10 grammi

Sabato ho assistito ad un interessantissimo convegno organizzato dall’associazione In Famiglia in occasione della Giornata del Malato Oncologico.
In Famiglia è un’associazione di volontariato che si occupa di assistenza ai pazienti oncologici ed alle loro famiglie offrendo un servizio di trasporto gratuito verso le strutture di cura, presenza al Day Hospital oncologico ed assistenza domiciliare.
Ho incontrato spesso i loro autisti volontari quando andavo al CRO di Aviano per le terapie o i controlli: riconoscibili per il gilet con il nome dell’associazione, attendevano in sala d’aspetto che i pazienti che avevano accompagnato completassero le loro terapie. Alcuni li conoscevo, abbiamo lavorato insieme all’interno di altre organizzazioni di volontariato, un mondo in cui capita spesso di incrociare più volte le stesse facce, persone per cui la solidarietà è inserita nel DNA e li porta ad impegnarsi anche su più fronti contemporaneamente.

Il tema del convegno, Alimentazione e Tumori, è di grande interesse ed attualità: la sala era strapiena, molti non hanno trovato posto a sedere, alcuni hanno addirittura seguito i lavori dalla stanza accanto.

Il primo intervento era affidato al dott. Talamini, epidemiologo e biostatistico del CRO, che ha illustrato alcuni dati statistici sulle patologie tumorali e sulla loro relazione con i comportamenti alimentari ed ha fornito alcune indicazioni nutrizionali: il consumo di frutta e verdura ha effetti positivi sulla salute, grazie alle sostanze antiossidanti naturalmente presenti in questi alimenti; sarebbe invece opportuno ridurre il consumo di carne, in particolare quella rossa, ed evitare i grassi animali.

Un dato interessante è l’analisi statistica delle cause di cancro, tra cui hanno un’incidenza molto rilevante i fattori legati allo stile di vita: fumo (provoca circa il 30% dei tumori), alimentazione (25%), alcol (6%), mentre i fattori ambientali, comunemente ritenuti molto significativi, hanno in realtà un impatto più basso, (ad esempio l’inquinamento incide solo per l’1-2%).

L’epidemiologo è quindi passato ad illustrare alcuni esempi di correlazione tra alimentazione ed incidenza delle patologie tumorali, con il supporto di tabelle che raccolgono e confrontano i risultati di numerosi studi internazionali.
Le ricerche hanno evidenziato ad esempio il ruolo protettivo di elevati consumi di fibre, frutta e verdura rispetto alle forme tumorali dell’apparato digerente.
Questa tabella mostra come il consumo di 100 grammi al giorno di vegetali gialli e verdi riduca di oltre il 35% il rischio di tumore allo stomaco (fonte World Cancer Research Fund / American Institute for Cancer Research. Food, Nutrition, Physical Activity, and the Prevention of Cancer: a Global Perspective. Washington DC: AICR, 2007 – il dott. Talamini ha presentato le tabelle tradotte in italiano, ma i dati sono gli stessi).

In questa rappresentazione grafica, i quadrati verdi rappresentano i risultati dei singoli studi: i simboli che si trovano a destra della linea verticale indicano aumento del rischio, quelli a sinistra diminuzione del rischio. I rombi rosa sono i valori riepilogativi, i risultati medi di tutti gli studi che, nel caso dei vegetali verdi e gialli, mostrano un effetto nettamente positivo nella riduzione del rischio (0,5 equivale ad una riduzione del 50%).

La platea seguiva con interesse ed approvazione: in fondo, sappiamo tutti che frutta e verdura fanno bene alla salute.
L’atteggiamento però è cambiato quando il dott. Talamini ha iniziato a parlare di vino. L’epidemiologo ha premesso che l’argomento sarebbe stato impopolare: le nostre zone, tra Veneto e Friuli, hanno una grande tradizione enologica e le informazioni sui danni provocati dal consumo di vino non sono bene accolte né dai produttori, né dai consumatori. Ma i dati parlano chiaro: l’alcol fa male alla salute.

Brusio in sala

È vero, ha ammesso Talamini, che l’assunzione di piccole quantità di alcol in alcuni soggetti può avere effetti positivi sul sistema cardiocircolatorio, ma quelle stesse quantità provocano contemporaneamente danni a tutti gli altri organi del corpo.

Brusio ancora più forte

L’epidemiologo ha mostrato i dati che valutano la correlazione tra consumo di alcol e cancro del fegato, da cui si evidenzia un aumento di rischio del 17% per i consumatori rispetto a chi non beve alcolici.


Brusio più ridotto

Conoscevo queste tabelle, le avevo analizzate qualche mese fa per una ricerca sugli effetti dell’alcol, quindi sapevo che c’era un dato davvero impressionante, su cui molti avrebbero preferito sorvolare, perché è più comodo non sapere, non mettere in discussione i propri comportamenti. Sono intervenuta per farlo notare.
È nella riga in grassetto sotto la tabella: Rischio relativo per 10g/giorno.
Significa che per aumentare del 17% il rischio di cancro al fegato è sufficiente un consumo abituale di 10 grammi di alcol al giorno, un bicchiere scarso di vino. Se si consuma più alcol, il rischio aumenta ancora.

Silenzio di tomba

Per completezza, vi riporto anche una tabella che non è stata presentata nel convegno ma che ritengo particolarmente interessante, perché tutti sanno che l’alcol fa male al fegato, ma poche donne sanno che può essere pericoloso anche per il seno.

Gli stessi 10 grammi di alcol al giorno, quel bicchiere scarso di vino che è considerato l’assoluta normalità sulle nostre tavole, aumentano del 10% il rischio di cancro della mammella.

Prendo a prestito proprio il vecchio slogan di una bevanda alcolica: meditate gente, meditate!

Dopo l’esposizione del dott. Talamini è intervenuto un cuoco, insegnante presso la scuola alberghiera, con alcuni suggerimenti per conciliare gusto e salute: scegliere frutta e verdura di stagione, meglio se di provenienza locale; evitare le cotture troppo prolungate, che distruggono alcuni nutrienti (in particolare le vitamine delle verdure) e quelle ad alta temperatura, soprattutto la grigliatura che produce sostanze dannose sulla superficie dei cibi, privilegiando invece la cottura al vapore; limitare l’utilizzo di sale, condimenti ed insaporitori, utilizzando invece le erbe aromatiche.

Il responsabile del servizio di prevenzione dell’USSL, ha poi illustrato brevemente i programmi di prevenzione primaria (interventi di educazione alimentare nelle scuole) e secondaria (programmi di screening tumorale) dell’Azienda Sanitaria

Gli ultimi due interventi erano molto interessanti: due dottoresse, un medico di base ed una psicologa, hanno parlato delle difficoltà che incontrano i pazienti quando si trovano a dover modificare le abitudini alimentari e lo stile di vita a causa della malattia: ci sono da superare resistenze fisiche e psicologiche, difficoltà pratiche, pressioni sociali (pensate a chi smette di bere o fumare e continua a sentirsi offrire alcolici e sigarette).
Il cambiamento non è mai facile e diventa particolarmente impegnativo quando si deve affrontare in contemporanea con altre fonti di stress, come una diagnosi di tumore con il suo corollario di paura e preoccupazione e l’impatto talvolta devastante delle terapie.

Dopo la conclusione, ho intercettato il dottor Talamini per togliermi una curiosità che mi rodeva da un po’: gli ho chiesto se ci sono studi epidemiologici sulle cause dei sarcomi.
Gentilissimo, mi ha risposto che a breve dovrebbe partire uno studio su base nazionale con l’obiettivo di realizzare la mappatura genetica dei malati di sarcoma perché, a parte alcuni casi dovuti a fattori ambientali (radiazioni o esposizione massiccia a pesticidi), le ricerche effettuate finora sembrano indicare che l’origine dei sarcomi dei tessuti molli sia di tipo genetico.
Insomma, il mio cancro non sarebbe frutto di comportamenti alimentari o stili di vita sbagliati, ma di pura e semplice SFIGA.
Che per certi versi è anche consolante, almeno non ho niente da rimproverarmi.
Qui il post originale.

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La paura

Arianna, da Guido ReniNon pensavo avrei mai scritto un  blog di questo genere, non pensavo proprio che avrei mai avuto questa malattia.. nessuna famigliarità, nessun fattore di rischio, non fumo, bevo poco, faccio movimento, ho allattato mia figlia al seno… e invece eccolo qui, il tumore. Già solo scrivere questa parola mi costa tantissimo, mi fa venire le lacrime agli occhi. Quando me lo hanno detto ho urlato, ho pianto, mi sono vista già morta. Direte che esagero, ma la mia compagna di banco del liceo è morta quando avevamo solo quarant’anni ed era cominciato tutto con un nodulo al seno. L’ho saputo di lunedi, una bella giornata di primavera, e la settimana successiva mi avevano già operata, con una velocità di intervento che mi ha lasciato stravolta. E’ stato tutto talmente rapido che non ho avuto il tempo di riflettere, di razionalizzare e la voglia di risolvere tutto rapidamente è stata  tale che cinque giorni dopo l’operazione sono andata al lavoro, ho ripreso la mia vita e mi sembrava tutto risolto. Naturalmente non è stato così, dopo quindici giorni la mazzata: il linfonodo sentinella è positivo, occorre fare lo svuotamento ascellare, nuovo ricovero, nuovo intervento. E tutto si complica, la ripresa non è così rapida, il braccio mi fa male, la ferita è ancora bagnata, non so quando potrò iniziare la chemio… . (il post originale qui)

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E ora attacchiamoci ai nervi!

Dissero le molecole di  Taxolo.
E Mamigà iniziò a fare i conti con l’ennesimo effetto collaterale del cocktail. Che però sto ancora cercando di convincermi che mi salva la vita eh…
Ps. chi pensa che stia parlando di agitazione o di ansia ha proprio cannato il concetto.

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Conversazioni sul sesso

Ovvero, l’altra settimana con un ex malato, uomo.
Lui: “Eh, sai, quando ripenso a quel periodo tremendo, mi fa pena la mia ragazza di allora, P.”
Io ascolto con sguardo empatico. Lui prosegue: “Sai ci eravamo appena messi insieme quando io scoprii il cancro e poi di doverlo curare”. Io annuisco, cercando di immaginare, solidale.
Lui continua “Perché sai, io con le cure, mica stavo bene come te. Nooo. Io ero a pezzi. Tornavo a casa dalla chemio e mi buttavo a dormire fino alle 8. Mica come te. Ma come fai tu?!”.
Faccio spallucce, e abbasso gli occhi. Non voglio mica tirarmela perché in effetti sono poche le volte che sono abbattutissima, ci mancherebbe che uno ne fa un vanto.
Continuo ad ascoltare, lui insiste: “Eh si, mi fa proprio pena, la povera P., a ripensarci. Si è ritrovata, così, all’improvviso, con un uomo a metà” mi rivolge uno sguardo che ammicca.
Capisco benissimo cosa intende, ci mancherebbe. Insiste: “Perché sai, con la chemio proprio non funzionavo più” aggiunge sorridendo malizioso.
“Eh già”, faccio e penso alla mia menopausa, al sesso che sembra appartenere a una vita che nemmeno mi ricordo, alle difficoltà psicologiche che ci sembrano insormontabili, a quelle tecniche.
Annuisco di nuovo nella sua lunga pausa drammatica, sussurro un “Capisco” pieno di cose.
Ma cerca ancora il mio sguardo, ha ancora qualcosa da dire. E alla fine lo dice. Non posso crederci, ma lo dice: “No, tu non puoi capire. Perché per un uomo è diverso” altra pausa. A me stanno cadendo le braccia all’altezza delle spalle. Vorrei che si fermasse, che non proseguisse.
Prosegue: “Perché per un uomo è DIVERSO. Se un uomo non sta bene, sai, non gli si … – pausa imbarazzata, prosegue in un sussurro – non gli si alza, capisci! Mica è la stessa cosa di una donna”.
……..
……..
……..
Nei miei sogni sanguinari, a questo punto io lo prendo a pungi e a calci per accertarmi che non gli si “alzi” proprio, ma proprio, mai più.
Nella realtà, sorrido incredula e ringrazio tutti i santi che Obi non sia da qualche parte accanto a me, sennò lo farebbe lui.
Bevo un sorso d’acqua dalla bottiglia antinausea e in qualche modo riesco a salutare. Devo proprio andare, “Si è fatto tardi, sai”.
Ciondolo fuori e penso che veramente non c’è mai fine.

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Cancer is all around you

Vi ho già parlato della mia tendenza ad attaccare bottone con chiunque? Sì, credo di sì. Quindi lunedì ero in coda all’ingresso della mostra su Turner. Uno scoraggiante cartello preannuciava un’attesa di un’ora e mezza. Il sole era tiepido e un musicista mancato suonava il violino.

La signora davanti a me, sudando nella pelliccia, si informa da dove venga il mio accento, da quanto sto a Parigi, cosa faccio, cosa studio, cosa mangio e come vivo. Poi :

Ecco le vorrei chiedere un favore.

Ma prego, madame, dica pure…

Mi terrebbe il posto in fila? Perché sa – drammatico abbassamento di voce, tono da cospiratrice clandestina – sei mesi fa ho finito una chemioterapia – Mi guarda cercando di capire se intuisca di cosa parla – Cancro – esplicita dopo una pausa – non mi sono ancora ripresa completamente, sa, da queste cose non ci si riprende mai del tutto…

Euhhhhlotta disperata per non voltarle le spalle e mandarla a f*** o scoppiarle a ridere in faccia – ma su signora, sia ottimista

Altro sospiro drammatico. Se sapesse, ma le auguro di non scoprire mai cosa vuol dire sa? Glielo auguro proprio.

Mmm. Si, grazie.

 

Qui trovate il post originale.

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Interazione delle erbe con la chemioterapia

In Italia una donna su quattro in cura per tumore al seno fa ricorso anche a terapie complementari, in particolare omeopatia, fitoterapia e agopuntura, per alleviare gli effetti collaterali della chemio. In Europa la percentuale è ancora maggiore, una su tre, e addirittura una su due secondo uno studio dell’Università di Manchester, condotto su 282 pazienti di 9 Paesi dell’Unione Europea, Italia  compresa. “Personalmente credo che la ricerca del benessere sia un diritto del paziente – afferma Pierfranco Conte, direttore del dipartimento di Oncologia ed Ematologia, Università di Modena e Reggio Emilia – l’importante è però non affidarsi al fai da te indiscriminato, ma è indispensabile parlarne con il proprio oncologo, soprattutto quando si intende assumere un qualsiasi preparato. Spesso si ritiene che un prodotto non chimico faccia bene a prescindere. Al contrario le sostanze di origine vegetale possono essere tossiche, causare gravi interazioni con farmaci di sintesi o reazioni allergiche.
Di seguito sono riportati alcuni degli effetti indesiderati di alcuni prodotti naturali che sono più noti per le loro interazioni con i chemioterapici. Altri ancora possono essere dannosi anche se non sono qui elencati.
Aglio
Possibili interazioni: da usare con cautela in caso di ogni chemioterapia concomitante e da evitare l’associazione con la dacarbazina; può interferire anche con gli anticoagulanti e con i farmaci antirigetto.
Aloe
Tossicità: effetto lassativo
Possibili interazioni: da evitare in associazione a chemioterapie che possono provocare diarrea; può ridurre l’efficacia di terapie assunte assorbite a livello intestinale.
Curcuma
Tossicità: provoca disturbi digestivi
Possibili interazioni: può inibire la ciclofosfamide
Echinacea
Tossicità: viene proposta come farmaco immunostimolante; se ciò fosse vero potrebbe interagire con immunosoppressori ed essere controindicato nelle malattie autoimmuni.
Possibili interazioni:
evitare l’associazione con Camptotecina,Ciclofosfamide, inibitori del recettore EGFR-TK, pipodofillotossine, tassani ed alcaloidi della vinca ed anche farmaci calcio-antagonisti.
Ginkgo biloba
Tossicità: aumenta il rischio di emorragie; da sospendere almeno due giorni prima di un intervento chirurgico.
Possibili interazioni:
cautela con Camptotecina, Ciclofosfamide, inibitori del recettore Epidermal Growth Factor Receptor-Tyrosin Kinase (EGFR-TK), epipodofillotossine, tassani ed alcaloidi della vinca. Sconsigliato con agenti alchilanti, antibiotici antitumoralie analoghi del platino. Interferisce inoltre con anticoagulanti e inibitori dell’aggregazione piastrinica.
Ginseng
Possibili interazioni: cautela nell’associazione con Camptotecina, Ciclofosfamide, inibitori del recettore EGFR-TK, epipodofillotossine, tassani ed alcaloidi della vinca. Sconsigliato nei pazienti con neoplasia mammaria
o endometriale e recettori estrogenici positivi (stimola la crescita tumorale)
Guar
Tossicità: effetto lassativo
Possibili interazioni: da evitare in associazione a chemioterapie che possono provocare diarrea.
Iperico
Possibili interazioni: evitare l’associazione con qualsiasi chemioterapico, specie Inirotecano, Methotrexate e con il Glivec.
Può interferire anche con i contraccettivi orali, alcuni antidepressivi, antiepilettici e digitale.
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In un giorno di primavera

In un giorno di primavera, tra vento, sole, e tanti petali di fiore di ciliegio nell’aria, all’improvviso, quando meno te lo aspetti, la parola “guarigione” può anche apparire meno strana del solito. Non importa se ogni volta che senti parlare di cancro ti suona ancora un gong in tutto il corpo. Non ti fa poi così male andare in risonanza, anzi, forse ti aiuta a restare legata alla vita e alla realtà. E succede spesso. Lo senti nominare in televisione, a proposito dell’ultima campagna benefica: gong. Ne parli tu stessa, con sorprendente noncuranza, fissando una data sul calendario: gong gong. Lo leggi nei blog amici: gong gong gong.
Risuona, ma non fa paura come prima, anche se non sei ancora al sicuro: è solo un suono che conosci, che ti appartiene, una delle tue mille corde di arpa. E guarire vuol dire imparare a suonarle tutte, quelle corde strabilianti. Un lavoro difficile, ma non impossibile, soprattutto quando la primavera ti spettina i capelli e ti rende felice come una bambina.

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Post lungo

Lunedì ho iniziato a fare i conti con l’imbarazzo. L’imbarazzo di andare al mercato col berretto in un giorno in cui nessuno l’aveva, visto che c’era il sole e faceva pure caldino. Io col mio berretto che diceva al mondo che ho freddo alla testa, calato su un ciuffo che non esiste più perciò con la fronte simile a quella del cicciobello. E io con gli sguardi che mi sono sentita addosso, che forse non erano tutti di compassione ma magari qualcuno notava solo il berretto che stava un po’ stretto, o forse che era carino, o esageratamente orrido. Io l’ho vissuta male. E dire che non sono calva. Ho solo i capelli rasati a un centimetro, radi sulla cima della cabessa, che se mi guardi da davanti si e no che ti accorgi che sono metà di quelli che c’erano due settimane fa, ma io che so metto un filtro a quello che mi circonda e interpreto (il cinquanta per cento delle volte, ne sono certa, male) gli sguardi ho avuto la tentazione di scappare a casa per non uscire mai più, o almeno finchè tutto non sarà tornato come prima qua sopra (e se basta un anno va anche bene).
Adesso non mi si venga a dire le soltie cose: che è un periodo che passa, che non è niente di grave, che assomiglio alle star di Ollivud, NON ME NE FOTTE UN CA’. L’imbarazzo non è una cosa che se ne va con l’uso della ragione altrui, non si mitiga con le cacchiate (e scusate) del tipo “l’ha avuto mia cugina, passa, ora sta bene, ti capisco”. Intanto non capisci una cippa, perchè puoi capire quello che passa mio cugino o mio fratello ma se non te lo sei vissuto addosso (e non te lo auguro) non capisci quello che mi porto dentro nemmeno a ravanarci per una settimana. Secondopoi se tua cugina ora sta bene mi fa piacere per lei, sono felice di sapere che se ne esce, ma ora ci sto io, ci sta Widepeak, ci sta Camdem, ci sta Mia, e Ziacris, e per altri versi Nevepioggia, ce ne stanno tante altre, migliaia di altre. Quelle che sanno cos’è l’imbarazzo. Quelle che sanno che non basta sentirsi dire “fregatene degli sguardi altrui” per fregarsene, perchè il lavoro interiore te lo devi fare tu e tu sola, e non è come accendere la luce in bagno.
IL fatto è che ho perso la voglia di farci dell’ironia. Ho perso la voglia di scherzarci sopra, ma anche quella di parlare di cavolate, di perdermi in chiacchiere che non servono a niente, non mi va più di parlare. Quello che ho voglia di fare da giorni è solo stare con me stessa, esternare l’indispensabile, lasciar correre ciò che non serve, che non ha peso, non mi va più di guardare al mio tumore come a una cosa o positriva o negativa e annunciarne al mondo le riflessioni più o meno profonde che ne escono. Sono stanca. Stanca anche di parlare di sciocchezze o di problemi che non mi riguardano. Non mi va più. E non è che sto male, che sono depressa, solo ho voglia del mio silenzio.
E poi c’è stato il bizzarro incontro di ieri. Santa subito la donna che mi ha venduto tre cappelli alla bancarella del mercato. E’ una bancarella che vende solo ed esclusivamente cappelli, di ogni foggia e colore, centinaia di cappelli. Mi sono avvicinata a tanto bendidio, con una certa dose di appunto, imbarazzo. Mi ha chiesto come poteva aiutarmi, non sono riuscita a finire la frase “sa sto per perdere tutti i…” che lei ha capito al volo, mi ha portato in un angolo dove teneva lo specchio e mi ha tirato fuori DI TUTTO, spiegandomi che dovevo coprire le orecchie, non prendere il sole, e se avessi avuto bisogno di qualcosa senza nessun problema dirlo a mio marito, lei gli avrebbe dato una quantità di cappelli da provare a casa per poi farsi riportare solo quelli che non tenevo la settimana successiva. Il tutto, siore e siori, con un’allegria, una simpatia, nessunissimo accenno al dramma, tanto che mi sono divertita un mondo. Ce ne vorrebbero di persone così. E sono certa che di persone come me deve averne servite una quantità industriale quella donna.

Cosa ho preso? Beh per ora niente foto, non ho avuto il tempo di farle. Ma ho portato a casa un cappello in feltro leggero da mezza stagione col frontino color prugna, piuttosto elegante. Uno in paglia blu con fiocco in tela dietro sempre blu, con il frontino a unghia. Uno in tela di cotone nei toni dell’azzurro, con le tese corte tutt’attorno. E dulcis in fundo uno a tese larghe in paglia, da usare in giardino, con un nastro giallo dietro.  A fianco al cappello in lino color corda e bandana corta che mi ha regalato mia cognata, fichissimo, direi che fino a quest’autunno sono a posto. Bandane comprese. E’ uno dei lati positivi di questa faccenda.
L’altro è che non ho mai visto Papigà spendere così volentieri cinquantacinque neuri per qualcosa di vezzoso.

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Come stai?

Tutti mi chiedono la stessa cosa: Come stai? Come va?
Però non tutti lo chiedono allo stesso modo e non tutti ricevono la stessa risposta.
Ci sono le persone che si vedono ogni tanto, un incontro casuale per strada o al supermercato, entrambi in altre faccende affaccendati e con sì e no il tempo per un saluto frettoloso. Chiedono “Come stai?“, è normale, è quello che si dice sempre quando ci si rivede, soprattutto se è passato molto tempo dall’ultima volta. Si aspettano di sentirti dire “Tutto bene, grazie!” e per la verità non gli passa nemmeno per l’anticamera del cervello che la risposta possa essere un’altra, non sono minimamente preparati ad affrontare qualcosa del tipo “Così così, sai, ho avuto il cancro…”. E ti pare davvero una scortesia sbattergli in faccia una cosa del genere, però “Bene” ti pare una bugia troppo grossa (e se poi lo vengono a sapere da qualcun altro?) e allora magari te la cavi con “Non c’è male, ho avuto qualche problemino di salute, ma adesso va meglio”.

Poi ci sono quelli che conoscono la storia, ma ti chiedono “Come stai?” solo per sentirsi rispondere “Bene”. Non vogliono un’altra risposta, se appena appena accenni a qualcosa che non va, un disturbo, un sospetto, tagliano subito corto: “Ah, no, vedrai che non è niente.” Non vogliono sapere, solo essere rassicurati. Loro.

I menagramo sono fortunatamente una minoranza. Sono quelli che aspettano voracemente le cattive notizie, pronti poi a divulgarle (ma in confidenza, mi raccomando!) con un’aria sapientemente afflitta che maschera a fatica la soddisfazione per il fatto che la disgrazia sia capitata a qualcun altro e non a loro. Vampiri che si nutrono dell’altrui sofferenza. Questi sotto sotto godono a sentirsi rispondere “Male”, quindi l’unica risposta possibile diventa “Benissimo, alla grande!”. Con un sorrisone a trentadue denti.
Pussa via, vade retro, va’ a succhiare il dolore di qualcun altro!

E poi ci sono le persone come voi che state leggendo, quelli che davvero vogliono sapere come sto, pieni di sincera speranza e pronti a rallegrarsi se le cose vanno bene, ma capaci anche di accettare risposte negative, di capire che posso stare male e avere paura. E che magari non ho sempre la forza di rassicurare tutti.
Anche a queste persone si fa fatica a rispondere che non stai bene, perchè sai che ci tengono, che ci restano davvero male. E allora cerchi di proteggerle, di minimizzare, di tenere per te tutta la negatività, perchè è inutile far preoccupare anche loro, soprattutto quando la paura è solo teoria.

Ma chi mi chiede sinceramente “Come stai?” merita una risposta sincera.
Non sto bene in questi giorni. L’addome mi dà fastidio, a volte mi fa male, la gamba destra s’informicola e si intorpidisce. Può darsi che sia ipocondria, oppure solo la palla che fa i capricci. Oppure no.
Così continuo ad oscillare tra piccoli progetti che sanno di futuro (offerte per nuovi lavori, canzoni da imparare per i saggi di fine anno, un corso di teatro…) e prudenza scaramantica (aspettiamo a rinnovare la tessera annuale che non si sa mai…).
C’è di buono che le cose da fare sono sempre tante e le giornate passano veloci, mi sembra di aver fatto ieri la risonanza, invece sono già passati cinque giorni. Ne mancano solo quattro.
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Comunicazione di servizio

Una buon notizia per chi deve affrontare la chemioterapia ed ha un rapporto con i propri capelli meno conflittuale del mio, per cui si dispiace di perderli.
L’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n° 9/E del 16/02/2010, ha stabilito che la spesa per l’acquisto di una parrucca “utilizzata per superare le difficoltà psicologiche derivanti dalla caduta dei capelli, provocata da trattamenti chemioterapici” è detraibile dal reddito come spesa sanitaria.

Per fruire della detraibilità ci sono però alcune condizioni.
Innanzitutto la situazione di “difficoltà psicologica” deve essere supportata da certificazione medica, ma credo che questo non sia un problema, perchè per la maggior parte delle persone perdere i capelli è davvero un grave disagio che un medico non avrà difficoltà a certificare.
Poi la parrucca deve essere “marcata CE ai sensi e per gli effetti della Direttiva 93/42/CEE”, quindi fabbricata e messa in commercio come dispositivo medico; su questo punto ho parecchi dubbi, non so se le parrucche che si trovano comunemente in commercio riportino la marcatura CE come dispositivi medici: meglio informarsi bene prima dell’acquisto.
Infine, come per tutte le spese sanitarie, è necessario che l’acquisto sia documentato con fattura o scontrino da cui risulti il codice fiscale dell’acquirente (che ovviamente deve essere la persona sottoposta a chemioterapia!).

PS: cercando in rete informazioni (che non ho trovato) sulla marcatura CE delle parrucche, mi sono imbattuta in una tale varietà di stili, tagli e colori che, anche senza chemio, un pensierino quasi quasi ce lo farei!
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