Questione di tatto

E oggi finalmente anche l’ultimo drenaggio ha fatto un bel volo nel cestino. Il corpetto è stato sostituito da un reggiseno fotonico, con tanto di fascia elastica superiore, che porterò per almeno quattro settimane. Come dire, ho l’impressione che anche questa sarà una lunga estate calda.
È stata una dottoressa molto giovane a farmi la medicazione, un tipo minuto, con il viso da bambina, e delle belle mani affusolate. Io osservo sempre le mani di medici e infermieri, è una specie di fissazione. Di solito gli infermieri, quando mi vedono troppo concentrata, mi consigliano di non guardare, ma non immaginano certo che la mia attenzione sia rivolta soprattutto alle loro mani. Su questo, posso affermare di essere particolarmente fisionomista. Per esempio, questa dottoressa aveva dita da pianista, unghie corte, polpastrelli morbidi. Un domani riconoscerei le sue mani anche ad occhi chiusi.
È solo che amo conoscere le mani che mi toccano, anche se per pochi minuti. Solo loro sanno raccontarmi qualcosa di chi mi applica la garza, di chi mi stringe il laccio emostatico, di chi mi infila l’ago, di chi mi regola la flebo. Alcune mani, alcuni gesti, poi, non voglio proprio dimenticarli, e cerco di memorizzarli meglio che posso. Per esempio, quella specie di carezza che mi fece il chirurgo, mentre mi stavo addormentando, prima di operarmi e liberarmi dal tumore. E le mani del Dott. Plastico, mentre mi muoveva le braccia come se stesse cercando di aggiustare una bambola. E ancora, le mani della caposala, l’unica che si è assunta il rischio di continuare a picchiettare fino a trovare una vena buona nel mio braccio, ed evitarmi buchi altrove. Infine, la mano sicura dell’infermiera che mi ha fatto la prima flebo di chemio rossa, e tutte le mani di coloro che mi hanno pulito, sollevato, vestito, accompagnato in bagno, quando non ero in grado di farlo da sola.
Ma poi penso che quelle mani ogni giorno toccano persone diverse, e non lasciano impronte. Fanno mille volte gli stessi gesti ripetitivi, per quanto importanti, e poi uscite dal loro ruolo preparano la cena, accarezzano il gatto, sfogliano un libro. E mentre cotone, garze e guanti finiscono nel cestino, noi pazienti scendiamo dai lettini e ce ne torniamo a casa, a proseguire le nostre vite.
A volte mi chiedo se quelle mani desiderano solo essere lavate, per cancellare per sempre questo contatto, o se hanno bisogno di conservarne un vago ricordo, come faccio io.
Perché dico che riconoscerei quelle mani ad occhi chiusi, ma forse mi sbaglio, forse non è così. Ma è questo quello che mi piace pensare, perché mi fa credere di essere speciale, e di affidarmi ogni volta a qualcosa di non estraneo, ma simile a me.

Qui il post originale.

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