La mia storia (una storia come tante)

La prima a intuire che qualcosa non andava sono stata io: una sera di maggio del 1999, davanti alla televisione, mi sono passata una mano sul seno destro. Ho avvertito una zona dura, assolutamente non dolorante, molto diversa da tutte le “palline” (fibroadenomi) che negli anni avevo avvertito facendomi l’autopalpazione. Mi sono un po’ preoccupata, ma razionalmente sapevo di avere, nei sei mesi precedenti, fatto due ecografie ed una mammografia, risultate tutte negative. Il giorno dopo ho però fissato un appuntamento con  l’ecografista. Dopo due giorni ero da lui. Mi ha visitato, fatto una ecografia e diagnosticato una infiammazione, quasi sicuramente dovuta, diceva, al fatto che per due giorni avevo continuamente toccato la stessa zona. Per tre mesi sono stata “trattata” con una pomata ed un anti infiammatorio a base di ananas. Questo perchè ero giovane. Undici anni fa, ancora, si riteneva che alla mia età fosse molto difficile che si trattasse di cancro, quindi meno costoso procedere con tentativi poco impegnativi. Solo la mia costanza e l’incontro con due medici che hanno preso a cuore la situazione mi hanno permesso di essere qui a raccontare la mia storia. Questi due chirurghi, uno dei quali è una cara amica, hanno capito, con una semplice palpazione, che con molta probabilità si trattava di un cancro. Sono stata operata dopo due giorni, ho ricevuto l’esito dell’esame istologico dopo tre giorni e nell’arco di una settimana ho fatto la mastectomia. Dopo due settimane ho iniziato la chemioterapia: ho recuperato, per fortuna, parte del tempo perso in precedenza.
Il mio era un cancro, come spesso lo definisco parafrasando il titolo di un film “brutto, sporco, e cattivo”. Aveva cioè fra le peggiori caratteristiche che un cancro possa avere: grandi dimensioni, alta aggressività, recettori negativi. Non che una diagnosi di cancro abbia mai risvolti positivi, ma nel mio caso un oncologo poco sensibile e forse anche poco aggiornato non si è sentito di garantirmi più di sei mesi di vita.
Ho dovuto affrontare, oltre alla mastectomia,  una pesante chemioterapia..
Il cancro alla mammella, oltre ad una invalidità fisica che chiamerei, per una donna, vera e propria mutilazione, lascia anche una invalidità mentale. Niente è più come prima: i miei progetti sono cambiati, anzi, per un lungo periodo non ci sono stati. La progettualità mi faceva persino paura. Ogni volta che qualcuno mi parlava di qualcosa che sarebbe successo dopo sei mesi, un anno, subito il mio pensiero era: “chissà se io sarò ancora al mondo a quel tempo” o, nei momenti più ottimistici era: “chissà in che condizioni sarò a quel tempo”.
Proprio per questo stato d’animo alla fine del percorso di chemioterapia, mi sono ritrovata a non avere alcuna energia da dedicare al lavoro. Soprattutto ad un lavoro impegnativo. Le poche energie erano rivolte soprattutto a mia figlia. Ed il lavoro era una attività che mi impediva di vivere appieno soprattutto la sua crescita, per questo mi è diventato insopportabile. Rinunciavo ad una carriera molto brillante, a battaglie e sacrifici fatti per raggiungere un traguardo ambizioso (in Europa eravamo solo due donne a fare quel mestiere). Ma stavo rischiando molto di più: lasciare questo mondo senza che mia figlia si ricordasse quasi della sua mamma.
Per un anno non ho lavorato affatto, poi ho accettato alcune collaborazioni, ed infine ho iniziato un lavoro da impiegata part-time in un settore completamente diverso, dove non avevo alcuna esperienza e dove ero cosciente  che avrei avuto poche soddisfazioni. Piano piano mi sono creata uno spazio, ho acquisito competenze, e ho qualche piccola soddisfazione.
Nel frattempo anche il mio matrimonio è naufragato. Il mio ex marito non ha retto la situazione. Per usare parole sue “non se la sentiva di stare vicino ad una donna che poteva  ammalarsi di nuovo”. Forse anche per questo si è legato ad una donna molto giovane, quasi ad esorcizzare con la giovane età il pericolo di una malattia.
Non ho mai nascosto di avere il cancro, a nessuno, parenti, amici ed anche semplici conoscenti. D’altra parte i cambiamenti del mio corpo (perdita di capelli, colore verdadastro della pelle, gonfiore generale) non permettevano nemmeno di tenerla  nascosta. Comunque è anche nel mio carattere condividere con le persone amiche i miei problemi. Le reazioni sono state diverse:qualcuno mi è stato molto vicino, altri sono “scappati”, incapaci di affrontare una persona malata. In un certo senso li capisco: stare vicino ad un malato di cancro non è sempre facile, non è un genere di sensibilità che si impara. Per questo è molto più facile parlare con chi condivide questa esperienza: basta uno sguardo, una parola, e l’intesa è immediata.

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