La psicotraumatologia oncologica

Ieri ho sentito al telegiornale questo termine che non conoscevo: psicotraumatologia oncologica. Ho seguito attentamente la spiegazione, in relazione ad un convegno sull’argomento che si è tenuto all’Istituto Regina Elena di Roma.
In particolare veniva messo in luce il fatto che le persone che hanno ricevuto una diagnosi di cancro, anche dopo aver superato i fatidici 5 anni ed essere stati dichiarati guariti, non riescono a sentirsi tali, non riescono a pensare ad un futuro concreto.
Questa paura è sostanzialmente legata al trauma di aver scoperto di avere quella malattia che ancora in molti chiamano un brutto male. Una diagnosi del genere infatti in primo luogo fa pensare alla morte, ad una grave incertezza del futuro.
Si sa insomma che, comunque andrà, la vita non sarà mai più quella di prima. E già solo pensare ad un futuro anche a breve termine nella vita diventa difficile. (Per fortuna poi molte volte le cose vanno meglio di quanto si possa sperare).
Sentirsi dire di avere il cancro equivale a dire addio alla propria esistenza come la si è vissuta tutti i giorni fino a quel momento e anche, forse, dire addio a tanti dei propri sogni. E’ una sorta di lama che taglia in due la linea immaginaria della propria esistenza.
Ne deriva quindi (ma è logico, non c’è bisogno di dirlo) che quando si riceve questa diagnosi, si subisce un grosso trauma.
Il convegno  (aperto solo agli addetti ai lavori) mirava  a mettere in luce l’esigenza di accompagnare la persona malata di cancro e poi guarita con un sostegno psicologico idoneo a farla riappropriare di una maggiore serenità nella propria vita. Uno sostegno concreto per cercare di far superare il trauma iniziale a chi ha ormai la malattia alle spalle.

La trovo un’iniziativa molto bella.

Un po’ come la clinica nata al’interno dell’Istituto Tumori di Aviano, dedicata a chi ha già superato i cinque anni libero da malattia:

http://www.aimac.it/__kquUmA==_8_nea.html

Insomma, ci si può anche sentire guariti dal cancro quando gli anni cominciano a passare, ma le ferite interiori restano…

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L’innominato

La scorsa settimana ho letto questo post (clic). Parla di medici che hanno paura di dire come stanno le cose e piuttosto che dire cancro, usano il termine “neoplasia” che non tutti conoscono. Un malato lo conosce bene ma quando scopre di avere il cancro, e non è ancora pratico di tutti i termini ad esso collegati, magari non ne conosce appieno il significato e può chiedere “ma allora ho il cancro?”.

La mia esperienza personale diretta è assolutamente in linea con tutto ciò. Mi ricordo ancora quando dissero ad un mio giovane compagno di stanza (16 anni) che aveva il cancro. In realtà non gli dissero proprio niente. Solo che aveva una malattia seria da curare. Io ero presente in camera e mi ricordo di aver pensato che, nei suoi panni, mi sarei chiesto quale malattia avessi perché il dottore non me lo stava dicendo. Certo, la giovane età di questo ragazzo potrebbe essere stata la causa delle parole scelte da questo medico, peraltro un medico fantastico, è lo stesso che ha operato me. Però neanche a me hanno detto chiaramente le cose e di anni ne avevo 30, non 16. Credo che la frase “hai il cancro” non si sia azzardato nessuno a dirla. Hanno usato termini come “calcificazione” (questo prima della TAC che diede la diagnosi definitiva), “intensa attività cellulare” e stupidaggini del genere. Ricordo benissimo che mia madre, che era lì con me quel giorno ed è tutto tranne che una sprovveduta in materia avendomi già curato e accudito vent’anni fa, mi chiese cosa avesse detto il dottore, cosa volesse intendere con le sue parole perché la parola cancro pare proprio che non l’avesse pronunciata.

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In alto i calici

E’ nato!!Ce l’abbiamo fatta. Dopo mesi di progettazione, 18.500 email per gestire insieme il tutto,  cumuli di idee, proposte e quant’altro, oggi possiamo finalmente annunciare che la nostra Creatura è online.

La trovate qui:

http://oltreilcancro.it

Di cosa si tratta, vi chiederete…
Siamo (per ora…) 10 bloggers.

Ci siamo conosciuti in rete e abbiamo scoperto che, chi prima chi dopo, stavamo raccontando tutti la nostra esperienza con quella malattia che non si può nominare.

Fateci caso…
Nei discorsi delle persone spesso viene fuori questo argomento, perché purtroppo questa malattia è molto diffusa.
Ma le teste si avvicinano, la parola viene sussurrata, quasi con terrore:“Ho saputo che la signora F. ha il…”, “A sua suocera hanno diagnosticato il…”, “Dio non voglia che non abbia un …”…e la parola è sempre quella: CANCRO oppure TUMORE (ovviamente nella sua accezione maligna…).
C’è esitazione, riserbo, ansia nel pronunciare questa parola perché fa tanta tanta paura. Diciamocelo chiaro: per tutti la parola CANCRO è sinonimo di MORTE.
Non si riesce a pronunciare la prima senza pensare alla seconda.

Invece ci sono persone ( e mi ci metto anche io), spesso colpite dalla malattia in un’età in cui si dovrebbe pensare a tutt’altro, -come si direbbe nella letteratura italiana: nel pieno della vita- che hanno avuto una reazione completamente diversa: perché non raccontare in rete la malattia?
Perché non affrontarla apertamente sul web, dove si ha più possibilità di essere sinceri, senza vergogne? E dove si può avere la fortuna di incontrare qualcuno che ti capisca davvero perché sta affrontando la tua stessa battaglia.

E così i nostri blog che parlano di cancro sono diventati 1 +1 +1 +1 +1 e via dicendo.

Dalla rete siamo passati agli incontri in carne ed ossa, scoprendo un mondo di persone fantastiche e perfino (non è una bestemmia) RINGRAZIANDO la malattia perché ci ha dato la possibilità di conoscerci.

Widepeak e Giorgia hanno lanciato l’idea. Noi non abbiamo dovuto fare altro che guardarci negli occhi, stringerci per mano, per capire che questa cosa si poteva, anzi si doveva fare.

Così è nato Oltreilcancro.it.

Ed ecco che cos’è, come recita un estratto dal comunicato stampa:

Oltreilcancro.it è un sito web in cui si parla di chemioterapia, di nausee, di parrucche, di anche sbilenche e della forza inesauribile della vita quando, anche davanti alla malattia, non ci si rassegna affatto ad aspettare il peggio, ma anzi si decide di tirare fuori il meglio di sé e dalla situazione.Per andare oltre, appunto.”

Le nostre voci, TUTTE INSIEME, per dare coraggio a chi si trova a vivere la malattia, per chi si trova ad affrontare il mostro per la prima volta.

Sappiate che noi ci siamo! Oltreilcancro.it è la nostra blogterapia.

(E vi preghiamo di diffondere il più possibile il nostro blog collettivo, per far sì che diventi un piccolo punto di riferimento per chi sta affrontando il cancro – naturalmente senza NESSUNA pretesa medica, ma solo di esperienze messe a disposizione).
Grazie a tutti voi che passerete a trovarci…

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Come una funambola

Premessa: non è affatto facile fare la recensione di un libro scritto da una tua amica, che tra l’altro ha un blog che leggi sempre e una storia di malattia molto simile alla tua (almeno nella prima parte). Il libro di Giorgia (Come una funambola – Dieci anni di equilibrio sul cancro) però è talmente bello che non rischio di essere fraintesa se esprimo il mio giudizio del tutto positivo anche qui, mettendolo nero su bianco.
Il problema, per me, se mai è un altro: fin da quando ho scoperto il blog di Giorgia, alla fine del mio ciclo di terapie per prevenire le recidive del tumore al seno, leggere le sue parole mi ha suscitato sempre tante emozioni contrastanti. La paura, prima di tutto, perché non esiste persona al mondo che abbia avuto un tumore e che non sia spaventata all’idea che possa ripresentarsi, come appunto è successo a lei; la fiducia, perché Giorgia racconta con semplicità una storia di duplice vittoria, anche se non fa sconti quando descrive i passi più drammatici della sua esperienza; infine, la serenità, perché Giorgia ci descrive i suoi dieci anni di equilibrio sul cancro come una strada difficile ma percorribile, la sua strada.
Io non so se la strada di Giorgia assomiglia alla mia, né per quanto riguarda le tappe né per il modo di affrontarla, però leggendo il suo libro vedo tracciato un incredibile percorso, e noto soprattutto il grande valore di questa donna, proprio come quando, in un numero di equilibrismo, si rimane rapiti dai movimenti del funambolo e si dimentica quasi del tutto la paura del vuoto. Giorgia è una vera condottiera, tanto che riesce a trascinare familiari, amici, dottori e anche noi lettori con convinzione dietro di sé nel suo percorso funambolico, in bilico su questa corda così sottile. Questo è il motivo per cui consiglio Come una funambola a tutti quelli che vogliono cercare di capire anche solo con la lettura cosa si prova a vivere “in equilibrio sul cancro”. Espressione che comprende, non dimentichiamolo, anche il delicato equilibrio tra medico e paziente e il difficilissimo equilibrio tra malato, famiglia e società.
Per concludere, quindi, non posso fare altro che rubare le belle parole scritte nella prefazione del libro dal Dott. Zeta, oncologo di Giorgia:
“Raggiungere questo prezioso equilibrio è raro, ma non impossibile. È allora che si combatte la stessa battaglia e si condivide la stessa trincea”.

Come una funambolaQui il post originale

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Chiarezza

Sto infilando, uno dopo l’altro, dei post nient’affatto divertenti e mi dispiace, ma tant’è.
Ho appena finito di leggere un articolo su Internazionale nella sezione Scienza preso dal New Yorker, di Atul Gawande e non vi cito il titolo sennò vi deprimete subito. Diciamo che affronta una questione molto molto difficile per chi è malato e devo dire che lo fa generando obiezioni e osservazioni che credo sia utile fare per tempo. Ma magari non andatevelo a leggere prima del finesettimana.
Ad ogni modo, la prima cosa a cui mi ha fatto pensare è la gratitudine verso il mio oncologo, Mr. Clint.
Come praticamente tutti (l’ho scoperto in seguito) io sono arrivata alla diagnosi in maniera piuttosto confusa. Benché avessi a disposizione veramente ogni tipo di risorsa (Obi all’epoca lavorava nell’ospedale dove sono stata presa in cura), forse proprio l’eccesso di zelo ha fatto un gran casino. E mi ricordo che erano in almeno 8 i medici il giorno che mi hanno dovuto comunicare il tipo di situazione in cui mi trovavo.
Nessuno di questi usò la parola cancro.
Tutti usavano la parola neoplasia.
Cazzo è la neoplasia???
Avevo capito che era roba seria, ma non appena usciti dall’ospedale, camminando storditi per strada, ho chiesto a Obi: “Ho il cancro, vero?”
Perché mica ero poi così sicura, cavolo, neoplasia, voi lo sapevate? Insomma, meglio sfatare ogni dubbio da subito.
Tra quegli 8 medici, per diversi motivi, non fu Mr. Clint a spiegarmi la mia situazione, ma un chirurgo. Brava persona, però un tantino sopra le righe, se capite quello che voglio dire.
Poco prima di cominciare la chemio, ma poco dopo quella giornata di diagnosi, ebbi invece modo di sedermi davanti a Mr.Clint e di parlare con lui. Non sapevo che sarebbe stata una discussione importante e andai da sola. Mi dispiace ancora oggi perché penso sarebbe stato molto importante che accanto a me ci fosse Obi e, in qualche modo, forse, anche mia madre.
Ebbene Mr. Clint fu molto chiaro, per niente emotivo, per niente freddo, mi spiegò che – con i farmaci ora a disposizione – il tumore che avevo non poteva guarire, essendosi esteso ai polmoni, ma poteva essere curato con terapie che mi avrebbero garantito una buona qualità della vita, anche molto molto a lungo. Molto a lungo mi piacque molto. Mi piacque molto anche buona qualità della vita, avevo una bambina di un anno e una di 3, buona qualità della vita era fondamentale.
Ad ogni modo, questa cosa che mi disse Mr. Clint io poi ci ho messo tanto tempo a capirla in tutta la sua sostanza. Ma penso sia la cosa di cui sono maggiormente grata in tutto il mio percorso medico, dopo l’ecografista libanese che per primo ha visto il tumore. Ogni tre mesi, è quella conversazione che ci ripetiamo, con Obi, con Mr. Clint, con mia madre che se la scorda ripetutamente, con me stessa quando è necessario. E se ho parlato di guarigione poco fa, non è che sia perché mi sono scordata che per me, dal punto di vista medico, non è al momento possibile, ma perché sto provando ad estendere il concetto di guarigione oltre il limite della medicina.
In seguito, quando, per le pratiche di invalidità, qualche stronzo dipendente zelante mi mise il dubbio che, tutto sommato, il mio sussidio non sarebbe durato tanto, tornai da Mr. Clint e con estrema chiarezza gli chiesi: “C’è qualche domanda che le devo fare? C’è qualcosa che mi deve dire? Hanno ragione a dirmi che non ho così tanto tempo davanti? Posso essere sicura che, se e quando, la mia situazione cambierà sarò la prima a saperlo e a prepararmi?”. E non è stato facile fare quelle domande, credetemi. Mr. Clint si fece una amara risata alle spalle dei dipendenti dell’invalidità e mi ripetè quello che sapevo: e cioè continuità della terapia e buona qualità della vita. Anche molto molto a lungo. E che sì, quando e se la mia situazione fosse cambiata, lo avrei saputo per tempo.
Ecco.
La chiarezza è una cosa importantissima per me.
Meglio cancro che neoplasia.
Meglio la verità, sempre.

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Il decalogo del “perfetto” malato di cancro

Per tirarsi un po’ su in questa piovosa e nebbiosa giornata quasi-novembrina, propongo alle mie amiche cancer bloggers un decalogo a nostro uso e consumo e chiedo integrazioni, suggerimenti o commenti.
Il perfetto malato di cancro deve:
1) Urlare, piangere, disperarsi in modo inconsulto quando riceve la notizia della malattia. Deve arrabbiarsi e maledire il giorno in cui è nato, deve sputare fuori tutta la rabbia repressa e chiedersi con angoscia “perchè proprio a me?”.
2) Successivamente, dopo qualche tempo di annebbiamento totale e ottenebramento della ragione, deve riprendersi, calmarsi e fare un corso accellerato di linguaggio e terminologie mediche. Allora imparerà il significato prima oscuro delle sigle ADK, o ER Pgr, Ki67, G…. Solo così potrà fare domande intelligenti e costruttive ai dottori che non sono dei nemici, ovvio, ma non sono neanche degli amici e, sopratutto, non sono infallibili.
3) Va da sè che il bravo malato sa distinguere dall’occhiata dottori degni di questo nome da quelli che hanno sensibilità e professionalità zero. La frequentazione assidua dei camici bianchi è un punto a suo favore: diventerà abile nel selezionare, cambiare e preferire certi dottori ad altri. Non si vergognerà di fare domande sarcrosante (ma lei, al mio posto, che farebbe?) e sarà serenamente in grado di mandarli a quel paese se non diranno le cose come vanno dette. Saprà, insomma, che prima di farsi aprire, sarebbe meglio andare a sentire altri luminari, e di questo non si sentirà affatto in colpa.
4) Il bravo malato di cancro, in genere, ha una famiglia e spesso dei bambini. E’ ovvio che tutti risentono della nuova tragedia che si è abbattuta come un macigno su di lui, tuttavia deve pensare anche agli altri e, sopratutto, trarre forza da loro. Deve capire che la malattia non fa soffrire SOLO lui, ma anche tutti coloro che lo circondano.
5) Dopo l’operazione il malato si sottoporrà a cure più o meno invalidanti, sofferte e pesanti. Anche in questo periodo deve lamentarsi e piangere, ma poi sorridere e pensare che c’è sempre speranza. Sempre.
6) Non deve sentirsi a disagio se pensa e parla solo di cancro: è normale, un’esperienza così drammatica segna per tutta la vita e non c’è nulla da fare.
7) Dopo avere elaborato la cosa (quindi dopo alcuni mesi dalla diagnosi) deve chiudere gli occhi, respirare e riprendere in mano la sua vita senza più chiedersi “perchè proprio a me”, intanto a questa domanda non sarà mai possibile dare una risposta, quindi è oziosa.
8) Deve approfittare dell’esperienza che ha vissuto e sta vivendo: modificare il regime alimentare, ritagliarsi più tempo per sè, andare a nuotare o a pedalare, sorridere delle piccole cose con uno spirito nuovo e una nuova vitalità, capire che è (come poi tutti) appeso a un filo che si può spezzare da un momento all’altro, quindi cercare, nei limiti del possibile, di sprecare poco tempo a essere triste, avvilito o abbattuto.
9) Deve portare in giro la sua testimonianza allibendo e ammutolendo i sani: già, lui sa di essere l’esempio positivo e vivo di chi combatte con forza e a testa alta contro il cancro, lui sa di avere una marcia in più.
10) Deve mantenere sempre la propria dignità di persona umana, senza lasciarsi andare mai, senza arrendersi inerme al male. Se vuole, può riscoprire la profonda dimensione della fede che lo aiuterà a comprendere meglio il senso della sofferenza e a esorcizzare la paura della morte che, inevitabilmente, scuote tutto il suo essere e la sua coscienza. Il perfetto malato di cancro ha capito che è stato chiamato a sopportare una prova molto dura e difficile, ha capito che il cammino sarà lungo e tribolato, ma ha anche capito che non sarà solo e che dovrà , con umiltà, affidarsi a chi gli vuole bene, senza avere paura di disturbare. Insomma, il perfetto malato di cancro ha capito che gli è stata data una seconda possibilità, una seconda rinascita e non è affatto bello sprecarla.

innoallavita

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Le vene

In quasi tre anni avrò fatto almeno 300 buchi tra prelievi, esami e terapie?
Forse di più, non certo di meno. Andando così a spanna, non possono essere stati di meno.
Prima dell’estate mi ero detta che in autunno mi sarei fatta mettere il port che nel mio caso è sicuramente un gesto responsabile. Ma il port mi fa senso. Mi fa paura. L’idea di un oggetto estraneo, visibile, mi spaventa. Ho mai detto di avere lo stomaco forte? No, infatti, dopo 300 buchi ancora sono di quelle che quando infilano l’ago guarda altrove e parlotta con un sorriso teso del tempo che fa.
Devo dire che sono stata fortunata anche in questo senso, le  mie vene hanno sempre reagito bene. E’ vero che il primo anno un’apprendista prelevante mi fece secco il braccio sx (ho potuto ricominciare a usarlo per le infusioni solo adesso), ma devo dire che in generale sono pochi gli episodi (ci sono stati, ci sono sempre per tutti, ahimé) in cui ho dovuto subire più tentativi per trovare la vena, più buchi dappertutto, fino ad arrivare sulle mani, da una parte e dall’altra…Nel tempo ho imparato a conoscere chi sa fare i buchi e chi no. Ed è una questione, boh, di talento? Perché ci sono infermieri bravissimi, ma sono dei cani quando ti mettono l’ago. Mica è colpa loro poveretti. E ci vuole solo pazienza e basta. Vorrei vedere voi!
Però ultimamente le mie vene hanno cominciato a soffrire. Non perché non si trova il punto giusto per fare il buco, ma perché è come se fossero più sensibili e sentissero il dolore dell’ago. E’ una cosa buffa. Un dolorino piccolo, un ahi a bassa voce che arriva da questi microscopici canalini in cui passa la vita. E’ buffo perché nel mio casino tutto ti aspetti tranne che questo indolenzimento. E invece è così. Anche oggi dopo il prelievo ho dovuto massaggiare il piccolo ingresso dell’ago e convincere la mia vena che non era successo niente, era già passata, potevamo andarci a farci una colazione gigante.
Ma il dolore si è fatto sentire un po’.
E, ma questo è difficile da capire e da spiegare, sono quasi grata a questo piccolo dolore che mi ricorda che sono di carne, che sono normale, che c’è una distanza, quella del dolore, appunto, tra il mio corpo e la cura. E ho la sensazione che in quella distanza sta la vera speranza.
Di guarigione.

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BASTA UN CLICK

In una giornata grigia di nebbia e di nuvole basse.
“…..e incontrarci è stata una fortuna per ciascuno di noi”.

Ecco, era quello che leggevo stamattina alle 5,30 davanti al cappuccino con dentro 3 biscotti.

Ecco che ho realizzato che la paura, quella fredda e viscida rimarrà sempre lì accanto, ma quando mi assalirà basterà un click per farla uscire e trovare dall’altra parte qualcuno che saprà trovare le parole giuste per aiutarmi ad uscirne.
Basta un click!

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Un libro che non dimenticherò mai

Oggi ho finito di leggere LE POSSIBILITA’ DELLA NOTTE di Marco Venturino, libro che avevo iniziato sabato pomeriggio.
E’ un romanzo e parla di cancro (si lo so, lo dico sempre che non vorrei più leggere libri sull’argomento almeno per un po’, invece poi li leggo…).
Per quel che riguarda la mia esperienza personale posso dire che questo è il libro sul cancro che mi ha colpita più di tutti.
E io, proprio io, che ho un rispetto reverenziale per i libri, mi sono trovata a riempirlo di segnalibri e di note.
Perché in questo libro, scritto non da un paziente, ma dal direttore della divisione di Anestesiologia e terapia intensiva allo IEO di Milano, io ho ritrovato tante delle mie stesse emozioni.
Evidentemente Venturino (che tra l’altro è autore anche di Cosa sognano i pesci rossi) conosce bene non solo la materia ma anche le emozioni più vere di chi vive questo tipo di malattia.
Già la trama è significativa: Pietro 52 anni è medico, Pino 52 anni è ingegnere elettronico. Entrambi si ritrovano con una diagnosi pesante: cancro all’esofago.

Pietro, che non ha famiglia ma solo la sua vita di medico e il ricordo di un amore brevissimo, decide di non curarsi perché sa bene a che cosa andrebbe incontro e così lascia tutto e se ne va nei Caraibi.

Pino che ha famiglia e ci tiene a vivere anche per loro, decide di affrontare tutta la strada dolorosa dei trattamenti per la malattia compreso quello chirurgico.

Non racconto altro della storia, perché il libro è assolutamente da leggere, ma le mie considerazioni personali sono queste. Il libro affronta alcune tematiche che io e le mie amiche cancer bloggers abbiamo più volte discusso nei blog: la differenza tra il mondo dei sani e quello dei malati, i commenti delle persone (parenti e amici)  appena apprendono la notizia e i loro modi di reagire, sempre facendo paragoni con storie di altri, finite bene oppure anche male…
Soprattutto molte volte avrei potuto sostituire la parola esofago con stomaco e le parole dei protagonisti con le mie, perché davvero in questo libro ho ritrovato le mie paure e i miei pensieri, specie quelli di quando ero ricoverata.

– ma come si fa a vivere senza esofago (stomaco)? sarà ancora vita quella?
– la sensazione di fastidio verso gli altri (mentre si è in ospedale) perché tutti gli altri hanno ancora l’esofago (stomaco) e io da domani non lo avrò più.
– il mio esofago (stomaco) sarà gettato via tra i rifiuti biologici e non sarà mai più parte di me.
– il doversi alzare dal letto di degenza con cateteri, flebo sondini e ammennicoli vari come un albero di Natale.
– l’essere aggrappati alla buona riuscita di una anastomosi.

Mi dispiace aver finito troppo presto questo libro. Se da una parte per me leggere un romanzo così può essere andare a scavare nelle mie ferite più profonde, dall’altra è stato come dialogare con una persona amica che sapesse fino in fondo quello che si prova.
Grazie, Marco Venturino! Grazie per questo libro così bello.

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Itt VS Fester

Oggi ho comprato il mio primo fermaglio post pelata. Emotional!
Prima della malattia, i miei capelli erano lunghi. Molto lunghi (per intenderci fino al lato B). Erano castano chiaro, erano lisci. Avevo fatto un patto: li avrei tagliati corti nel caso in cui fossi diventata avvocato. Ma è andata diversamente.
Ci ha pensato prima il cancro facendomi saltare l’esame, ci ha pensato poi la chemio costringendomi a trasformarmi da Cugino Itt a Zio Fester in poco più di dieci minuti. Senza mezze misure, come sempre.
Avevo un sacco di fermagli per i miei lunghi capelli, con rassegnazione li ho raggruppati e ficcati da qualche parte. Oggi non ricordo dove. Non riesco più a trovarli. Mi è anche sorto il dubbio di averli buttati in un momento di rabbia. Non so. Rimosso dalla mente.
Comunque oggi ho rimediato comprando un nuovo fermaglio per i nuovi capelli. Sono cambiati, ora sono scuri e con i boccoli.
Da quando sono rispuntati, le forbici non hanno più avuto accesso nemmeno per aggiustare il taglio. Divieto assoluto. Loro adesso sono così. Così come sono cresciuti.
Capelli di due anni che possono essere legati e che, ahimè, mostrano le prime doppie punte.
 
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