Mani sul mio corpo di Luciana Cohen

Il sottotitolo è Diario di una malata di cancro. Credo che di tutti i libri che ho letto in questi quasi 2 anni sulla malattia, questo è il più vicino a me. Anche se è un libro trovato per caso, lo scorso inverno, poco pubblicizzato, poco noto.
Per la prima volta vi ho ritrovato una donna che non usa la metafora del combattimento, ma del viaggio. E mi ci sono sentita vicina, immediatamente. E’ un diario, ma molto ben scritto, profondo. Vi ho trovato tantissime analogie alla mia personale esperienza, non in termini diagnostici, ma di vissuto. L’unica differenza, direi, è nell’età che abbiamo diversa (credo che l’autrice, al momento della diagnosi, abbia una 50ina d’anni) e nel fatto che se non hai figli piccoli, sotto chemio, puoi riposarti di più, puoi chiuderti un poco di più. Ed è sicuramente una necessità del corpo e dello spirito. Ma del resto avere dei figli piccoli è anche quanto ti dà una forza e un’energia che altrimenti non avresti, e sai che te la darà sempre. Nonostante il sempre per te sia diventato una cosa minuscola. Vorrei trascrivere qui tutte le riflessioni che ho sottolineato nel libro, ma ora che lo riapro, vedo che sono tantissime. E mi viene voglia di rileggerlo. E vorrei aver trovato on line più cose sull’autrice, perché la sento così vicina che mi sembra di aver dialogato con lei dall’inizio. Lo consiglio vivamente. Anche agli operatori.

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Libertà di guarigione

Dunque, ieri ho concluso il follow-up trimestrale con la visita oncologica di riepilogo. E’ andato tutto bene, ma è successa una cosa che mi ha scombussolata, quindi non so esattamente che razza di post ci salterà fuori oggi. Anzi, a dirla tutta sto scrivendo proprio per tentare di fare un po’ di ordine mentale, e sono curiosa di vedere cosa succede.
In sostanza, io sto bene. Sono solo un filo stanca, ma nella media delle madri moderne. Alla fine della visita mi hanno detto che, vista la tipologia del mio tumore (ne ho vinto in premio uno poco curabile e che in genere tende a recidivare molto presto), il fatto che non mi sia riammalata in questi due anni mi colloca, a livello statistico, nella categoria dei guariti. E’ un discorso sottile, basato su un fine ragionamento probabilistico che vi eviterei volentieri, se non vi dispiace. Insomma, adesso devo fare lo sforzo di considerarmi guarita, anche se questo mi risulta un tantino difficile, dal momento che i miei prossimi controlli sono fissati tra tre-quattro mesi. Ora non dico che sentirsi definire guarita sia una brutta cosa, anzi. E’ un’emozione indescrivibile: sarò banale, ma sembra davvero di toccare il cielo con tutte e due le mani. Poi, però, passato il momento di comprensibile commozione, rimangono molte domande in sospeso, almeno per me.
Il problema è che io, a parte le conseguenze della chemio, adesso sono in perfetta salute fisica e mentale (ebbene sì), ma non ce la faccio a chiudere così in fretta tutta la questione. La guarigione per me non è solo un numero. Nonostante la mia fervida fantasia, durante tutto questo periodo di convivenza con la malattia non ho mai perso la lucidità, e il caso vuole che me ne intenda anche un pochino di statistica: quindi non me ne frega niente di sapere che io, Tizio e Caio abbiamo la stessa probabilità di morire di tumore nei prossimi tot anni. Con rispetto per gli ignari Tizio e Caio, ovviamente, ai quali auguro solo un gran bene.
No, come ho avuto il mio tumore io avrò anche la mia guarigione, e con i miei tempi: e non sarà un numero percentuale, ma una porta spalancata sul futuro, con il diritto al disordine emotivo, alla speranza, alla paura, alla felicità e alla tristezza, come qualsiasi altro essere umano. E se non riesco ancora a vedere lontano è solo perchè la terapia mi ha lasciato gli occhi più miopi. E la lacrima più facile, nel bene e nel male, ma questo lo sapete già.

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UN ANNO

Si parla, si racconta un anno passato, ma preferisco ascoltare gli anni degli  altri più che raccontare il mio, il nostro.

Chi non mi conosce, i nuovi vicini di ombrellone, i nuovi amici della Tata, debbono continuare a vedermi così, come una persona di 50 e passa anni che si diverte a far la nonna, che vive e sta bene in questo mondo bambino. Chi non mi conosce deve continuare a pensare che la vita mi ha dato tutto in cambio di niente. Chi non mi conosce deve continuare a non conoscermi.

Chi mi conosce, chi sa, rimane perplesso davanti al mio cambiamento, cerca di sapere il perchè, di capire il percome, ma non ho voglia di parlare, di giustificarmi, di spiegare. Chi mi conosce prima o poi capirà, o fingerà di capire, ma il mio passato è là, in un angolo, dentro di me e rimarrà il più possibile nell’angolo al buio.

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Solitudine

Quando sei malato e in cura, la solitudine è quella cosa che ti fa stare in silenzio per non preoccupare nessuno. Quella cosa che non ti fa chiedere aiuto a tua madre che speravi ci arrivasse da sola ad offrirsi, e invece si è occupata di altro, come sempre. Quella cosa che ti fa dire a tuo marito, “non preoccuparti amore, qui a casa tutto ok, torna pure quando vuoi dal lavoro”. E invece sei stanca morta, avresti solo bisogno di dormire e non te la senti di intrattenere due bimbette piccole per altre 4 ore. Ma se glielo dici lui si deprime, si sente in colpa, e torna a casa magari prima, ma a pezzi. Quella cosa che ti fa deprimere quando una amica che non vedi da 4 anni ti dice “allora questo weekend vengo a trovarvi, ne ho proprio voglia” e tu sai già che non ce la fai, ma vorresti non sentirti in colpa a dirle, “no, per favore no, grazie”. E comunque devi trovare il modo di dirglielo. E non puoi neanche chiamare lepi, cosa potresti dirle, si allarmerebbe, troverebbe il modo di mollare tutto e venire qua, e invece è già tanto impegnata e io non sto mica male, dopo tutto, sono solo stanca. Ma allora è meglio non chiamarla, lo capirebbe dalla voce. La solitudine sta nel fatto che ti viene da piangere quando ti trattano male al supermercato, se chiedi una cosa con gentilezza. Perché invece dovresti rispondere a modo, ma sai che per fortuna la vita è un’altra cosa, però ti viene da piangere lo stesso. La solitudine sta tutta nel non potersi mai mettere in un angolo a lamentarsi, compiangersi. Perché se ti siedi e ti cominci a lamentare, la malattia cammina e ti mangia, ti sommerge, ti devasta. E allora ti rialzi. Metti un film per le nane. Tutto sommato non può fargli male. Pensi alla cena da preparare. Leggi di due righe di un libro.
E ti lamenti qua, in questo angoletto riservato, sperando che non se la prenda nessuno, che nessuno si allarmi, che nessuno si preoccupi. Perché in effetti, non è niente. Solo un po’ di solitudine, che tra poco passa.
Ci sono anche giornate così.

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Diagnosi

Giusto per alzare il tiro dell’allegria di questo blog, ora vi racconto come ho scoperto il mio simpatico cancro duttale infiltrante metastatico g3.
Ero tornata dalle ferie più brutte della mia vita, giurando e spergiurando non mi sarei mai più messa in condizione di passare le uniche settimane di ferie da mia suocera, proprio l’estate che la mia “perfetta cognata” si era messa a dieta e io invece ero nella peggiore forma fisica di sempre ed era un continuo confronto in spiaggia.
Mai più.
Felice di tornare in ufficio, a riprova del fatto che era proprio stata un’estate di merda, sento un dolore strano al seno destro. Un dolore che mi allarma immediatamente. Perché anche se ho smesso di allattare da meno di 6 mesi, non si tratta di un fastidio di assestamento post allattamento, questo è un fastidio diverso. A riprova che mi allarmo, ci sono le testimonianze di tutte le mie amiche e colleghe a cui chiedo un indirizzo di un medico per farmi visitare e ne parlo pure a grande capo, tanto sono preoccupata.
Poi è il triste 11 settembre 2007, e ci succedono un sacco di casini, tutto passa in secondo piano. Riesco a farmi visitare solo il 2 ottobre. Sono sicura della data perché il ginecologo era di studio vicino a una statua di Gandhi e cercando parcheggio vidi delle magiche donne in sari che vi posavano ghirlande di fiori.
La visita fu tutta dedicata al mio seno. Il medico disse che non c’era assolutamente niente di cui preoccuparsi, era tutto normale.
Altri casini, un sacco di viaggi all’estero per lavoro tra ottobre e novembre.
A metà novembre il seno destro si colora di uno strano eritema rossastro intorno al capezzolo.
Voglio farmi rivedere.
Non torno da quel primo medico, non mi fido. E pure con tutte le remore che ho a chiedere aiuto a Obi (che tra le altre 6 milioni di cose, lavora di fatto in un ospedale), chiedo a lui di farmi visitare dal ginecologo che ha fatto nascere Lilla.
Mi chiedono se è proprio urgente, se non può aspettare. Mi impunto (io non mi impunto mai per me stessa) e riesco a farmi visitare di sabato. Il ginecologo mi dice che è solo un problema dermatologico, mi segna una crema che non comprerò mai. E mi dice, “Guarda non è proprio niente, ma se proprio sei in ansia, semmai scendi un attimo e ti facciamo un’ecografia al volo”.
Io scendo.
Aspetto quieta quieta, sentendomi come sempre in colpa di richiedere attenzioni per me stessa, ma non voglio trascurare niente.
L’ecografista di turno è una stronza bionda sottopeso che comincia a gridarmi in faccia “io non faccio passare i raccomandati”. Mortificata me ne vado. Obi si infuria, ma io mi sento troppo umiliata e giuro a me stessa che non sono convinta, che farò l’eco aprivatamente appena finisce il festival.
Si, perché in tutto questo stiamo facendo l’edizione più faticosa e sfigata del nostro festival più importante. Quello che doveva fare Lulli e che non può fare perché è lontano dietro a una vera tragedia personale che non farà altro che peggiorare.
Durante il festival il seno comincia a sanguinare, me ne accorgo dalle macchie sui vestiti. Io che non mi guardo mai.
Come finisce il festival vado a fare un’eco privatamente.
Sono passati altri 15 giorni ed è il 5 dicembre 2007. Avevo passato la mattina a litigare con Obi su come poter aiutare Lulli, avevo portato Lilla a fare un vaccino, piangendo sommessamente dallo stress e dalla fatica accumulata.
L’ecografista è libanese e molto gentile, scambiamo qualche parola, poi lui comincia l’eco e subito mi dice che vede qualcosa di preoccupante e che devo ricoverarmi al più presto.
Può sembrare paradossale, ma da quel momento mi rassereno. E da lì comincia tutto il turbinio degli esami che confermano e peggiorano la diagnosi.
Ma io sono tranquilla.
Comincio la chemio il 22 dicembre, e dopo il trattamento il Mr. Clint mi invita al pranzo natalizio per medici e infermieri. Pranziamo insieme, mi faccio un bicchiere di vino, ridono tutti al dh, sono tutte brave persone, la mia nuova famiglia.
Niente mi spaventa, ed essere pronti è tutto.
Non ce l’ho con nessuno per il ritardo sulla diagnosi. Giusto con quella stronza bionda ecografista che da allora evito come la peste. Ma se qualcuno mi dice che mi sono beccata le metastasi ai polmoni perché ho trascurato il problema, lo prendo a testate. Molto semplicemente.

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Infertilità e problemi della sfera sessuale

Soltanto alcuni farmaci chemioterapici causano infertilità. Questa può essere solo temporanea o permanente. E’ molto importante discutere a fondo di questo problema con il medico prima di iniziare la chemioterapia. Molto spesso il partner del paziente sceglie di partecipare a questo colloquio in modo che entrambi possano essere informati circa le decisioni più opportune per la pianificazione familiare. Ci sono poi donne che, pur trovandosi a vivere situazioni molto gravi e tumori particolarmente aggressivi, mantengono un rapporto di grande complicità con il proprio partner che le sostiene e affronta con dedizione e pazienza tutto l’iter della malattia comprese le difficoltà sessuali. Ciascuno vive quindi la malattia in modo diverso e l’importante è rinegoziare il rapporto in seguito a un processo graduale di accettazione.
E’ teoricamente possibile per una donna sottoposta a chemioterapia  intraprendere una gravidanza, ma per non provocare danni al prodotto del concepimento occorre evitare una gravidanza nel periodo della chemioterapia. E’ opportuno parlare con il medico  per individuare un appropriato metodo di contraccezione (di solito “di barriera” come i preservativi) durante la chemioterapia. Il preservativo è poi utile anche perchè alcuni farmaci chemioterapici possono passare, seppure in quantità veramente minime, attraverso la mucosa vaginale o il liquido seminale”.
La sterilità è molto difficile da accettare serenamente specialmente per quelle persone che desiderino avere un figlio in futuro prossimo. Questa perdita risulta essere grave a tutte le età ed è avvertita per lo più come la perdita di una parte di se stessi. Può compromettere la stima di sé, provocando un sentimento di inadeguatezza che può risultare ancora più gravoso soprattutto se si associano cambiamenti su base ormonale (insorgenza precoce della menopausa). Ovviamente ognuno reagisce in modo diverso ad una situazione di questo tipo, taluni sono convinti che la cosa più importante sia combattere a fondo la malattia per la quale si è resa necessaria la chemioterapia. Altri non ci pensano durante il trattamento per poi rendersene conto quando questo è terminato e ripensano a pianificare la propria vita. Non esiste una reazione giusta o sbagliata, ognuno è diverso da un altro e le reazioni dipendono di volta in volta dalle circostanze.
E’ fondamentale discutere a fondo il problema con il proprio medico e comprenderne le conseguenze prima di iniziare la chemioterapia, senza rinunciare ad un supporto psicologico ove si renda necessario.
Alcuni farmaci chemioterapici possono essere causa di infertilità abolendo l’ovulazione. Questo impedisce la fecondazione da parte degli spermatozoi e rende impossibile una gravidanza; la mancata ovulazione comporta anche l’insorgenza di una sintomatologia simile a quella del periodo menopausale. Le mestruazioni possono diventare irregolari o scomparire del tutto, con conseguenti episodi di colpi di calore e secchezza vaginale. La perdita dei normali cicli ha un impatto psicologico molto forte soprattutto fra le più giovani (20-30 anni) che devono affrontare la scomparsa delle mestruazioni, un rapido e forzato passaggio alla menopausa e la necessità di rinunciare a una maternità forse desiderata e non ancora realizzata. Ci sono ragazze, però, che pur avendo avuto un cancro in età molto precoce si sono sottoposte a terapia ormonale per un periodo da 2 a 5 anni e poi hanno avuto uno o più figli. Ciò significa che prima di gettare la spugna è importante rivolgersi a un buon specialista.

Se la sterilità è solo temporanea, l’ovulazione riprenderà regolarmente al termine della chemioterapia e ritorneranno regolarmente anche le mestruazioni.
In caso di gravidanza in atto al momento della diagnosi di tumore è importante discutere a fondo con il medico circa i possibili vantaggi e svantaggi della prosecuzione della stessa. Solo in pochi casi è possibile rimandare l’inizio della chemioterapia fino al termine della gravidanza e ciò viene valutato in base al tipo di lesione, alla sua estensione ed ai farmaci da impiegare per la chemioterapia.
Per ciò che concerne i rapporti sessuali, è possibile ricorrere a creme idratanti o a unguenti per idratare i tessuti vaginali e rendere più agevole l’atto sessuale.
Consigli utili
Cosa fare :
–      segnalare al medico la comparsa di disturbi mestruali
–      adottare metodi di sicura efficacia contraccettiva anche in caso di interruzione delle mestruazioni

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Come fare una chemio perfetta in dieci passi

1 – Scegliersi un libro di adeguato interesse. Cioè Cosmo. Oppure Stendhal, per affascinare il medico figo e intelligente. Topolino per creare argomenti di discussione con il young young doctor.

2 – Mi capita di nuovo il gay e brutto. Gentile però. Si complimenta per il mio cappello fiorato e ignora il mio libro (“Firmin”, Sam Savage).

– “Bonjour. Volevo chiederle se l’esplosione anormale dei miei globuli bianchi avesse una spiegazione.”

– “Non c’è niente di cui preoccuparsi.”

– “Io non sono preoccupata. Solo che il mio medico curante, che non è un’ematologa, si chiedeva se ci fossero condizioni particolari che favoriscano il loro aumento.” Dio, che leccaculo che sono.

– “No, no. Gli dica pure che non si deve preoccupare.” Va bé.

– “Posso andare in vacanza?”

– “Sì.” Ottimo.

3 – Almeno ha spirito pratico, si scorda di provarmi la febbre e la pressione, ma ordina subito la chemio. Serve un’ora per preparare i prodotti, quindi prima dà l’ok, prima ci sbrighiamo.

4 – – “Mademoiselle R*!”  Un grido entusiasta. La mia infermiera pazza preferita.

– “C’è libera la stanza numero due, ma ne preferisce una con finestra, no? Allora aspetti cinque minuti che gliela preparo.” La adoro.

Toglie il cerotto anestetitzzante, mi centra il port e inizia a farmi scorrere l’antinausea nella flebo. Tanto la nausea l’ho al contatto con gli odori, quindi o provvedo a farmi venire uno splendido raffreddore per la prossima volta o non ci posso fare niente.

5 – Arriva Laeti e subito dopo la Blonde. Dopo tre quarti d’ora precisi, l’odioso bipbiiiiiip della macchina della chemio interrompe la nostra animatissima conversazione (il massaggio shiatsu porta reali benefici? A voi la parola).

L’infermiera innietta nella flebo gli altri tre prodotti con una siringa, quindici minuti al massimo e sono libera.

6 – Corro al bagno, mi scoccia andarci con la flebo e mi scappa una pipì epica.

7 – Convocazione per la prossima volta, tra due settimane.

8 – Usciamo, tappa in farmacia per comprare gli antiemetici, tappa al bar per un succo di frutta. Sento la bocca strana e stopposa, devo mandar giù qualcosa.

9 – Breve shopping alimentare e rientro. Ignoro la stanchezza e organizzo cena a casa con Laeti e SPM1.

10 – Alle due vado a dormire. Alle tre riaccendo la luce. Alle quattro mi addormento. Alle sette mi alzo.

Buongiorno!

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Libri e cancro: Love Life

Di Love Life c’era un estratto su D di Repubblica intorno a settembre 2007. Da settembre a dicembre 2007 io ho raccolto tutta una serie di indizi sulla malattia tra cui anche questo estratto che mi aveva molto colpito. Nei mesi successivi ho continuato a pensarci e se non fosse stato per Giorgia non l’avrei più ritrovato.
Ad ogni modo, degli indizi ne parlo un’altra volta, ma insomma Love Life è la storia di una coppia giovane, di successo, in carriera, in Olanda una decina d’anni fa, con una bimba adorabile piuttosto piccola (circa 1 anno e mezzo, ma forse sono 3, credo di aver rimosso).
Sono una coppia fantastica tranne che il lui (Stijn) tradisce lei (Carmen) in maniera compulsiva e calcistica. Lo fa in maniera leggera e abbastanza discreta. Lei ad ogni modo non se ne accorge mai.
Quello che veramente succede però è che a lei diagnosticano un tumore al seno molto avanzato. Molto avanzato per una diagnosi completamente toppata un anno prima. E da quel momento le chiariscono che dovrà fare chemio, mastectomia, chemio e sicuramente crepare prima di quanto avessero immaginato nella loro vita patinata.
Carmen chiaramente crolla. Le chemio – appena 10 anni fa – erano molto, molto più terribili di adesso e lei sta malissimo. Viene trattata ancora peggio dai medici e dagli infermieri. Non viene informata correttamente. Non si spiega come sia possibile che Stijn, scopate bigame a parte, non si faccia venire ogni tanto un dubbio su come la sua “adorata” moglie potrebbe essere trattata un pochino meglio. Un dubbio che forse poteva farsi venire un anno prima, tra l’altro.
Comunque, nella prima parte del romanzo Stijn racconta l’impatto della malattia sulle loro vite, l’allontanamento degli amici che semplicemente non sanno come comportarsi perché sono limitati, l’operazione e l’orrore (così, proprio) di ritrovarsi accanto una donna tranciata di un seno (ma non le facevano le ricostruzioni in olanda 10 anni fa, porco cane???) e del futuro, e del senso di inadeguatezza che prova chi ti ama quando tu stai soffrendo. Nello specifico Stijn perde il controllo delle sua pratiche bigame ed entra in un loop di scopate, fughe, bugie, sensi di colpa e amore (ma è amore una cosa così?) profondo per Carmen che – intanto – comincia a morire.
Nella seconda parte, Stijn si innamora. Di un’altra tipa. E quest’altro amore lo aiuta a stare vicino a Carmen nella parte finale della sua vita. E questo mi sembra credibile. Quando ami davvero, il bacino del tuo amore si allarga e dentro ci possono essere più persone. Stijn accompagna Carmen alla morte.
In Olanda 10 anni fa non ti facevano la ricostruzione, ma almeno consentivano già di eutanizzarti in maniera dignitosa, seria, accompagnata, delicata.
Questa parte è bellissima.
Carmen muore costruendo i ricordi per la sua bimba e lascia andare il resto. Questa ultima parte, poiché Stijn (che è in parte anche l’autore, il libro è autobiografico) parla meno di sé, è più interessante. Dolorosa sicuramente perché parla delle fasi finali della malattia che sono fatte di corse in ospedale di notte, dolori lancinanti, morfine. Ma parla della morte come luogo del riposo e del lasciare andare la sofferenza e l’attaccamento.
Chiaramente l’ho letto in circa 8 ore, piangendo per le ultime pagine come una fontana. Poi ho nascosto accuratamente il libro per non farlo trovare a Obi.
Oggi mi rendo conto che quello che mi resta più in mente di Love Life è questa incuria assassina che porta alla diagnosi tarda di Carmen, la compulsività di Stijn così uguale a quella di un mio vecchio fidanzato e così uguale alla superficialità di Sky, ma soprattutto l’idea di poter morire con dolcezza.
Quando lessi l’estratto, quando ancora non ero arrivata alla diagnosi, la cosa che mi aveva colpito di più era stata la descrizione dell’orrore di Stijn per la mutilazione di Carmen (quanto lo odio per quello) e il fatto che Carmen cominci a scrivere un diario per la figlia. Forse l’idea di cominciare a scrivere un diario per le mie viene da là.
E poi era un altro indizio. Ma di questo parlo da un’altra parte.

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Mamma, come si chiama la tua malattia?

Di ritorno da una serie di cose, stamattina stavo prendendo le mie varie pillolette. Da sabato non sembra che abbia sviluppato  (ancora?) effetti collaterali, ma poiché da sabato ogni sera sono anche dovuta uscire ogni sera per diletto o per lavoro, ora sono completamente sfatta e non saprei se è colpa della chemio o di questa vita spericolata che non posso proprio permettermi. Ad ogni modo, stavo lì di corsa prima di uscire a prendermi le mie varie pillole. Finora Lilla e Nina non si erano accorte che ogni tanto la mamma si metteva a ingurgitare svariate pasticche, ma oggi si, ed è notorio, i soggetti sotto al metro e 20 hanno un intuito particolare e delle antennine sensibilissime e gli piace stare lì a ravanarti l’anima più che possono. Ecco la conversazione che è seguita tra me e Nina, mentre Lilla immobile (e Lilla non sta MAI ferma) ci guardava fissa e ascoltava:
Nina: “Che fai?”
Io: “Prendo delle pillole”
Nina: “E perché?”
Io: “Perché mamma ha una malattia e deve prendere delle pillole per curarsi”
Nina: “Che malattia è?”
Io: “Una malattia ai polmoni. Ma è piccola piccola e le pillole servono a tenerla ferma”
Nina: “Sì, ma che malattia è?”
Io: “E’ una malattia di puntini ai polmoni di mamma. Puntini minuscoli”
Nina: “Sì, ma come si chiama?”
Pausa.
“Si chiama tumore”.
“Ah”.
L’anno scorso era ancora più piccola e non avevo dato un nome a quella malattia che mi aveva lasciato senza capelli. Le avevo spiegato tutto e avevo cercato di difenderla allo stesso tempo, e quando i suoi compagni di scuola cominciarono a prendermi in giro per i miei turbanti, presi l’abitudine di accompagnarla con un cappello integrale sulla testa.
Ma adesso è diverso, e la cosa più buffa stamattina è che la mia esitazione nel risponderle non è stata dovuta alla scelta delle parole, ma alla paura che lei chiamando le cose con il loro nome, d’ora in poi, possa spaventare gli altri.
Ma sapete che c’è, care la mia Nina e Lilla? A noi le parole non ci spaventano affatto, non ci spaventa niente. E gli altri non possono essere sempre un problema nostro.
Ecco.
Certo, se adesso Nina va da Obi a dirgli “sai che mamma c’ha il tumore”, Obi non si riprende più prima di giovedi prossimo. Anzi, magari ora lo chiamo e lo preparo, va…

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“Il cancro mi ha reso più frivola” di Miriam Engelberg ed. TEA

“Miriam Engelberg aveva quarantatre anni, e un figlio di quattro, quando i medici le diagnosticarono un cancro al seno. Di fronte a una malattia mortale ognuno reagisce in modo diverso: c’è chi si affida ciecamente ai medici, chi invece chiede aiuto a uno psicologo o a un ipnoterapeuta oppure a un gruppo di auto aiuto. Miriam Engelberg ha trovato conforto nell’arte. L’intervento, la radioterapia, la chemioterapia, i gruppi di sostegno, le parrucche, ma anche il sesso, i rapporti con gli altri, la nausea, la fede (o la sua mancanza): tutto è diventato oggetto di una storia illustrata. E così l’autrice ci accompagna attraverso ogni stadio emotivo e fisico della malattia, dalla diagnosi al ritorno alla vita <<normale>>, senza tralasciare neppure un passaggio di questo percorso drammatico. E strada facendo, in modo del tutto inaspettato, ci strappa più di un sorriso. <<Penso al mio libro come a un testo che parla della vita, della malattia e della morte, e lo humour rende la lettura molto più facile.>>”

Una testimonianza a fumetti: carino!

Un modo diverso, insolito, per raccontare il percorso di una malata di cancro.

Da leggere.

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