Dentro e fuori, dentro e fuori…

…dalla sala operatoria.
Giovedì pomeriggio mi hanno chiamato per il ritiro dell’istologico. Sono andata in palla per ore, perchè ero convinta che me lo avrebbe consegnato l’oncologo, e invece no: ero attesa dal chirurgo senologo che mi ha operato. Mi sono fatta un milione di paranoie, perchè l’ultima volta che il senologo ha consegnato a mia madre il referto al posto dell’oncologo è stato per dirle che sarebbe tornata in sala operatoria di lì a pochi giorni per un nuovo intervento. Ne ho parlato in un gruppo, l’unico gruppo FB in tema a cui mi sono iscritta poche settimane fa (e solo e soltanto perchè le partecipanti hanno o hanno avuto il tumore al seno prima dei 45 anni, io ho le mie idee sui gruppi FB, ma non è questo il contesto in cui sciorinarle), e tutte coloro che mi hanno risposto mi hanno confermato che ora la prassi è questa: il referto lo consegna il chirurgo, in oncologia pare si passi solo in seguito, a differenza di quanto ho sperimentato sette anni fa (quando appunto la visita post intervento la feci con l’oncologo, contestualmente alla consegna del piano delle cure che mancavano da fare). Me ne sono fatta una ragione, mi sono rasserenata, e ieri mi sono recata a visita da sola.

Per sentirmi dire quello che non avrei voluto: che appunto tornerò in sala operatoria entro il 20 dicembre. Sembra che la massa tumorale fosse ancorata al derma, hanno trovato cellule maligne invisibili all’occhio troppo vicine al margine di resezione, che va quindi ampliato di qualcosa. Dei millemila linfonodi tolti, il sentinella e soltanto quello era metastatico. Il medico mi ha detto che la prognosi non cambia, non cambia nemmeno il piano terapeutico da affrontare, va solo rinviato di qualche settimana per permettere la cicatrizzazione della nuova sutura. Di positivo c’è che questo nuovo intervento avverrà in day surgery, in anestesia locale, in parziale sedazione. Ancora più positivo, e ho voluto accertarmene per i miei nervi, saranno presenti in sala operatoria assieme al chirurgo plastico del Big Hospital (che non ha la mia simpatia per un milione di ragioni che non ho ancora elencato) i due chirurghi senologi che mi stanno seguendo alternandosi, di cui a pelle ho sempre sentito di potermi fidare, e dalla infinita pazienza. Mi mettono a mio agio. E non è un aspetto trascurabile della menata.

Non avevo una Bestia Bis. Avevo (od ho?) una MER… di Bestia Bis.

Non ho paura. Sono solo avvilita per le tempistiche che si allungano, per la chemio e il riempimento dell’espansore che si rimandano, per l’aggiungersi di volta in volta di crisi d’ansia. Mi dispiace da morire il non riuscire a dedicare le energie a quello che vorrei, in queste settimane che di solito erano piene di pensieri rivolti al Natale e a tutto quello che organizzavo tra il pranzo in famiglia e i pensieri da consegnare alle persone care. Faccio di tutto per concentrarmi sull’idea che tra un anno, se tutto va come deve, riavrò la mia vita come era prima e forse meglio di prima, con i miei capelli in testa, un seno nuovo di pacca che non risentirà mai della forza di gravità col passare degli anni come il gemello, con le forze ritrovate e con la mia banale quotidianità di cui giuro che non mi lamenterò più. Mi sto quasi beando all’idea che avevo messo in preventivo di fare il Natale in sordina nel non sapere come avrei reagito alla chemio (perchè anche se l’ho già fatta, non è detto che la storia si ripeta in maniera identica), mentre ora so che riuscirò a distinguere il gusto dei tortellini da quello del panettone (dato che la chemioterapia mi aveva azzerato per mesi totalmente la percezione di qualsiasi gusto).
Magra consolazione? Forse. Ma ho bisogno di attaccarmi anche a queste cose. Ho bisogno di attaccarmi all’idea dell’albero di Natale che farò la prossima settimana con l’aiuto di mio figlio, di come lo voglio e del milione di luci e di addobbi a forma di cuore che voglio che abbia, roba che “Vaticano spostati, il mio deve vedersi fino a Lignano Beach”. E a tante altre piccolezze che mi aiutano con successo a non farmi travolgere da pensieri inutili e fuori tempo.

Ah, ho anche ricominciato finalmente a guidare per distanze superiori ai quattro km (tanto sono riuscita a fare la prima volta dopo più di un mese per andare in farmacia, qualche giorno fa). Ieri sono andata a visita da sola: dodici chilometri più dodici in scioltezza. Ho sentito solo un po’ di fastidio tra la spalla e il gomito, nella parte sotto, nel governare il volante mentre il braccio destro usava il cambio o nel fare la retromarcia (che io non so fare guardando gli specchietti, ma solo torcendo il busto). Ma per il resto non ho avuto problemi. E questa ritrovata autonomia mi ha restituito una buona dose di sicurezza e di fiducia.

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