferito da sempre.
sabato e domenica: mi riprendo con una fatica lieve lieve, sono stanca, ma se Obi non è a pezzi, come spesso purtroppo gli capita il sabato, quando finalmente rilascia tutte le sue varie (e legittime) tensioni, riesco a fare tutto senza eccessivi problemi. In genere la sera, benché stanchissima, poi però faccio fatica a prendere sonno. Posso impiegarci buona parte della notte. In particolare la domenica.
lunedi: recupero il sonno perso nelle insonnie del weekend. porto le bambine a scuola, poi rientro in casa e dormo finché non vado a riprenderle. Spesso non pranzo nemmeno, non he ho la forza, ho bisogno di dormire e basta. Ma poi stiamo bene insieme con le nane, io sono rilassata e loro sono due angiolette (più o meno) o comunque per me è facile.
martedi: è il giorno della settimana in cui mi sento meglio. Devo approfittarne per uscire, fare la spesa, fare bucati, vedere le persone. Magari uscire anche la sera. O correre in ospedale con Lilla a cui hanno lussato il braccetto a scuola (l’altroieri. meno male che è successo di martedì).
Infine è di nuovo mercoledì e si ricomincia daccapo e ogni volta mi soprendo della rapidità in cui la settimana si esaurisce.

In questa lista della spesa bisogna poi far entrare tutto. E benché sia frustrante, è ormai un fatto che tutte le energie non prese dalla mia relazione con la malattia e le sue conseguenze, sono altrimenti dedicate alle nanette, a Obi, a widepeak, a leggere, alla famiglia e agli amici.
Ma passano le settimane e non riesco a fare una telefonata, non riesco a scrivere una mail. Deve essere strano per chi non è me, capire come mai, adesso, benché senza lavorare, io riesca a combinare così poco. A volte mi sento anche in colpa. Poi passa. Mi rendo conto che avere due figlie piccole mi salva, mi costringe a un minimo di disciplina. Mi obbliga a darmi dei ritmi. Non so come farei senza e non invidio chi non ha questa fortuna. Ma il tempo di lucidità che ho libero è poco e preziosissimo. E forse è anche meglio così.
Intanto è mercoledì un’altra volta.
La cosa importante è non mancare nemmeno un appuntamento, sperare che ogni mercoledì il verdetto sia positivo, e magari ingannare le ore di veglia del giovedì come ho fatto adesso, scrivendo qua, senza stare di là al buio da sola, in balia degli effetti tossici sulla mia mente.
E pensare una volta di più che questo posto mi fa proprio bene.

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