Tabù nr. 2 – versione lunga

Il cancro è il Voldemort delle malattie. Meno si nomina e meglio si pensa di evitarlo. Come nel caso di potteriana derivazione, anche questa è una cazzata. Ce lo siamo detto già altrove. Ci abbiamo aperto un portale apposta chiamato così. Ma il motivo di tanta paura è che legata alla parola cancro c’è la parola morte.
E, nella nostra cultura, non si muore.
Morire è peccato.
Morire è essere sconfitti.
Morire è vergognoso.
Abbiamo tutti paura di morire, ma guai a dirlo. Lo fai solo se stai lì lì. Altrimenti, non si sa mai, portasse sfiga.
Ma è vero, di cancro si muore. Eh già. E adesso vi parlo di questo.
Diciamocelo subito, una diagnosi di cancro non si sottrae mai a una riflessione sulla fragilità della vita e sulla sua sorte. Alcune diagnosi più di altre. Tipo la mia. Tuttavia, grazie alle mie figlie, la vita mi ha reclamato dal primo momento della diagnosi. E benché abbia capito dal primo momento cosa avevo davanti e le conseguenze che questo avrebbe potuto avere in primo luogo proprio per le mie figlie, ho capito subito che morire non mi spaventava. Mi spaventa il dolore, la perdita di dignità che accompagna il dolore fisico. Come tutti – e lo avete visto anche qua – sono spaventata dalla sofferenza e dal dolore, ma non temo di finire all’inferno col culo bruciato da un ipotetico sadico angelo nero. Morirò, come tutti, e la mia esistenza si dissolverà lasciando, spero, luminescenti ricordi. Forse da quando mi sono ammalata ci penso di più, è vero. Ma non sono pensieri cupi. O non sempre. Spesso, più che altro, è come se preparassi meglio la mia anima alla convivenza con la consapevolezza della fine. E questo è un esercizio salutare. Che mi allarga il cuore, non me lo stringe di paura. Anzi. Perché a meno di grandi rivolgimenti, la mia prognosi va da due a un massimo – eccezionale – di 15 anni di sopravvivenza dalla diagnosi. Ho ben chiari i confini della mia condizione e sono pronta a esplorarne i limiti ed eventualmente a superarli se la scienza me lo consentirà. Ma non posso fare finta di non aver letto queste statistiche. Questo in qualche modo significa che il pensiero della morte mi è spesso vicino. Non come uno spauracchio, non come un mostro pauroso. Semplicemente ci penso. Penso che vorrei dimagrire, penso che devo comprare a Nina uno zaino più leggero. Penso che Lilla dovrebbe fare nuoto. Penso che sarebbe figo andarsene in California quest’estate. Penso alla morte, e mi chiedo se è meglio morire quando le mie bimbe sono piccole così mi dimenticano prima. Poi penso al mio nuovo lavoro, alla nuova mostra.  Mi ricordo che devo farmi fare il certificato per il lavoro, e che manca il latte. Poi penso che la vita è di chi resta e che non posso tenere tutto, tantomeno il futuro di chi amo, sotto controllo. Penso a cosa cucinare questa sera, e a fare qualcosa di carino nel weekend. E magari di farci scappare anche un po’ di romanticismo con Obi. Oppure non penso a niente e mi godo la vita che faccio proprio in questo momento. Proprio adesso.
Ma, attenzione, se questa cosa la dico ad alta voce intorno a me si fa il vuoto o peggio.  Perché, per carità, nessuno muore. Tanto più se hai il cancro. Che sei matto?! Vai a parlare di corda a casa dell’impiccato?  E se lo fai tu, no, proprio non puoi farlo, meglio non aprire bocca su questo (e i suoi allegri derivati). Perché se lo fai, vuol dire che “non pensi positivo”, “ti stai buttando giù” “certo non puoi pensare di guarire, se pensi a morire” e tutta questa marea di frasi fatte che le persone utilizzano con noi perché semplicemente hanno una paura fottuta di morire. Loro. Non io. Perché io lo so che morirò e probabilmente di cancro. E fino ad allora non ho intenzione di soffrire più di tanto, ma neanche di fare finta che vivrò fino a 150 anni e che diventerò sempre più gnocca nel frattempo. Ma, sia chiaro, non ho intenzione di risparmiarmi nulla che possa servire a curarmi ed, eventualmente, a guarirmi. E ho intenzione di vivere felice, mica triste perché ho una grave malattia.
Ma hanno tutti una paura tremenda. Le persone che ci sono più vicine non toccano questo argomento, e non solo non lo toccano direttamente, ma se solo solo cerchiamo di spiegare quanto è difficile vivere questa naturale precarietà dell’anima, si allontanano spaventate. O spariscono. O ci trattano male.
Meglio così.
Penso che, tutto sommato, questo tabù stia bene dove sta. Non è (ancora) il momento di occuparmi delle derive pratiche e organizzative di una mia eventuale dipartita. Va bene così.
Ma penso che sia una grave limitazione della nostra cultura, in generale, aborrire la morte come il nemico più grande. Ignorando che essa, con la vita, è parte di una stessa onda.
Ed è sconfortante sapere che, quando ci sono i giorni neri, non abbiamo nessuno Obi e io, nessuno se non l’un l’altra, da guardare con la consapevolezza della nostra situazione, della nostra condizione.
Perché gli altri non ci stanno ad affrontare questo guado insieme a noi. Nessuno è abbastanza coraggioso, ahimé.
Per fortuna noi due si.

Il post originale è qui

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9 risposte a Tabù nr. 2 – versione lunga

  1. Randagia ha detto:

    Mi rattristo nel leggere questo post. Non in particolare per la tua malattia, purtroppo è un dato di fatto. Oggi si chiede stupiti “Hai il cancro?” Tra una trentina d’annic ci chiederemo curiosi “Tu che cancro hai?”. Ma quello che mi rattrista è che dici che di queste cose, della morte, non puoi parlare. “La gente si allontana e ti tratta male”. Ma la gente siamo noi, presunti sani, e presunti stronzi. Non sappiamo cosa dire. Ma forse è il caso che impariamo a dire qualcosa, o magari anche solo ad ascoltare, perchè poi da dire magari abbiamo poco, ma da ascoltare probabilmente parecchio. Una mia amica si dice stupita quando le chiedo “ehi, hai fatto qualche nuova trafila?”, dice che nessuno le chiede, preferiscono omettere. E’ proprio vero, abbiamo paura…

    Randagia, che grazie che me l’hai fatto notare!

    Randagia, che si augura che ci sia gente e gente

    • widepeak ha detto:

      no, non rattristarti, sennò mi rattristo anche io :). però mi fa piacere se invece è utile per fare una domanda in più, anche correndo il rischio che sia una domanda di troppo. è comunque meglio della solitudine, davvero.

  2. Luisa ha detto:

    Mia mamma parlava della morte cm se fosse la cosa più naturale di questo mondo..in effetti lo è…sn d’accordo cn te TABU’2..vita e morte vanno di pari passo..però devo dirti la verità quando mia mamma ne parlava cn serenità ripeto cm se fosse naturale io facevo fatica a capire..a volte nn volevo ascoltare ma nn per la paura della morte ma perchè avevo la consapevolezza che lei un giorno ci avrebbe lasciato..e questo mi faceva paura..quando misi piede in un’ onoranze funebri (xchè bisogna fare anche quello..)doveti uscire di corsa a vomitare..e vomitai per tutto il giorno…goditi ogni giorno nn cm fosse l’ultimo ma cm un altro da passare insieme alle persone che AMI…un grosso abbraccio..

    • widepeak ha detto:

      forse perché mio padre è morto quando ero così piccola forse allora la morte è più vicina da sempre…o forse sono un’illusa quando mi dico che non mi spaventa, ma capisco lo sconforto che prende nel dover gestire le pratiche della morte, me le ricordo da mio padre, figurati, e io certo, a 10 anni, non vi ero coinvolta…
      si, vivo ogni giorno, vivo il presente, come tutti, a volte meglio, a volte peggio. ma l’importante per me è non mentire mai, né agli altri, né a me stessa.
      un abbraccio

  3. ARCOBALENO ha detto:

    E’ EMOZIONANTE LEGGERE IL TUO POST “VERSIONE LUNGA”…MI RITROVO, IN QUELLO CHE PENSI, IN QUELLO CHE “SENTI” ! CERTO, QUANDO SI E’ INCONTRATO IL CANCRO……..
    TUTTO CAMBIA, E NON COME PENSANO ALCUNI CHE DICONO:-POVERINA, COME MI DISPIACE! CAMBIA IN MEGLIO, DOPO CHE SI E’ ACCETTATO LA REALTA’ DEI FATTI……..
    NOI, NON VOGLIAMO ESSERE COMPATITE, MA SOLAMENTE ACCOLTE PER QUELLO CHE SIAMO, E QUALCHE VOLTA, ASCOLTATE……
    CERTE ESPERIENZE, FANNO ACQUISTARE UNA NUOVA CONSAPEVOLEZZA,
    CHE NON TUTTI HANNO; ALCUNE PERSONE, VIVONO, COME SE LA VITA SCIVOLASSE LORO ADDOSSO, COME SE DOVESSE DURARE IN ETERNO, E INVECE CAPITA SEMPRE PIU’ SPESSO A MOLTI, DI MORIRE ALL’IMPROVVISO! VAI A SAPERE, DI COSA MORIREMO NOI! MAH!…..PERCHE’ ANGUSTIARSI PRIMA DEL TEMPO ? PER ADESSO SIAMO VIVE,VIVE NEL CORPO E NELLO SPIRITO, CON QUEL GUIZZO DI ENERGIA, CHE CI FA AFFRONTARE OGNI OSTACOLO, E CI FA GODERE DI OGNI ISTANTE DELLA NOSTRA VITA, APPREZZANDO OGNI BRICIOLO DI TEMPO, CHE QUANDO E’ IMPIEGATO IN CIO’ CHE AMIAMO FARE IN PARTICOLA MODO, DIVENTA MAGICO!!
    UN ABBRACCIO DA ARCOBALENO

  4. Maria Grazia ha detto:

    e vero la morte nella cultura occidentale è sentita come uno spauracchio non se ne deve parlare,e se hai fatto caso quando muore qualcuno per esempio di novant’anni si dice però era ancora giovane…….io credo che sia sacrosanto aver paura di morire ma non tanto per noi quanto per le persone che lasciamo e che non vedremo più ,il distacco dai nostri figli il non poterli veder crescere e se hanno bisogno di noi il non esserci.anch’io non posso parlare di morte con i miei cari e questo mi dispiace un pò ,ma rispetto il loro modo di pensare perchè soffrono per me .ma finche ci siamo godiamo la vita perchè come dice il film di benigni la vita è bella ……….sempre e comunque rispondo io!!!!!maria grazia

    • widepeak ha detto:

      è verissimo, sono con te su tutta la linea! ma se capita di parlare di persone prossime alla morte per qualunque motivo invece di parlare delle solite cose io comincio a chiedere “si è preparata quella persona a morire? ha potuto salutare i suoi? lo sa?” non faccio finta che magari domani il 98enne di turno potrebbe scendere dal letto e rimettersi a impastare orecchiette…bisogna accettare che alla fine si muore e, se si è fortunati, si può farlo con grazia. un abbraccio

  5. Pingback: La morte #citaunlibro | Good Intentions

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