La vera storia…o almeno l’inizio

Dico sempre che parlare della malattia mi fa bene. Ma mi accorgo che in realtà faccio solo degli accenni. Questo perchè io ho sempre avuto il “dono” della sintesi…riesco a raccontare tutta la mia vita in 4 frasi di 5 parole ciascuna. Ho deciso di provare ad essere più prolissa ed a raccontare di me, della mia “avventura” diciamo a puntate. Cercando di scrivere tutto. perchè io mi ricordo tutto. Mi ricordo pure come ero vestita il giorno in cui sono arrivata in ospedale.
Un giorno (era martedì) ho fatto le analisi. Il giorno dopo in ufficio ho detto alla mia collega che avrei voluto stare a letto per un mese perchè ero stanchissima, ma non mi aspettavo che sarebbe successo davvero. La sera ero a cena con il mio ragazzo. Mi chiama mio padre dicendomi che devo tornare a casa perchè deve parlarmi. Siamo un pò seccati da quella interruzione ma lui è categorico:devo tornare. E va bene. Andiamo a casa e lui mi dice “domani andiamo a Pescara” ed io “no, devo andare a lavorare”. Lui squote la testa, niente lavoro domani. Solo ora mi accorgo che ha gli occhi lucidi. Mia madre piange. Mio fratello ha il viso letteralmente grigio. Ops…c’è qualcosa che non va. “Le tue analisi non vanno bene. Hai una infezione del sangue e devi curarti. Dovrai fare chemioterapia ma tra qualche mese starai bene”. Non hanno nominato la leucemia ed io non ho capito perfettamente il discorso. Ero un pò ottenebrata. Quella sera lui rimane a dormire con me. E’ la prima volta che dormiamo insieme sotto lo stesso tetto dei miei genitori. Durante la notte mi sveglio e lo sento singhiozzare. Lo abbraccio e gli dico che andrà tutto bene; d’altra parte a me lo ha detto mia madre e quindi sono sicura che sia veramente così. La mattina ci mettiamo in macchina in famiglia. Lui resta a casa con lo sguardo spaurito. So che andrà da sua madre e che lei lo aiuterà a superare il momento e quindi non mi preoccupo. Qualche tempo più tardi mia madre mi confesserà che quello del viaggio è stato il momento più doloroso della sua vita. Ancora oggi se ci pensa le vengon le lacrime agli occhi (e a me a scriverlo si stringe lo stomaco perchè i primi giorni per me sono stati i più terribili). Arriviamo a Pescara, all’ospedale. Lì mi imbatto nel primo (e fortunatamente unico) caso di malasanità. O meglio di cretinaggine…non mi viene un termine migliore. Passiamo dal pronto soccorso. Io ho una impegnativa del medico che recita “sospetta leucosi acuta” e mi trovo davanti ad una infermiera che ride e scherza con un suo affascinante collega perchè non riesce a scrivere la L di leucosi. Ma io dico: sei una infermiera e stai scrivendo che forse ho la leucemia. Ma che ca..o ti ridi? Un pò di rispetto no? Io ero lì davanti a lei che piangevo disperata e lei rideva? Mamma mia che rabbia…quel pronto soccorso proprio non lo consiglierei a nessuno. La stessa infermiera fa un pò di storie. Mica si può ricoverare qualcuno così, solo perchè lo dice il medico di base! Per fortuna abbiamo un amico medico che fa il primario lì (ma ti pare che devi affidarti agli amici per una cosa simile?). Lui viene a prenderci e ci porta dritti dritti nel reparto di ematologia. E qui per fortuna entriamo nel “paradiso del malato” . Si perchè qui tutti sono gentili ed umani, mi fanno le analisi del sangue e moltissime domande. E’ così che scopro che avevo tanti sintomi da tempo ignorati. Sono piena di lividi (lo so che sembra che mi picchino, ma non è vero!), ho le gengive sanguinanti, sono tanto stanca  che mi è capitato di addormentarmi davanti al pc, mi sveglio la mattina in un bagno di sudore. Non avevo dato peso a nulla di tutto ciò e invece…Quel primo giorno non mi fanno una diagnosi certa. Per quella ci vogliono una biopsia ed una scintigrafia ossea che mi faranno domani. Ma mi ricoverano ugualmente perchè anche se non possono dirmi che tipo di leucemia ho, una cosa la sanno per certa:ho la leucemia

P.S. Tanto per la cronaca, portavo un top rosa confetto, pantaloni neri, giubetto di jeans e dei bellissimi sandali rosa 🙂

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Come tutto ebbe inizio – parte seconda

Alcuni giorni fa vi ho raccontato di come si arrivò alla diagnosi. Anzi, er essere precisi, mi fermai un pò prima.
Oggi riprendo il mio racconto.
Come ricorderete, eravamo rimasti che io ero ridotta ad una sorta di mocio vileda umano e che il mio medico di famiglia continuava a non volermi far fare accertamenti.
Come ultima cosa, vi dissi che il mio ex, esasperato dal mio continuo grattarmi e da tutti gli altri miei comportamenti folli di quel periodo, parlò dei miei problemi con suo padre, tecnico di laboratorio in ospedale.
Il padre capì al volo.

Cercò una scusa per portarmi in ospedale senza farmi spaventare. Io all’epoca avevo sul collo e sotto l’ascella dei piccoli ciccioli di carne e lui mi chiese se volessi toglierli. Accettai.
Il suo scopo, in realtà, era quello di capire cosa stesse succedendo. Aveva già un’idea piuttosto precisa, ma voleva una conferma. Mi portò dall’allergologo. Il medico andava molto di fretta e mi dedicò poco tempo, ciò non di meno, decise di farmi fare le prove allergiche, sia quelle che si fanno attraverso i piccoli graffi sugli avambracci, sia quelle che si praticano con i cerotti sulla schiena. Secondo lui, per quel poco che aveva visto, poteva anche essere una brutta forma di allergia al Nichel.

Sulle mie braccia non erano comparsi ponfi di sorta, quindi bisognava solamente aspettare due giorni e togliere i cerotti. Nel frattempo, credo quello stesso giorno, il padre del mio ex mi fece fare le analisi.
Il 21 agosto fu il compleanno di mia madre. Mi fecero alcune foto, di quelle che faccio enorme fatica a guardare perchè non sembro io. All’epoca tenevo un album per le mie foto. La prima risale al mio primo compleanno. L’ultima, quella che chiude l’album, risale al 21 agosto. il giorno prima che tutto cambiasse. Il giorno che divise il “prima” dal “dopo”. A volte la vita ci lancia dei segnali molto precisi, ironici forse.  
Il 22 agosto andai, sempre con il padre del mio ex, a togliere i cerotti e a fare altre analisi. Lui sapeva già che i prelievi che avevo fatto pochi giorni prima non andavano bene, ma voleva prima vedere cosa risultasse dalle altre prove allergologiche.

Stavolta, l’allergologo si dedicò a me con molta più calma. L’infermiera strappò i cerotti e si sentì un coro di “ooooh!!” seguito da grasse risate. Non ero allergica praticamente a niente. Tranne alla colla dei cerotti. Avevo la schiena color aragosta e, a quanto pare, una cosa del genere non l’avevano mai vista.
Mi ci vollero tre giorni a spalmare olio johnson per togliere i residui di colla. Facevo luce da quanto ero rossa!
Fatto sta che l’allergologo decise di sentire un pò come stavano i miei polmoni.
“Inspira lentamente, espira…brava, così. No, non tossire! Cosa succede?”
“Non lo so, mi capita spesso. A volta, tossendo, mi ritrovo in bocca una pappetta bianca, un pò come il rigurgito dei neonati.”
“Capisco. Reflusso gastroesofageo. Io non so chi è che ti ha detto che sei allergica, ma i tuoi non sono assolutamente i polmoni di una persona allergica. Mi fai vedere la gola? Umh. Sembra quasi ustionata. Tra la tosse e il reflusso hai la gola molto rovinata. Hai bisogno di una lastra al torace e di altre analisi. Subito.”.

Il padre del mio ex mi accompagnò in radiologia. Feci la radiografia. Dopo circa un’ora, venne da me con la lastra in mano e lo sguardo preoccupato.
“Romina, c’è qualcosa che non va nella lastra.”
“Nel senso che non è venuta bene? Devo rifarla?”
“No, non hai capito. Nella lastra c’è qualcosa che non ci dovrebbe essere.”.
Da questo momento in poi si fa tutto un pò confuso. Non riesco a mettere bene in sequenza temporale alcuni episodi. Purtroppo non stavo benissimo di testa. La mancanza di sonno, lo stress e il malessero mi avevano resa poco lucida.
Ricordo che mi portò di corsa in ematologia per parlare con uno specialista. Il Dott. P., il quale prese in mano la lastra e, non lo dimenticherò mai, nel guardarla scosse la testa e allargò le braccia, con lo sguardo frustrato.

Ecco. Questo è uno di quegli indizi che innescano la vaga percezione di qualcosa di lievemente sbagliato..d’altro canto, la mia sagacia e la mia perspicacia sono leggenda. Il fatto che, a guardare la lastra, sembrava che io avessi due cuori uno accanto all’altro, non so perchè ma non mi convinceva…

Quello stesso pomeriggio, mio suocero venne a casa mia con il referto della lastra e le analisi. Con una scusa, spedi me e il mio fidanzato di allora (suo figlio, ovviamente) fuori casa. D., il mio ex, ne sapeva sicuramente più di me e suo padre gli aveva chiesto già prima di arrivare di tenermi lontana da casa almeno un’ora.
Intanto, suo padre parò con i miei genitori. Gli disse che con ogni probabilità si trattava di leucemia o comunque qualcosa di molto simile. In ogni caso il problema era molto serio ed avevamo perso veramente tanto tempo.
Quando tornai a casa, i miei genitori avevano la stessa espressività di una maschera di cera. Anche quello fu uno degli indizi che mi fece sospettare che forse, forse, il medico di famiglia si sbagliava.

Scherzi a parte, io sapevo perfettamente di non essere nè isterica, nè depressa, nè allergica. Lo avevo sempre saputo. Alla fine, dato che tutti continuavano a ripetermelo da mesi, una parte di me credeva a questa versione. Ma la vocina dentro di me continuava, rabbiosa ed insistente, a ripetermi “c’è qualcosa che non va, c’è qualcosa che non va”. Nel momento in cui ebbi conferma che avevo sempre avuto ragione, paradossalmente, iniziai a sentirmi meglio. Avevo una paura fottuta, ma sapevo che non ero pazza e questo mi era sufficiente a sentirmi meglio. Erano i miei genitori, ora, a stare male. Quella sera, mamma cerco di mettermi a parte del minimo indispensabile di verità. Disse che, con ogni probabilità, era  un tumore, ma che lei non sapeva se fosse benigno o meno. Cercò di farmi coraggio come poteva, mi disse di non preoccuparmi. Mi bastavano il suo sguardo e il volto teso, però, a capire che si, era il caso di preoccuparmi.

Io ancora non avevo il rapporto confidenziale che ho ora con gli aghi. L’infermiera era molto inesperta. Non prese la vena al primo colpo. Invece di sfilare l’ago e riprovare, iniziò a girare l’ago a casaccio dentro al mio braccio, sperando che l’ago beccasse miracolosamente la vena. Mi fece molto male. Intervenne una delle infermiere più esperte, che col tempo imparai a conoscere, cacciò con forza la pivellina (io le avrei assestato anche una pedata ma ero troppo stranita per farlo) e fece il prelievo.
Fuori dalla porta della saletta per le analisi, vedevo mia madre agitarsi in modo anomalo. Cercava di chiudere la porta, faceva strani cenni alle infermiere. Loro non capirono e non ebbero modo di chiudere la porta per evitare che io vedessi cosa stava succedendo. Passarono due infermieri che trascinavano una barella. La persona che vi era stesa sopra aveva il lenzuolo steso sul viso. Più tardi seppi che era un ragazzo della mia età, 21 anni.
Quando vidi la barella capii immediatamente. Mi cadde tutto addosso: la paura, lo stress, l’angoscia per quel prelievo così faticoso…svenni.
Quando mi fui ripresa, parlammo con una dermatologa perchè, contestualmente, avevo avuto un lieve problemino di pelle. Praticamente avevo le squame. Quel che più attirava l’attenzione, però, era l’enorme brufolo sullo zigomo destro. Sapete che ho ancora il segno lasciato dal maledetto? Albergava sereno sulla mia faccia da settimane. Era enorme. Una roba che era impossibile non notare. Non ne sono sicura, ma in un paio di occasioni ho avuto la sensazione di sentire delle voci provenire dall’enorme bubbone…
Uscendo dallo studio dell’ematologa con le mie prescrizioni per l’Ictiane e un sacco di altre creme e cremine, trovai i miei genitori che parlavano con l’ematologo, il Dott. P. Mi chiese aggiornamenti e io, a mia volta, volli essere informata delle ultime novità. Mia madre, a quel punto, in uno slancio di protezione prese per il gomito l’ematologo e cercò di trascinarlo via.  Lui, non appena capì cosa voleva fare mamma, le disse “Signora, no. Romina è maggiorenne. Se c’è qualcuno con cui devo parlare è lei. Se proprio vogliamo dirla tutta, è Romina a dover scegliere in che misura informare voi…”. Il Dott. P. è uno di quei santi medici che ritiene indispensabile che il paziente sia perfettamente informato di quanto gli sta accadendo. Divenne il mio mito. Un pò meno quello di mia madre…

Mi disse, lì, nel corridoio, che era necessaria una bipsia. L’avrei fatta il giorno dopo, contestualmente alla tac.
Tornammo a casa in silenzio. Io, ripeto, nonostante la paura mi sentivo in qualche modo sollevata. La sera preparanno il borsone per il mio ricovero. Pigiami, spazzolino, libri e tutto il resto. Il mio stato d’animo era di profonda confusione. Andava tutto così veloce. Non provavo niente. Ricevevo le informazioni e le elaboravo come fossi un robot.

Il giorno dopo, tornammo in ospedale. Entrai in radiologia e mi preparai per la prima tac della mia vita…ah, la prima tac non si scorda mai…
Mentre ero stesa, cullata dal ronzio della tac, accadde qualcosa di incredibile e inaspettato: mi addormentai.
Pensate quanto dovevo essere stanca per addormentarmi in quella situazione. Secondo me, in parte era dovuto perchè la mia tensione stava già calando. Ok, gente esperta stava venendo a capo del problema, un problema che esisteva davvero. Mi sentivo più tranquilla.

Ad un tratto, il mio sonnellino venne interrotto dai medici e dalle infermiere. Si stavano preparando per la biopsia al torace. Ecco. Ora accadde qualcosa di veramente sgradevole.
Si aprì la porticina che collega la stanza dove si trovano il macchinario e il paziente da quella dove sono i radiologi. Si aprì e tutto quello che io captai era una parola che finiva in “-oma”.

“-OMA”?! Ma che siete matti? No-no, niente -oma. Lo so che -oma vuol dire tumore. No, no, no, non se ne parla. Si, lo so che me lo dovevo aspettare, ma non è mica carino dirlo sul serio. Porca paletta, che ha detto? Finiva in -oma, ok, ma la parte prima com’era? C’era una m? una n? Boh. Porca paletta, non dormo da mesi e mi appisolo nell’unico momento in cui dovevo essere perfettamente vigile!
Uno dei medici indicò un’area del mio stomaco e disse “c’è del materiale anche qui, e qui, e qui.”
Materale? Che materiale. No, ovviamente si riferisce all’ovatta che hanno poggiato sulla mia pancia. A che altro? Il problema poi è davanti ai polmoni, è lì che mi hanno detto che ho una massa di 11cm, mica nello stomaco. Il medico tirò fuori lo strumento per la biopsia e lì fu la fine.

I miei pensieri sconnessi si interruppero quando venni circondata dalla pattuglia di camici bianchi. A quel punto ebbi un attacco di panico e non fui in grado di capire più niente. Ricordo solo che tremavo e battevo i denti, nonostante fosse agosto. Non riuscivo a respirare e piangevo

Tutto quello che il radiologo fu in grado di dire ad una ragazza di 21 anni, in preda ad un attacco di panico perchè stava per fare una biopsia che conferamasse un cavolo di “qualcosoma” fu:
“Senti, quando hai finito diccelo che magari lavoriamo”. Per fortuna, l’infermiera dimostrò grande umanità. Ringhiò contro il radiologo e mi fece un pò di coccole. Mi stringeva la mano, mi diceva di stare tranquilla, che tutto si sarebbe sistemato e che però la biopsia era necessaria. La sua voce mi cullò e smisi di piangere. Dopo qualche minuto dissi che ero pronta.
Disinfettarono una zona appena sopra il seno sinistro e il medico brandiva quello strumento inquietante. Chiesi che mi venisse coperto il viso in qualche modo, non volevo vedere. La dolcissima infermiera mi poggiò la mano sugli occhi.
Ad un tratto, venni “accoltellata” la prima volta. Non presero materiale sufficiente e seguirono altre due biopsie in rapida successione. Devo dire che, passata la prima, la seconda e la terza mi spaventarono molto meno. Ok, non è così terribile, però ora ne ho fatte 3 e potete anche farmi uscire di qui.

Mi portarono fuori sulla barella, ero stremata e trovai la mia famiglia lì ad aspettarmi. Mamma chiese dove mi avrebbero portata. Terapia intensiva, fu la risposta.
Terapia intensiva? Confermo: voi siete scemi. Io in terapia intensiva non ci vado. No-no. Datemi il tempo di riuscire ad articolare una frase e poi vi faccio vedere io. Tutto voglio sapere, tutto. Vi faccio un terzo grado come non l’avete mai visto. Ah, come riprendo l’uso della parola…

Ad un tratto, entrati nel corridoio che portava alla terapia intensiva riapro un attimo gli occhi e vedo…la Madonna. Ecco, lo sapevo. Certo, non mi aspettavo un trapasso così repentino. Peccato, non ho neanche visto la luce in fondo al tunnel. Chiudo gli occhi e li riapro. Come non detto, è una statua della Vergine a grandezza naturale.
Davanti a me c’è un ragazzo con lunghi capelli rosso scuro legati in una coda, camice e cuffia verdi, occhi castani, barba. Data la giovane età, penso si tratti di un infermiere. Mi chiede come mi sento. La risposta che vorrei dargli è “tu cosa ne pensi?” ma la mia educazione – nonchè il fatto che sono troppo stanca per parlare – me lo impediscono. Farfuglio qualcosa senza senso e il bel ragazzo dai capelli rossi (che in realtà è un medico) si dà una risposta da solo.
A questo punto inizia il mio ricovero, che sarà, oltre alla chemio, la parte più lucida e rilassata del mio racconto.
Per ora, però, ve lo risparmio…alla prossima puntata, sempre su questi schermi!

Il post originale è qui

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Nella salute e nella malattia

Sono questi gli impegni che ci prendiamo quando amiamo qualcuno, figlio, genitore o coniuge che sia…
In salute e in malattia: se è un autentico rapporto d’amore, il patto è implicito, anche se non viene formalizzato.
Io ho vissuto gli ultimi 2 anni da malata e da parente di un malato di cancro e sono qui a riflettere sulle diverse prospettive che si aprono in questi casi.
Quando vivi la malattia sulla tua pelle, il mondo ti crolla addosso, ti chiedi perchè proprio a te, ti guardi intorno e con rabbia furente vedi che le mamme degli altri bambini sono in perfetta forma, ti angosci sugli esiti istologici, impari una terminologia medica che fino a pochi mesi prima era lontana anni luce dalla tua vita giovane e spensierata.
Pensi subito alla morte: immagini, macabramente, il tuo funerale, pensi alle cure devastanti cui dovrai sopporti, pensi alla tua famiglia, non ti alzi dal letto (almeno i primissimi tempi, tra la scoperta e la diagnosi).
Poi, piano piano metabolizzi la paura e la rabbia, entri nel tunnel col tuo carico di speranze e di promesse e ti fai forza. Poi ti operi, segui tutti i protocolli, i controlli, torni a ridere, poi ti rialzi dal tuo dolore, esci dal tunnel e impari a convivere con una nuova te stessa, grintosa, straordinaria che non pensavi di essere.
Essere vicino a un malato di cancro è più difficile. E’ più difficile perchè non hai il controllo della situazione, perchè non vuoi vedere una persona amata soffrire, perchè pensi di voler essere al suo posto (io ho più grinta, più pazienza), perchè non vuoi che muoia, mai.
E’ più difficile perchè non riesci a parlare con lei di morte, di gioie e di speranze, è più triste perchè saresti disposto a tutto pur di tenerla in questo mondo. Già, saremmo disposti a tutto, forse ad accettare anche uno stato “vegetativo” pur di sentire ancora la sua mano calda tra le nostre.
I nostri parenti, che vivono le nostre ansie e i nostri dolori, sono straordinari perchè ci amano teneramente, cercano di supportarci sempre in ogni modo, pregano per noi e vogliono la nostra presenza. Io spesso, di questo, mi sono dimenticata ed è capitato che fossi insofferente o scostante. Ma chi sta vicino a un malato di cancro fa fatica a seguirne gli umori, a decifrarne i pensieri, a sapere se è il momento giusto.
Ecco, il malato, a volte, è insensibile, ma il parente, per lo più, è sempre lì.

www.hoilcancromasorrido.splinder.com

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Marzo

Dopo la diagnosi della malattia, dopo il susseguirsi dei camici bianchi e le ricerche a tarda notte su internet venne un momento in cui ebbi la necessità di parlare con qualcuno. In italiano. Che non fosse un medico, che non fosse estraneo alla mia situazione. E’ così che ho conosciuto Davide e poi Romy e poi altre persone che hanno condiviso la loro storia, una al mese, fino a formare un calendario:

Marzo
Mery, Varese

Sono Mery e ho 36 anni. 3 anni e mezzo fa mi è stato diagnosticato un carcinoma mammario. Mi sono sottoposta a chemioterapia, intervento chirurgico, radioterapia e terapie di prevenzione. Mi hanno indotta in menopausa e ho dovuto accantonare i miei progetti più importanti: sposarmi e diventare mamma. Avevo solamente 33 anni, ero giovane e ingenua, pensavo che questo tipo di malattia colpisse solo le donne più mature di me.
Pensavo: “E’ impossibile che mi sia capitata una cosa del genere! Il tumore viene alle altre, non a me!” Durante le terapie ero debilitata ma non potevo sprecare le mie forze per pensare “Perché è successo proprio a me?” e quindi mi sono detta: “Fuori il coraggio Mery, reagisci!” Fortunatamente con la mia forza di volontà, l’amore dei miei genitori, l’amore del mio fidanzato ora divenuto mio marito e presto papà di nostro figlio, e grazie alle cure mediche, posso dire di essere guarita e finalmente posso sognare ancora…–br– Ho potuto riprendere in mano i miei progetti e ricominciare a vivere una vita nuova perché di questo si tratta: può sembrare strano, ma dopo questa esperienza mi sento rinata! Sono stata accolta con molto amore nel reparto di oncologia. Mi sono sentita sempre serena. I medici, in particolare l’oncologo mi ha curata non solamente attraverso le medicine (che per fortuna esistono) ma sopratutto con la sua umanità. L’idea di non poter avere figli mi faceva impazzire ma lui mi incoraggiava sempre dicendomi di avere soltanto un po’ di pazienza. Mi sono fidata sin dall’inizio. Dopo tutte le terapie ho aspettato un po’ di tempo e sono riuscita finalmente a realizzare il mio sogno.
Aspetto un bambino e mi sento la donna più felice del mondo.
Il tumore alla mammella colpisce senza distinzione di età. Il consiglio che posso dare a tutte le donne è quello di superare la pigrizia e la paura, trovare il coraggio e sottoporsi agli esami preventivi. Servirsi della prevenzione per giocare in anticipo contro tale malattia può essere non solo utile per migliorare la qualità della vita delle donne ma talvolta può essere la loro, la nostra salvezza. Durante il periodo della malattia ho scritto un libro. Mi è servito molto scrivere, è stato un modo per capire quello che stavo vivendo e provando, poi pensando a tutte le donne che stavano vivendo il mio stesso disagio ho pensato di raccontare la mia esperienza per cercare di trasmettere la positività e la forza che sentivo, per far capire che nella lotta contro il cancro non siamo impotenti, ma la nostra forza di volontà è la prima medicina, quella che permette alle varie terapie mediche di ottenere i risultati migliori.
Il libro “Il caffè di mio padre” parla di emozioni, paure ma soprattutto di rinascita: “Quando un giorno il destino ha posto sul mio cammino una malattia come il cancro, ogni cosa ha perso di significato, tutti i punti che pensavo fossero fermi nella mia vita, sono andati in frantumi. Inaspettatamente, il problema è stato per me la molla per reagire.”

 

Qui trovate il post originale.

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Come tutto ebbe inizio – prima parte

   Finora non ho mai parlato di come si è arrivati alla diagnosi di linfoma.
In realtà, non è qualcosa di cui parlo volentieri. Il motivo di questa mia reticenza è che ricordare quel periodo mi è molto doloroso. Parlo con serenità della malattia, della chemio, ma il “pre” non è un aspetto di cui parlo con facilità.
Penso sempre che la mia trafila, che divertente non è stata, abbia avuto uno scopo, perchè mi ha arricchita.
Tutto quanto viene prima della diagnosi per me è solo un tormento gratuito. Col tempo forse riuscirò a vederlo in modo diverso, ma a distanza di quasi sei anni ancora faccio fatica a rapportarmi con quel periodo.
Il contesto in cui tutto ebbe inizio era questo: avevo 21 anni, studiavo Lingue e Comunicazione Internazionale, adoravo la mia facoltà, avevo un fidanzato da più di anno, vivevo con i miei genitori, i miei nonni materni e mio fratello. Mia sorella aveva già il secondo bambino. Tutto sommato, andava tutto bene.

Per quanto lo realizzai solo diverso tempo dopo, tutto iniziò nel dicembre 2004.
Giusto qualche settimana fa, a casa di mia sorella trovai delle foto del giorno di Natale di quell’anno. Avevo un’aspetto piuttosto truce. Il motivo era una brutta tosse che mi trascinavo da un paio di settimane. Avevo dolori intercostali ogni volta che tossivo. Prendevo uno sciroppo che solo dopo diversi giorni si dimostrò efficace.

La tosse, secca, fastidiosa, tornò sul finire del mese di gennaio del 2005. Eravamo un pò tutti malati, in quel periodo. Io, mio nonno e mia madre avevamo tutti e tre la tosse. Solo che la mia, effettivamente, era un pò diversa dalla loro. Non si trattava di tosse grassa. Ciò non di meno, il medico di famiglia prescrisse a tutti e tre lo stesso sciroppo.  Niente da fare. Mio nonno, che all’epoca era uno “sbarbatello” di 84 anni, aveva avuto tempi di recupero decisamente migliori dei miei. Strano, pensavo. Avevo sempre avuto una salute di ferro. Ok, a sei anni mi avevano tolto le tonsille perchè uno streptococco grosso come un labrador aveva dichiarato le mie tonsille “territorio occupato”, ma sono cose che capitano. A parte questo piccolo incidente di percorso, non avevo mai avuto neanche l’influenza. 

La tosse non passò mai completamente. Andava e veniva. Iniziava ad essere abbastanza forte da svegliarmi la notte. Tornai dal medico, mi prescrisse un antibiotico. Nel frattempo, accadde anche qualcos’altro. Iniziò il prurito.
E’necessaria una premessa: parlo di prurito per mancanza di una parola migliore. Quel che prude non è la pelle. E’una sensazione strana, molto simile ma non uguale al classico prurito. E’come se a prudere non fosse la pelle, ma il sangue. Non credo che chi non abbia mai sperimentato possa capire bene cosa intendo, però, per comodità, chiamiamolo prurito. Sarebbe diventato quello il sintomo peggiore.

La mia tosse continuava, a febbraio il medico mi fece provare un altro paio di sciroppi ma secondo lui non mi avrebbero aiutata. Tossivo moltissimo, soprattutto la notte. A volte iniziavo a tossire all’improvviso, nel sonno, e rimanevo senza fiato perchè non riuscivo a smettere di tossire. A questo andava aggiunto il prurito, che giorno dopo giorno divenne molto fastidioso. Ogni tanto mi capitava di rendermi conto di essermi graffiata le braccia.

A marzo, la situazione divenne piuttosto pesante. La tosse era diventata una costante. Andai nuovamente dal medico, chiedendo se non fosse il caso di fare degli accertamenti, magari delle analisi. Disse di no. Pensava che fosse una tosse di natura psicosomatica. Del prurito non gli parlai. Era qualcosa di cui mi vergognavo molto, forse perchè era qualcosa che saltava parecchio all’occhio e in casa venivo costantemente ammonita per questo mio continuo grattarmi, che veniva scambiato per un vizio, una sorta di tic.

Le settimane passarono e si arrivò al mese di aprile. Intervennero i disturbi del sonno. Non riuscivo a prendere sonno e mi capitava spesso di svegliarmi la notte per via della tosse. Rimanevo senza fiato. Anche il prurito mi rendeva difficile prendere sonno. Mi vergognavo da morire del mio prurito. La verità è che stavo iniziando ad andare fuori di testa. Cercavo di farmi passare il prurito in tutti i modi. Le mani mi tormentavano. Le grattavo contro la spalliera del letto. Arrivai a grattarle persino con i pettini e le spazzole. Iniziarono a spaccarsi, ovviamente. Sono passati mesi e mesi prima che le mie mani tornassero normali e non si vedessero più i segni delle spaccature e dei graffi che mi provocavo pur di porre fine al prurito. Anche i piedi non mi davano tregua. Ricordo che una notte di fine marzo (lo ricordo bene perchè avrei avuto di lì a qualche giorno un esame di letteratura inglese) mi grattai violentemente un piede nudo con l’altro piede, che era coperto da un calzino. Mi tolsi la pelle. Si vedeva la carne viva. Mi vergognavo da morire dello stato in cui mi ero ridotta. Fasciai il piede (che ovviamente mi faceva urlare di dolore ogni volta che indossavo le scarpe) e cercai di tenere nascosto quello che mi ero fatta. Qualche giorno dopo, mi ritrovai a dover nascondere col fondotinta tre profondi graffi che mi ero fatta sotto il collo.

Contestualmente, iniziai a perdere peso. Non me ne resi affatto conto, ma ero molto dimagrita. I jeans mi andavano larghi, eppure non ci feci caso. Ero entrata in una spirale che ormai aveva qualcosa di psicotico.
La notte dormivo sempre meno. Il mio sonno era fortemente disturbato. Come ho accennato in un altro post, in quel periodo stavo leggendo “Il Codice Da Vinci”. La notte facevo sogni confusi in cui alteravo la trama e al mattino non riuscivo a riprendere il filo del romanzo perchè non distinguevo i sogni che facevo da quello che effettivamente c’era scritto sul libro.
Il prurito non mi dava tregua e dovevo costantemente fare in modo che i graffi non si vedessero. A volte mi grattavo con una violenza tale (e con qualsiasi strumento: spazzole, stoffe ruvide e quant’altro) che ancora oggi porto i segni. Orrore infinito. Solo a scriverlo sento le lacrime agli occhi.
La tosse peggiorava. Era un continuo. Passavo le notti a tossire. Nonna, la mia meravigliosa nonna, a volte entrava in camera mia per portarmi una caramella alla menta nella speranza che bloccasse quel sempiterno pizzico alla gola.

In casa pensavano che fossi sull’orlo dell’esaurimento. Non pensarono minimamente che ci fosse davvero qualcosa che non andava su un piano prettamente fisico. D’altronde, il medico aveva detto che andava tutto bene. Bene un paio di palle, scusate il francesismo. I miei nonni erano preoccupati. Un giorno sentii questa conversazione tra mio nonno e mia madre, che pensavano non potessi sentirli perchè ero nell’altra stanza. Mio nonno disse a mia madre “Portala di nuovo dal medico, costringilo a farle fare accertamenti, quel prurito non è normale, può essere un tumore!”. Mia madre rispose che ero solo nervosa, che era tutto un tic, solo problemi psicosomatici, che non bisognava assecondarmi perchè sarebbe valso solo a peggiorare le cose. Lo diceva anche il medico che ero strana io per motivi miei. Mamma ripetè di non darmi spago, non dovevano fare i medici pietosi, o la piaga sarebbe diventata purulenta. Diciamo che mamma era per le terapie d’urto, via…
E poi, io mi vergognavo a parlare apertamente col mio medico. Più di ogni cosa, non volevo che sapesse del prurito e del fatto che mi grattavo in continuazione. Non volevo che vedesse i segni, che nel frattempo erano ovunque. La mia pancia sembrava una cartina idrografica, la schiena, le gambe, le braccia anche.
Il mio fidanzato era piuttosto seccato perchè ero strana, questo mio continuo grattarmi era fastidioso anche solo a vedersi. Mi sentivo molto sola.

Verso aprile o maggio, il medico venne a casa a visitare mio nonno. Nonna gli chiese di visitarmi di nuovo perchè tossivo veramente troppo. Il medico neanche voleva. Mi auscultò le spalle. Tutto quello che disse fu “i bronchi sono puliti, le vie aeree superiori sono pulite, non posso farci niente.”. Di nuovo, non volle che io, nonostante le insistenze, facessi le analisi o una lastra al torace.
Io stavo sempre peggio. La notte piangevo sempre. Con l’arrivo dell’estate iniziai a trovare macchioline di sangue sul cuscino. Non era il solito sangue che trovavo sulle lenzuola e che proveniva dalle zone che mi grattavo. Avevo iniziato a tossire sangue.
Tornai dal medico con la federa del cuscino. Ero magra. Gli occhi scavati. Il viso tirato. Ero piena di graffi. Mi sono resa conto di quello che era il mio aspetto solo dopo la diagnosi, riguardando le foto. Lì per lì ero troppo presa a tenere nascosto tutto per rendermi conto.

Arrivò l’estate. Il pensiero dell’estate del 2005 mi dà i brividi. Erano finite le lezioni all’università, e la mattina lavoravo con mio padre. Non diedi molto peso alla cosa perchè avevo altri pensieri e comunque era estate ed era naturale che succedesse, ma sudavo in modo inusuale. Avevo quasi delle “caldane”.
La notte non riuscivo a chiudere occhio. Tornai dal medico. Molto seccato, decise che probabilmente ero allergica. Mi diede gli antistamicini, senza neanche farmi fare le prove allergiche. In effetti, mi capitavano cose strane che potevano far pensare all’allergia: mi veniva spesso l’orzaiolo e anche gli orecchini d’oro mi provocavano infezioni.
La notte non dormivo più. Mi addormentavo alle 5:30 del mattino e alle 7:00 dovevo alzarmi per andare a lavorare. Dato che non dormivo, studiavo. Calendarizzai 7 esami in una sola sessione. Odiavo andare a lavorare perchè ero nervosa, avrei mandato al diavolo tutti i clienti e il fatto di essere lì mi impediva di grattarmi. I clienti facevano domande su come mi ero procurata tutti quei graffi. “Ma, sa…la gatta è un pò permalosa…”.

Alla fine, mia madre prese in mano la situazione, perchè io da sola non ne venivo fuori e se ne era resa conto. Sempre convinta che fossi esaurita, mi accompagnò dal dottore. Fu lei a parlare per me. Gli raccontò tutto, persino del prurito. Poi uscì dallo studio e mi lasciò sola col dottore. Scoppiai in lacrime e tirai fuori tutto. Gli dissi che ogni notte per me era diventata un’incubo, che piangevo sempre ripetendomi “C’è qulcosa che non va -c’è qualcosa che non va” come fosse un mantra. Gli raccontai che durante il giorno vedevo delle ombre che non esistevano.
Decise che, dopotutto, non solo ero allergica, ma ero anche esaurita. D’altronde, che prentendi, se studi contemporaneamente per sette esami è il minimo che può capitare. Provai a spiegargli che il punto non era che non dormivo per via dello studio ma il contrario: studiavo perchè tanto non dormivo, lo studio mi rendeva felice, non era quello il punto. Dato che era un uomo parecchio sveglio, rifiutò la mia richiesta di fare una lastra al torace dicendo “non te la faccio fare perchè tanto non risulterebbe niente”. Lui non lo sapeva, ma il “niente” di cui parlava era una massa di 11 cm situata nel mediastino, senza tenere conto tutte le altre che avevo accanto al cuore e sotto al diaframma.
Mi prescrisse delle pillole per dormire, l’halcyon. Io avevo una gran paura di usarle, quel genere di farmaci non mi è mai piaciuto e soprattutto, dentro di me, la stessa voce che gridava incessantemente “c’è qaulcosa che non va” mi diceva che non avrebbero funzionato.
Così fu. Finiti gli esami, raggiunsi i nonni nella loro casa al lago, dove si rifugiavano d’estate per scappare al gran caldo. La speranza era che mi rilassassi un pò. Per altro, con il mio fidanzato di allora eravamo parecchio ai ferri corti ed era il caso che cambiassi aria. Non cambiava niente. Ero uno straccio. Una sera ero talmente disperata che buttai giù 4 pasticche. Non mi aiutarono e decisi di buttare quelle che restavano prima di fare qualche cretinata. Quando realizzai che avrei potuto sentirmi male, e che nonno e nonna non avrebbero avuto la lucidità, in preda al panico nè di chiamare l’ambulanza, nè di capire cosa fosse successo, mi vergognai da morire.
Tornai a Roma a fine luglio. Mi sentivo un pò meglio. Continuavo a non dormire, ma essermi allontanata da casa effettivamente aveva giovato. Arrivò agosto. Venne a stare da me per qualche giorno una mia amica svedese. Mi riferì che, nel sonno (la mia unica ora di sonno) non avevo smesso un momento di grattarmi le mani contro la spalliera del letto. Ero uno straccio. Non mi reggevo più in piedi. Presto tutto tornò come prima, peggio di prima.
Dormivo meno di tre ore per notte, ero dimagrita oltre dieci kg, piena di graffi, stanca, disperata e mi sentivo sola e avevo paura di essere completamente impazzita. La vocina che ripeteva “c’è qualcosa che non va”, non era molto rassicurante.
A quel punto, il padre del mio ex, tecnico di laboratorio in ospedale, ascoltando quello che il figlio gli aveva raccontato di me capì al volo e forse mi salvò la vita.
Quel che accadde dopo preferisco spiegarvelo un’altra volta, ora devo tirare il fiato perchè sento che il cuore mi batte forte e che sto serrando forte le mascelle. Come sempre succede quando mi agito, mi è venuto l’eritema pudico e ho il petto pieno di chiazze rosse.
Per ora è meglio finire qui. E’già tanto che abbia parlato di alcune cose. Del fatto che mi grattassi con “armi improprie” non avevo mai neanche parlato.
Prossimamente, vi racconterò di come si sono evolute le cose dal momento in cui il padre del mio ex prese in mano la situazione.
A presto,

Romina

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Tabù nr. 2 – versione breve

Mi dibatto tra appunti da anni ormai, quindi adesso vi beccate almeno due post sullo stesso tema.
Buona lettura e tanta allegria, mi raccomando!

Tabù nr. 2: della morte e del morire per il malato di cancro

Avere il cancro, in particolare un cancro curabile, ma non ancora guaribile, significa affrontare con una certa maggiore centralità di prospettiva la propria concreta finitezza nel tempo, ovvero la morte.
Morire tuttavia è l’unica parola che il malato di cancro non potrà utilizzare MAI. L’atto di morire sarà l’unico gesto che il malato di cancro dovrà fingere di ignorare, mentre si sottopone a ogni tipo di vessazione medica per evitare l’eventualità appunto di tirare le sue simpatiche cuoia una volta per tutte. Ma dovrà farlo con l’apparente agilità di uno che sta lì perché quest’anno non aveva  un piano ferie alternativo, non certo perché non ha scelta.
Il malato pieno di vigore, anche solo psicologico, che, consapevole di tutta la sua situazione, non intende passare la giornata a piangersi addosso, verrà considerato uno che forse non ha ben capito, povero cuore. Il malato debilitato dalle cure che comincerà a farsi domande sulla morte, propria, religiosa, filosofica e concreta, verrà invitato a fare finta di niente, perché se pensi alla morte, ti butti giù e, soprattutto, muori sicuramente prima. E peggio.
Fare battute sulla propria morte è permesso solo a quei pochi fortunati esseri umani dotati di sincera e intelligente ironia, circondati da cari dotati di ancora maggiore sincera e intelligente ironia. Altrimenti è di cattivo gusto. O troppo doloroso per chi ci ama, nella maggior parte dei casi.
Avere il cancro e pensare alla morte, senza il conforto di poterlo fare in compagnia, buttandola pure in vacca di tanto in tanto perché ridere aiuta, è una delle cose più tristi che tocca vivere a chi si è ammalato, credetemi.
Per fortuna i malati di cancro sono gente intimamente perfida, si sa, e aprono blog come piovesse, così da allietare tutti gli incauti passanti su ogni tipo di terrore, tremore, paura, nera allegria, vogliosa malinconia vitale e infinita meraviglia legata alla propria esistenza e a quella che si teme, ci si immagina, si attende, si pensa, ci si interroga che sarà la propria dignitosa (speriamo) morte.
Perché, per fortuna, nessuno come un malato di cancro sa che vivere è molto più importante che avere paura.

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Tabù nr. 2 – versione lunga

Il cancro è il Voldemort delle malattie. Meno si nomina e meglio si pensa di evitarlo. Come nel caso di potteriana derivazione, anche questa è una cazzata. Ce lo siamo detto già altrove. Ci abbiamo aperto un portale apposta chiamato così. Ma il motivo di tanta paura è che legata alla parola cancro c’è la parola morte.
E, nella nostra cultura, non si muore.
Morire è peccato.
Morire è essere sconfitti.
Morire è vergognoso.
Abbiamo tutti paura di morire, ma guai a dirlo. Lo fai solo se stai lì lì. Altrimenti, non si sa mai, portasse sfiga.
Ma è vero, di cancro si muore. Eh già. E adesso vi parlo di questo.
Diciamocelo subito, una diagnosi di cancro non si sottrae mai a una riflessione sulla fragilità della vita e sulla sua sorte. Alcune diagnosi più di altre. Tipo la mia. Tuttavia, grazie alle mie figlie, la vita mi ha reclamato dal primo momento della diagnosi. E benché abbia capito dal primo momento cosa avevo davanti e le conseguenze che questo avrebbe potuto avere in primo luogo proprio per le mie figlie, ho capito subito che morire non mi spaventava. Mi spaventa il dolore, la perdita di dignità che accompagna il dolore fisico. Come tutti – e lo avete visto anche qua – sono spaventata dalla sofferenza e dal dolore, ma non temo di finire all’inferno col culo bruciato da un ipotetico sadico angelo nero. Morirò, come tutti, e la mia esistenza si dissolverà lasciando, spero, luminescenti ricordi. Forse da quando mi sono ammalata ci penso di più, è vero. Ma non sono pensieri cupi. O non sempre. Spesso, più che altro, è come se preparassi meglio la mia anima alla convivenza con la consapevolezza della fine. E questo è un esercizio salutare. Che mi allarga il cuore, non me lo stringe di paura. Anzi. Perché a meno di grandi rivolgimenti, la mia prognosi va da due a un massimo – eccezionale – di 15 anni di sopravvivenza dalla diagnosi. Ho ben chiari i confini della mia condizione e sono pronta a esplorarne i limiti ed eventualmente a superarli se la scienza me lo consentirà. Ma non posso fare finta di non aver letto queste statistiche. Questo in qualche modo significa che il pensiero della morte mi è spesso vicino. Non come uno spauracchio, non come un mostro pauroso. Semplicemente ci penso. Penso che vorrei dimagrire, penso che devo comprare a Nina uno zaino più leggero. Penso che Lilla dovrebbe fare nuoto. Penso che sarebbe figo andarsene in California quest’estate. Penso alla morte, e mi chiedo se è meglio morire quando le mie bimbe sono piccole così mi dimenticano prima. Poi penso al mio nuovo lavoro, alla nuova mostra.  Mi ricordo che devo farmi fare il certificato per il lavoro, e che manca il latte. Poi penso che la vita è di chi resta e che non posso tenere tutto, tantomeno il futuro di chi amo, sotto controllo. Penso a cosa cucinare questa sera, e a fare qualcosa di carino nel weekend. E magari di farci scappare anche un po’ di romanticismo con Obi. Oppure non penso a niente e mi godo la vita che faccio proprio in questo momento. Proprio adesso.
Ma, attenzione, se questa cosa la dico ad alta voce intorno a me si fa il vuoto o peggio.  Perché, per carità, nessuno muore. Tanto più se hai il cancro. Che sei matto?! Vai a parlare di corda a casa dell’impiccato?  E se lo fai tu, no, proprio non puoi farlo, meglio non aprire bocca su questo (e i suoi allegri derivati). Perché se lo fai, vuol dire che “non pensi positivo”, “ti stai buttando giù” “certo non puoi pensare di guarire, se pensi a morire” e tutta questa marea di frasi fatte che le persone utilizzano con noi perché semplicemente hanno una paura fottuta di morire. Loro. Non io. Perché io lo so che morirò e probabilmente di cancro. E fino ad allora non ho intenzione di soffrire più di tanto, ma neanche di fare finta che vivrò fino a 150 anni e che diventerò sempre più gnocca nel frattempo. Ma, sia chiaro, non ho intenzione di risparmiarmi nulla che possa servire a curarmi ed, eventualmente, a guarirmi. E ho intenzione di vivere felice, mica triste perché ho una grave malattia.
Ma hanno tutti una paura tremenda. Le persone che ci sono più vicine non toccano questo argomento, e non solo non lo toccano direttamente, ma se solo solo cerchiamo di spiegare quanto è difficile vivere questa naturale precarietà dell’anima, si allontanano spaventate. O spariscono. O ci trattano male.
Meglio così.
Penso che, tutto sommato, questo tabù stia bene dove sta. Non è (ancora) il momento di occuparmi delle derive pratiche e organizzative di una mia eventuale dipartita. Va bene così.
Ma penso che sia una grave limitazione della nostra cultura, in generale, aborrire la morte come il nemico più grande. Ignorando che essa, con la vita, è parte di una stessa onda.
Ed è sconfortante sapere che, quando ci sono i giorni neri, non abbiamo nessuno Obi e io, nessuno se non l’un l’altra, da guardare con la consapevolezza della nostra situazione, della nostra condizione.
Perché gli altri non ci stanno ad affrontare questo guado insieme a noi. Nessuno è abbastanza coraggioso, ahimé.
Per fortuna noi due si.

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Anni…versario

 

Ho pensato spesso, in questi giorni, a cosa avrei scritto oggi. Non è un giorno qualunque, non per me, e non può passarmi davanti agli occhi come un quadratino qualsiasi sul calendario.

Perchè oggi è l’otto febbraio. L’otto febbraio 2010, esattamente un anno fa, poco dopo mezzogiorno, mi è stata letta la diagnosi di carcinoma al seno.

Spesso durante l’anno trascorso sono andata col pensiero a quel giorno, il ricordare è un bisogno che sento forte ancora oggi perchè (e lo scrissi anche) in certi momenti vivo ancora in quella specie di “bolla” in cui ti senti catapultata quando ti succede qualcosa di particolarmente intenso da reggere emotivamente. Sempre meno, per fortuna, ma succede ancora.
E’ trascorso un anno. Le cure non sono ancora finite, i controlli chissà se finiranno mai; il medico mi aveva detto “un anno di tempo, se basta, per curarti”, un anno non è bastato ma non andrò avanti ancora per molto per fortuna. Spero.

Dell’otto febbraio scorso mi porto dentro i volti che mi hanno accompagnato e mi stanno accompagnando durante il percorso, chi mi ha curato e mi sta curando ha tutta la mia stima anche se con qualcuno mi sono scontrata piuttosto pesantemente. Ma penso che quando arrivi a scontrarti con qualcuno per poi risolvere positivamente una questione non è mai tempo buttato, anzi forse un rapporto guadagnato.

Mi porto il ricordo di una paura che ha avuto i suoi alti e bassi, a momenti più intensa e a momenti più lieve, ma che mi ha lasciato attorno uno spettro di cui non mi libererò mai più. Lo penso ogni giorno: se il mio corpo è stato capace di farmi questo tipo di scherzo una volta, nulla gli impedisce di rifarlo.  Ma ci ho fatto amicizia. L’oncologo me lo ha detto una volta: ci devi imparare a convivere. E così è. Ho avuto paura di morire. L’ho ancora, anche se fatico ad ammetterlo: in fin dei conti sto ancora facendo infusioni preventive, non ho la certezza matematica che nessuna cellula maligna anarchica insurrezionalista non se ne stia facendosi il nido qua e là a mia insaputa.  Ma fa parte della mia vita e non mi impedisce di vivere contenta di quello che ho, dei risultati che ottengo, dei lati buoni della faccenda.
Porto con me la consapevolezza di aver tirato fuori le unghie, cosa che non facevo da anni, e non è una cosa da buttare.

Porto il ricordo degli istanti più dolorosi, più difficili, più devastanti che abbia mai vissuto finora: dopo aver sentito la frase “in effetti c’è un tumore”, uscita dalla bocca del dottor Clooney,  credo di essere entrata in una specie di trance, perchè non ricordo più nulla se non parole buttate qua e là: chemioterapia, perderà i capelli, intervento, menopausa indotta, non solo curare ma guarire, novantotto per cento, parliamo col chirurgo… parole e pezzetti di frasi che emergevano dalla confusione totale in cui sono piombata in una frazione di secondo, e a cui riuscivo a rispondere dentro di me solo “no, no, no, Portatemi via di qui, voglio uscire, mi manca l’aria, ho un attacco di panico”. Come per dire, non sta succedendo, tra poco Papigà mi da uno scossone e mi sveglio nella mia camera, col gatto sul petto, è ora di portare il Power all’asilo.
Uscita dall’ambulatorio ho chiamato il mio medico, cercando di tirar fuori la voce gli ho detto come stavano le cose, mi ha risposto “vieni subito, ti aspetto”. Nel salire in macchina ho fatto due telefonate. La prima, a mio fratello che era a Genova. La seconda, a Laura, che si è offerta di dirlo lei a Meg e non ho potuto dire di no. Poi il silenzio più totale. Lungo la strada l’unico pensiero che riuscivo a fare, e che mi lacerava l’anima metro dopo metro, era “come faccio a dirlo alla mamma”, perchè pensavo che se fosse successo a mio figlio sarei impazzita. Vicino a me mio marito, con gli occhi gonfi, cercava di concentrarsi sulla guida.

Ho pianto tutto quello che potevo piangere per una decina di giorni. Poi mi sono rialzata, e sono partita. Ho fatto il sentinella, iniziato e finito le chemio, sono stata operata e tutto il resto, la storia è scritta in queste pagine e sono ben felice di averla scritta.  Per me, per chi mi vuol bene. Soprattutto per me. Perchè è stato un anno terribile, ma è stato un anno di vita, vita che non considero tempo perduto ma vita piena, intensa, con sfaccettature inaspettate, dolorose ma non inutili. Questo credo che sia quello che conta di più, in fondo: non buttare niente.
E’ passato un anno. Sono qui a scriverlo, e mi ritengo fortunata. Immensamente fortunata. Per un sacco di buoni motivi.

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La funambola resta saldamente sulla fune

Non stappo la bottiglia, non esulto, non mi dico – e nessuno mi dirà – che ormai l’ho sfangata. Non mi ci fregano più, e se avessi gli attributi maschili me li gratterei vigorosamente per scaramanzia. Però sono contenta. E sollevata.

Con la tac ho concluso i controlli e raggiunto il traguardo – di nuovo! – dei cinque anni di buona salute. Con tutto il pacchetto di esami andrò da Zeta per stabilire se dovrò continuare con la cadenza semestrale, se devo continuare a farmi di Enantone e Femara, e per quanto. Un po’ d’insofferenza nei confronti del mio equilibrio ormonale alterato e depresso c’è, ma giuro che non romperò, e farò quello che il capo comanderà.

Quando il caro radiologo Esse – che sta leggendo il libro di cui è uno dei protagonisti  – è uscito per venirmi a dare buone notizie mi ha detto: “Puoi scrivere che Esse oggi aveva un sorriso così…”

Lo scrivo: Esse mi ha fatto un bel sorriso, va tutto bene, anche lo stupido angioma del fegato è lì, buono buono, non ci spaventa più.

La corda su cui procedo è salda, ai passi da funambola alterno quelli da danzatrice. Perché la danza è stata la riscoperta felice di questi ultimi mesi. La gioia del movimento, della musica, dell’equilibrio.

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Marie Fredrikson sconfigge il cancro e torna con i Roxette

  Ricordate i Roxette, il mitico gruppo svedese che negli anni ’80 e ’90 spopolava su tutte le radio con pezzi memorabili come “It must have been love” (colonna sonora di Pretty Woman”), “She’s got the look”, “Joyride” e tanti altri?
Fu il loro rock scanzonato, unito al carisma della cantante Marie Fredrikson, a renderli famosi in tutto il mondo.
Da circa dieci anni,però, non si sentiva più parlare di loro. Il motivo è il cancro al cervello che ha colpito, nel 2002, la cantante del duo, la bella Marie Fredrikson.
La notizia è che, nonostante gli interventi, la chemioterapia, la radioterapia e gli strascichi della malattia, oggi Marie e il chitarrista Per Gessle sono pronti per lanciare un nuovo album, il cui titolo sarà “Charm School” e che uscirà il 15 febbraio anticipato dal singolo “She’s got nothing on (but the radio)”.
Bentornati Roxette, bentornata Marie!

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