Fare pace con i limiti

base oltreilcancro.jpeg  Si fa un gran parlare di come bisogna superare i limiti che la malattia comporta, come sia indispensabile non lasciare che gli effetti collaterali a breve/medio/lungo termine non prendano il sopravvento.

Forse non è precisamente questo il punto. Non è questa la parte più difficile. Non è quello che porta la pace. La pace arriva quando si impara ad accettare che il proprio corpo non sta al passo con alcuni desideri. Quando si realizza che nel dire “il mio corpo” ormai ci si riferisce a un’entità a parte, qualcosa di diverso che rema contro quasi per dispetto. E invece no. Il tuo corpo è tuo, è te, e come te è vittima di quanto gli è accaduto. Non è facile da capire e da accettare. Arriva il momento in cui ci si accanisce una volta di troppo e non si fa in tempo a spostarsi prima che arrivi la bastonata, perché si pretende troppo dal proprio corpo e ci si rifiuta ostinatamente di accettare che siamo quello che siamo, e che è già molto. Sembra quasi che lo si ritenga in dovere dimostrarci qualcosa. Non si tratta di non desiderare abbastanza o di non provare abbastanza duramente. Volere non è necessariamente potere, checché ne dicano gli ottimisti a tutti i costi. Ad un certo punto si inizia a capire. Col tempo, eh, non subito perché sull’onda del momento si è pronti a partire di nuovo a corna basse come i tori, ma poi ci si ferma a pensare e allora si cerca di diventare di nuovo un tutt’uno col proprio corpo nonostante tutto. Non si soffre di meno per quello che si è perso, per quello che non potrà essere, per quello che non possiamo dare a chi amiamo. Ma ci si può scendere a patti.

L’ho capito dopo 11 anni dal cancro e dopo un buon tot di dolore. Bisogna accettare un corpo che non è e non fa quel che avrebbe potuto. E allora piano piano arriverà anche la pace, credo.

Il post originale è qui

 

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3 risposte a Fare pace con i limiti

  1. Maria Pia Boschi ha detto:

    Bravissima è una riflessione che mi viene spesso in mente!!!!!
    Maria Pia

  2. Chiara Troiani ha detto:

    Ciao Romina,
    mi chiamo Chiara, ho 36 anni e un tumore della cervice uterina, scriverlo quando mi presento mi da ancor più l’idea che il cancro faccia parte di me…ma tant’è… quello che hai scritto mi ha profondamente commosso e colpito, penso che tu abbia espresso una sensazione comune a tutte le persone che vivono o hanno vissuto la malattia…ma si finisce mai di viverla? È questo che mi chiedo ora che ho finito le terapie e aspetto la risonanza magnetica per vedere se è finito ma come fa a finire se ogni attimo il mio corpo è testimonianza della malattia

  3. Marisa ha detto:

    Lo stesso dicasi per chi ha la fortuna di invecchiare…sei sempre tu,ma il tuo corpo non va dove il desiderio vorrebbe….

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