Come stai?

Tutti mi chiedono la stessa cosa: Come stai? Come va?
Però non tutti lo chiedono allo stesso modo e non tutti ricevono la stessa risposta.
Ci sono le persone che si vedono ogni tanto, un incontro casuale per strada o al supermercato, entrambi in altre faccende affaccendati e con sì e no il tempo per un saluto frettoloso. Chiedono “Come stai?“, è normale, è quello che si dice sempre quando ci si rivede, soprattutto se è passato molto tempo dall’ultima volta. Si aspettano di sentirti dire “Tutto bene, grazie!” e per la verità non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che la risposta possa essere un’altra, non sono minimamente preparati ad affrontare qualcosa del tipo “Così così, sai, ho avuto il cancro…”. E ti pare davvero una scortesia sbattergli in faccia una cosa del genere, però “Bene” ti pare una bugia troppo grossa (e se poi lo vengono a sapere da qualcun altro?) e allora magari te la cavi con “Non c’è male, ho avuto qualche problemino di salute, ma adesso va meglio”.

Poi ci sono quelli che conoscono la storia, ma ti chiedono “Come stai?” solo per sentirsi rispondere “Bene”. Non vogliono un’altra risposta, se appena appena accenni a qualcosa che non va, un disturbo, un sospetto, tagliano subito corto: “Ah, no, vedrai che non è niente.” Non vogliono sapere, solo essere rassicurati. Loro.

I menagramo sono fortunatamente una minoranza. Sono quelli che aspettano voracemente le cattive notizie, pronti poi a divulgarle (ma in confidenza, mi raccomando!) con un’aria sapientemente afflitta che maschera a fatica la soddisfazione per il fatto che la disgrazia sia capitata a qualcun altro e non a loro. Vampiri che si nutrono dell’altrui sofferenza. Questi sotto sotto godono a sentirsi rispondere “Male”, quindi l’unica risposta possibile diventa “Benissimo, alla grande!”. Con un sorrisone a trentadue denti.
Pussa via, vade retro, va’ a succhiare il dolore di qualcun altro!

E poi ci sono le persone come voi che state leggendo, quelli che davvero vogliono sapere come sto, pieni di sincera speranza e pronti a rallegrarsi se le cose vanno bene, ma capaci anche di accettare risposte negative, di capire che posso stare male e avere paura. E che magari non ho sempre la forza di rassicurare tutti.
Anche a queste persone si fa fatica a rispondere che non stai bene, perchè sai che ci tengono, che ci restano davvero male. E allora cerchi di proteggerle, di minimizzare, di tenere per te tutta la negatività, perchè è inutile far preoccupare anche loro, soprattutto quando la paura è solo teoria.

Ma chi mi chiede sinceramente “Come stai?” merita una risposta sincera.
Non sto bene in questi giorni. L’addome mi dà fastidio, a volte mi fa male, la gamba destra s’informicola e si intorpidisce. Può darsi che sia ipocondria, oppure solo la palla che fa i capricci. Oppure no.
Così continuo ad oscillare tra piccoli progetti che sanno di futuro (offerte per nuovi lavori, canzoni da imparare per i saggi di fine anno, un corso di teatro…) e prudenza scaramantica (aspettiamo a rinnovare la tessera annuale che non si sa mai…).
C’è di buono che le cose da fare sono sempre tante e le giornate passano veloci, mi sembra di aver fatto ieri la risonanza, invece sono già passati cinque giorni. Ne mancano solo quattro.
Qui il post originale

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2 risposte a Come stai?

  1. Giacomo ha detto:

    Ciao
    mi chiamo Giacomo ed ho 54 anni.
    la mia è una storia molto comune ma sconosciuta al tempo stesso al di fuori di qui.
    A 50 anni mi stato diagnosticato un linfoma NH,una malattia bastarda che và fortemente combattuta ma almeno finchè in remissione ti permette di conviverci.
    Ma cosa cambia in te che fino ad un certo punto hai condotto una vita normale,lavoro,famiglia,amici,vacanze ecc quando entri in questa situazione?
    Continui a vivere tra una terapia e l’altra,un controllo ed un’altro e senti questa spada sulla testa.
    Lavori vedi amici vai in vacanza ma è la tua dimensione che cambia ed è una cosa che solo chi è dentro capisce.
    La tua affezionatissima moglie con la quale condividi tutto,glii amici più cari non riescono ad entrare in questa visione dell’esistenza che da bidimensionale è diventata tridimensionale.
    Insomma la gente ti chiede come stai ma non come ti senti dentro e non riuscire a trasmettere queste sensazioni ti dà un senso di solitudine e di vuoto immensi.
    Solo una persona nella tua stessa situazione capisce e dopo un minuto che la conosci ti sembra tuo fratello.
    Ma che dobbiamo fare la comitiva dei malati.Boh!!
    Forse se ci facessero un bel film per la gente sarebbe più facile e per noi eglio di un ciclo di chemio.
    Un abbraccio.
    Giacomo

  2. Mia ha detto:

    Ciao Giacomo!
    Certo, è difficile far capire agli altri come ci si sente di fronte a un cambiamento così devastante, ma penso che non dobbiamo cedere alla tentazione di dividere il mondo tra “noi” che abbiamo avuto il cancro e “gli altri”.
    È naturale sentirsi più in sintonia con chi ha vissuto un’esperienza simile alla nostra, ma io sono convinta che le persone che ci sono più vicine siano smarrite quanto noi di fronte alla malattia, anche se magari cercano di rassicurarci, di non farci capire la loro preoccupazione per non caricarci di un altro peso.
    È vero, chi non l’ha provato sulla propria pelle non potrà mai capire davvero cosa si prova, ma adesso che sono “dall’altra parte”, assistendo alla malattia di mia madre, mi rendo conto che anche per i malati è difficile capire la paura e l’angoscia dei familiari e degli amici, che probabilmente si sentono altrettanto soli, spaventati e incerti.
    A volte mi chiedo se non dovremmo trovare il coraggio di condividere apertamente le nostre paure, senza tentare sempre di proteggere dal nostro dolore le persone che ci circondano. I nostri blog in fondo servono anche a questo e forse, almeno un po’, funzionano.
    Tanti affettuosi auguri!
    Mia

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