Come stai? Bene, va tutto bene.

La butto lì veloce, perchè non ho nè tempo nè voglia di parlarne granchè. Ma magari tirarlo fuori dalla tasca mi aiuta. Scrivere mi è sempre stato di supporto.
Finita la radio l’ultimo venerdì di novembre, iniziati i controlli quattro giorni dopo. Così, senza un momento di respiro.
-“Con un triplo negativo del genere, recidiva, non c’è spazio per tirare fiato Mamigà. Non ora. Vieni martedì e facciamo il punto subito”.
Iniziati i controlli, continuati i problemi. Ripartiti in bomba i dolori reumatici, e non posso curarli perchè c’è di più urgente.

Ho fatto immediatamente la terza TAC in un anno. Ha portato a rivivere l’incubo di QUESTO post, che sei mesi fa ha portato a QUESTA conclusione temporanea, ma ad oggi il problema si grava del fatto che le macchie in questione si sono allargate ulteriormente. Lo spettro delle metastasi. Uno spettro che perfino il mio oncologo (caro lui) la settimana scorsa non voleva chiamare per nome, che dopo nove anni non ha senso parlarmi girandoci intorno chiamandole “problema… cosa… quello… il peggio…”.
-“Doctor, usa il termine corretto per piacere”.
-“Metastasi. Sara, è possibile che siano metastasi”.
-“Ooooooh là, l’hai detto. E so anche che ti è costato dirlo. Ho torto? Sei arrossito”.
-“No, non hai torto. Dopo nove anni alla professionalità si affianca l’affetto”.
-“Ricominciamo a darci del lei?”.

Ho rifatto la scintigrafia ossea sei giorni fa. Ho il terrore di ritirare l’esito.
Ma stavolta l’oncologo, indipendentemente dall’esito della scintigrafia, memore del fatto che sto secondo cancro demmerd alla diagnostica per immagini un anno e mezzo fa ha fatto il gesto dell’ombrello, ha chiesto una biopsia ossea al bacino TAC-guidata, da fare entro un paio di settimane. In quella cella frigorifera umana che è il Big Hospital. Non so se sono più in palla per l’intervento o per l’esito. Facciamo che mi sforzo di prendere le ansie una alla volta, o crollo.

-“Ammiro la serenità e l’obiettività con cui la stai prendendo. Mi è più facile lavorare, con una persona come te”.
-“Altolà. Obiettiva si, certo. Non ho curato due raffreddori. Non sono davanti a un dentista. Sono sempre stata consapevole di cosa stiamo parlando. So a cosa potrei andare incontro. Ma serena… Serena non direi. Hai una opinione troppo alta di chi hai davanti, doctor”.

Come mi sento? Somatizzo. Semplicemente somatizzo. Con una colite cronica a cui un gastroenterologo l’8 aprile dovrà solo dare un nome (perchè ho dovuto sottopormi anche a colonscopia e biopsie delle mucose, e no, non guarirò), con attacchi d’ansia a ripetizione per i quali sono tornata in psicoterapia, con sfinimento fisico (che ok, ci sta, ho in carico due interventi in meno di un anno e delle belle cure-bomba ancora da smaltire, l’oncologo mi ha rassicurato che ci andrà via ancora qualche mese), con tanto mal di schiena e la perenne sensazione di stare in un corpo che non risponde agli ordini che gli dà la testa, e la testa che va a spasso sbattendosi contro dei muri di cristallo che la dividono dal mondo reale. Per capire, bisogna provare. E stavolta mi prendo tutto il diritto di essere fragile. Sono in depressione? Si, forse sono anche in depressione. Non sono Wonder Woman, cazzo.

E no, pazienza non ne ho più. L’ho esaurita. Ho esaurito  la voglia di essere “social”, di condividere, di usare Facebook per mettere in piazza cose personali, di vedere gente, di ascoltare le pippe mentali altrui, di essere sincera. Sono stanca perfino di arrabbiarmi per scemenze. Dico a tutti quello che vogliono sentirsi dire, e pace al mondo.

-“Come stai?”.
-“Bene. Va tutto bene”.
“Si vede! Guarda come ti sono ricresciuti i capelli!”

Fanculo.

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