Di attese e di passettini

Stamattina mi sono occupata di casa mia. Che fino a un mese e mezzo fa era una cosa normale, ma in questi giorni è una conquista. Come cambiano le prospettive dalle quali si vedono le cose dopo i cambiamenti, eh? Ho cambiato perfino età in questi giorni, signore e signori da lunedì scorso sono una 45enne, ho modificato or ora anche la pippa sotto al mio avatar, che del fatto che invecchio si deve sapere eccome, perchè ne vado orgogliosa 😉
Mio marito oggi torna al lavoro dopo un mese di assenza, ha potuto usufruire di questo periodo di licenza straordinaria giustificato dai miei certificati medici: tra tutti i disagi che comporta il suo lavoro almeno questa possibilità esiste, e ne ha approfittato. Per fortuna, perchè la mia ripresa è più lenta di quello che pensavo. Il braccio sinistro non collabora a pieno col destro, alzare la brocca piena d’acqua a tavola è uno sforzo che ancora non riesco a fargli fare, figuriamoci alzare una pentola per fare la pasta, stirare zero, fare la spesa manco per sogno, di guidare ancora non se ne parla se non per andare a scuola a prendere il Power quando diluvia (un chilometro andare e uno tornare). Il dolore la fa ancora da padrone dopo ogni sforzo anche lieve. Però pian piano ogni giorno faccio progressi aiutata dagli esercizi assegnatimi dal fisioterapista, miglioramenti lievissimi che però noto bene, e mi fanno pensare positivo. Ogni piccola incombenza si rivela una sfida davanti alla quale non mi tiro indietro, e sto riconquistando i miei spazi e il mio lavoro in casa poco alla volta con grande gioia dei miei uomini, che mi vedono migliorare in salute ed in umore; vedono migliorare anche la qualità dei pasti in tavola, perchè lo dico forte e senza falsa modestia: la cucina della mamma cambia totalmente anche il tono con cui ci si siede a tavola. E ne vado fiera. In seguito i miei uomini si litigano l’onere del lavaggio piatti (non ho la lavastoviglie), ma li lascio fare senza nemmeno un filo di senso di colpa. Non ho la vocazione della casalinga-martire.

Sull’altro fronte ancora nessuna nuova. L’istologico non è ancora arrivato, ho chiamato oggi in dipartimento, mi hanno detto che un mese di attesa è considerato un tempo normale. Sarà. Non che abbia fretta di sedermi di nuovo in poltrona al quarto piano, non spasimo dalla gioia, ma ho questa fissa che prima si riparte e prima si finisce. Cerco anche di non pensarci più di tanto, perchè la chemio non mi spaventa, ma mi avvilisce ricordarmi come ci vivevo dentro sette anni fa, con tutte le limitazioni che impone e gli imprevisti dietro l’angolo. Si ha poco da dire che non va sempre allo stesso modo, la chemioterapia è uno schifo, da qualunque lato la si guardi. Basta pensare al principio con cui funziona, uccidere cellule maligne e sane in blocco. Come diceva mia nonna quando minacciava con la ciabatta: “chi ciapo ciapo e no vardo in muso nissuni!”. Così cerco di concentrarmi sul giorno in corso e prendere tutto quello che offre.
La scorsa settimana, martedì,  mi sono decisa a tagliare i capelli. Sono passata da un lungo “metà schiena” a un caschetto appena sotto le orecchie. Un trauma. Lo so che il capello lungo non va di moda, so anche che alla mia età invecchia, ma faccio parte di quella fetta di donne che quando si guarda allo specchio l’unica cosa che le importa è vedere qualcosa che piace a lei, e a me la mia cascata di capelli neri piaceva tanto. Erano la mia conquista. Erano i miei sette anni di rinascita, mi facevano sentire femminile, e ci ero attaccatissima, come una bambina, una bambina molto vanitosa. Mi ricordavano che era andato tutto bene, con lo stesso meccanismo con cui l’odore del sugo di pomodoro mi riporta all’immagine di mio nonno che lo preparava con una cura maniacale dopo che era andato in pensione, o il gusto dello yogurt all’albicocca mi riporta ai pochi ma vivi ricordi che ho della scuola materna (probabilmente ce lo davano spesso come merenda, chissà), e il suono delle campane alle domeniche di sole a far vasche in fondamenta dei Vetrai con la mia amica Ale (che ormai è più sposata e più mamma di me da boh, sicuramente le nozze d’argento le ha già fatte). Chiunque ho incontrato in questi giorni non ha fatto altro che complimentarsi per il nuovo taglio perchè svecchia, perchè è più moderno, perchè qui e perchè là. Non lo so se sia la verità o un lodevole tentativo di tirarmi su il morale, ma io allo specchio ora vedo solo il passaggio verso lo zero, verso “quello” zero e soprattutto ciò che porta con sè. Non con angoscia, che sia chiaro. Solo con un po’ di tristezza e di rassegnazione. Ma è un passaggio da affrontare, e non mi tirerò indietro. Ci mancherebbe altro.
Due settimane fa ho anche iniziato il gonfiaggio periodico dell’espansore. Avevo addosso ancora l’ultimo drenaggio, tolto due giorni dopo. Finora ho fatto due infusioni. Convivo con sto “coso”, non so come chiamarlo, con questo corpo estraneo a cui cerco di non far caso, ma che ad ogni movimento un po’ brusco o un po’ importante si fa sentire. Fa senso. Ieri ho fatto una ricerca su Google immagini per vedere come è fatto un espansore, perchè ok, io ho chiesto ai medici perchè sento queste differenze della parte al tatto (una parte dura e una molle del… seno? Non è un seno, è una patata, letteralmente ha la forma di una patata e l’aspetto esterno è quello di una patata smagliata, rigata e punteggiata) e loro oltre al “signora, è tutto normale” non dicono altro. Così ho cercato la faccia del mio “coso”, e l’ho trovato meno brutto di quanto pensavo. Ora mi spiego anche perchè la sensazione al tatto è quella che è, a seconda di dove metto le mani.
Già, metterci le mani. Non è stato facile la prima volta, la scorsa settimana, quando ho fatto la prima doccia. Non è facile adesso farlo due volte al giorno, quando devo mettere quei prodotti appositi sulla cicatrice e sulla pelle circostante, ed è una cosa che va fatta se non voglio trovarmi con piaghe inutili e ulteriori disagi quando il seno verrà ricostruito. Toccare quella cosa, massaggiarla con vigore nel modo in cui mi è stato spiegato dal chirurgo plastico, sentire sotto i polpastrelli una cosa che sembra gomma perchè è quasi rigida, e cosa più fastidiosa psicologicamente, totalmente insensibile. Dall’ascella allo sterno, una riga sul cuore, che trancia la cicatrice precedente, quella del quadrante del primo intervento. Quella il cui termine al centro è stato portato via assieme al capezzolo. Il mio mezzo torace letteralmente devastato. Lo faccio, e mentre lo faccio cerco di concentrarmi sull’aspetto della cura di me, del volermi bene, della temporaneità di questa situazione. In ospedale mi avevano consigliato di mettere dell’olio di mandorle sulla parte sotto e attorno alla cicatrice (perchè “sopra”, appunto, va applicato uno speciale gel inodore e incolore), solo che io odio profondamente tutti i prodotti oleosi perchè ho la pelle che tende ad ingrassarsi come il pavimento di una friggitoria, una sensazione così fastidiosa da rendermi antipatico perfino l’odore dell’olio. Così in farmacia mi sono procurata un composto elasticizzante in crema (non prima di essermi consultata col medico), me ne hanno data una con un profumo fantastico, io ogni volta che abbasso lo sguardo sento la zaffata di questo profumo nel naso (perchè è bello persistente) e  il disagio è ridotto.

Sto cercando un modo meno pesante di accettare tutto quanto. Tutto qui.
In questo mese di riposo mi sono dedicata a qualcosa che probabilmente, in tempi “normali”, non sarei riuscita a fare con tanta cura: ho preparato un po’ di pensierini natalizi. Solitamente in questo periodo dell’anno dedicavo un po’ di tempo a cercare i regalini da mandare agli affetti lontani, soprattutto a preparavo il solito paccone annuale da spedire alla fetta di famiglia rimasta a Venezia (regali di compleanno compresi, visto che in questo periodo ne cadono diversi) in cui inserivo anche i dolciumi da recapitare da parte di mia madre. Paccone che arrivava anche in direzione opposta, ovviamente. Quest’anno non posso farlo. Non ho nemmeno quella di attaccarmi ad Amazon, perchè sinceramente non ho proprio la testa per mettermi a scegliere. Però la passione l’ho messa e la sto mettendo in piccoli addobbi da regalare, e mi sto divertendo parecchio. E dirò di più: ho scoperto che usare una tecnica per me nuova di confezionare piccoli oggetti sta fungendo da anestetico. Due piccioni con una fava. Mi manca solo da acquistare le buste a bolle per le spedizioni, e poi via, sperando di far tutto prima di iniziare la chemio, che poi non so come va.
La scorsa settimana sono anche tornata a coro: partito il drenaggio, ripartita Mamiga. Sono stata riaccolta con un affetto che non mi sarei aspettata mai. Ho ricominciato letteralmente a respirare. Soprattutto perchè è il periodo dell’anno in cui si preparano le celebrazioni natalizie, io i canti di Natale li adoro, più di tutto adoro l’atmosfera che si crea quando tutte e quattro le voci intonano i canti tradizionali: mi sembra di perdermi in qualcosa di magico, fuori dal tempo, e a quel qualcosa di magico do il mio contributo, sentendomene inspiegabilmente avvolta.

Che oh, manca meno di un mese a Natale, mica secoli.

Il post originale qui

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