17

Dopo anni che si frequentano gli ospedali, che ci si sottopone al solito iter di prenotazione-accettazione-esecuzione-ritiro nei soliti reparti, è normale ingegnarsi un po’ per cercare di perdere meno tempo possibile in coda agli sportelli.
In barba alla superstizione, stamattina, sono andata all’ospedale e, udite udite, ho fatto il prelievo del sangue, rx al torace e colazione seduta al bar, in meno di 50 minuti. Da record. Il tutto senza prenotazione. Addirittura mi hanno chiesto se volevo subito il referto delle lastre. Incredibile.
Il venerdì 17 è quindi un giorno strategico se dovete fare esami e siete di fretta. Ah, altro giorno consigliatissimo è quando nevica: ospedale deserto, ancora meglio di venerdì 17.
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Il perchè

Dopo una diagnosi di tumore, la prima cosa che si fa è cercare delle notizie che ci spieghino perchè è successo proprio a noi. La febbrile ricerca di cause scatenanti la malattia è normalissima: ripercorriamo con la mente le nostre abitudini, il nostro stile di vita, la nostra alimentazione… eppure non troviamo niente di sospetto. Non ci siamo mai drogate, non siamo alcolizzate, mangiamo in modo sano, facciamo sport, abbiamo allattato per mesi e mesi le nostre figlie, non fumiamo… e allora? Dov’è l’errore? Insomma, dove abbiamo sbagliato? Ci arrovelliamo in questi pensieri poco produttivi e il senso di annichilente frustrazione ci può portare ad attraversare la fase del “senso di colpa”. Ci sentiamo in colpa perchè ci siamo ammalate, ci sentiamo in colpa nei confronti dei nostri famigliari che si devono sobbarcare una nuova vita, ci sentiamo in colpa con il mondo intero… Io ho provato queste emozioni, queste ansie, questi sbandamenti emotivi. Non solo la malattia fisica, ma anche quella psicologica e mentale si abbatte inesorabile su un malato di cancro. La rielaborazione di questi stati d’animo è lunga e tormentata, ma alla fine si arriva alla consapevolezza che ci si ammala e basta, esattamente come uno fa un incidente in macchina perchè un altro gli va addosso, esattamente come si ammalano i bambini che non hanno neanche il tempo per assumere uno stile di vita sbagliato. Succede ed è successo a me,  come è successo ad altri, niente di strano, niente di catastrofico. Insomma, vanno bene gli studi che consigliano di mangiare questo o quello, di fare sport ecc ecc, ma se ti deve venire, ti viene, e cercare l’errore che abbiamo fatto non serve a niente: sarebbe rassicurante, certo (così non lo commetteremmo più, per esempio smetteremmo di fumare), ma purtroppo non sempre una causa c’è e l’unica alternativa rasserenante che abbiamo è accettare con grinta  e coraggio la sfida, senza mollare mai. Inoltre, non dobbiamo mai sentirci in colpa, mai, perchè non abbiamo chiesto noi di ammalarci e i nostri famigliari non si fanno tutti questi inutili problemi.
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E la tac questo disse

Per chi non sa cosa succede nei mesi immediatamente successivi al termine della terapia oncologica (e spero che sia la maggioranza di chi legge): ve lo dico io.

Succede che appena starnutisci un po’ più forte del solito, al posto dei fazzoletti ti trovi con un pacchetto di impegnative in mano, con le istruzioni sul cosa-fare-prima-cosa-fare-dopo-quando-ripresentarsi-dove-telefonare-cosa-è-urgente-cosa-non-lo-è eccetera eccetera distribuite con oncologica fantasia (complimenti ). Perchè alla fine di questo si tratta: ho probabilmente starnutito un po’ troppo forte, i “dettagli” poi son dettagli.

Etciù! Sniff…

Salute. Per davvero. 😉

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F. è vivo!

Un pò di tempo fa ho parlato di un bimbo che aveva bisogno di un trapianto di midollo.
Un pò di tempo fa abbiamo parlato di quanto sia importante sensibilizzare tutti, ma proprio tutti, sul tema della donazione: di sangue, di midollo, di piastrine.

F. ha trovato un donatore. Ora sta seguendo il suo percorso per ritornare alla vati di un qualsiasi bambino di 5 anni. E quello che riporto qui sotto è quanto scrive la sua mamma per ringraziare, ma anche per stimolare tutti noi a fare del nostro meglio anche per la vita degli altri.

F. è vivo.
In questi mesi durante i quali ci avete accompagnato in questa avventura avete imparato a conoscerlo, ad apprezzare i suoi pregi e le sue doti, a sorridere dei suoi capricci e del suo essere bambino, a gioire dei suoi successi, preoccuparvi per i suoi problemi, è diventato parte di voi.
Molti di voi lo conoscono personalmente, e sanno che tutto quello che abbiamo raccontato su di lui corrisponde alla verità.
Molti altri non l’hanno mai incontrato, ma non per questo lo sentono meno vicino, e magari un giorno lo conosceranno di persona.
Questo oggi è possible, è possibile perché F. è vivo.

E F. è vivo grazie a due persone:

La prima persona è un medico, che ha saputo scegliere per lui il percorso adatto per portarlo a questo traguardo, una persona che sorride raramente, più spesso si arrabbia, ma che ha scelto di dedicare la sua vita a salvare la vita dei bambini, che adesso, dopo aver dovuto appendere al chiodo le sue scarpe da tip-tap, non ha invece smesso di infilare il camice e venire in ospedale, per sorvegliare che le cose vadano come solo lei ha deciso, e che bambini come F. possano continuare a vivere.

La seconda persona è uno sconosciuto, che noi chiamiamo Hans perché abbiamo un bisogno irrefrenabile di ringraziarlo e di pregare per lui.
Uno sconosciuto che ha capito di non essere solo al mondo, di essere parte di un tutto, e di dovere lui per primo mettersi in gioco a vantaggio di questo tutto.
Uno che a un certo punto della sua vita ha preso in mano il telefono, ha digitato un numero, ha lasciato i suoi dati. Non molto diverso che partecipare a un concorso a premi. 
Il suo premio è stato salvare la vita a mio figlio.

Questo sconosciuto sei tu, è ognuno di voi che state leggendo, tutti voi potete salvare la vita a F., semplicemente facendo una telefonata, iscrivendovi al registro italiano di donatori di midollo osseo.

Il numero è questo: 06/5870.4210

Siamo arrivati fino a questo punto insieme, ora quello che vi chiedo è di andare avanti, ciascuno per sè: Se hai un’età compresa tra 18 e 35 anni prendi il telefono e digita questo numero.
Ti chiederanno i dati, ti contatteranno per fare un semplice prelievo di sangue, scriveranno in un registro il tuo nome seguito da codici e sigle: da quel momento in poi, Hans sei tu.

Grazie
A.

Per chi non abita a Roma o provincia metto il link alla pagina del sito ADMO (associazione donatori midollo osseo) nella quale è possibile trovare il centro ADMO più vicino su tutto il territorio italiano. Ogni centro offre la possibilità di iscriversi al registro nazionale dei donatori.

http://www.admo.it/contents.php?sez=29

 
il post originale QUI
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Giugno

Sempre più in ritardo, ma fedele agli appuntamenti:

Giugno
Giorgia, Barco di Bibbiano (Emilia-Romagna)

Aveva 29 anni, un marito, un lavoro in un’edicola-tabaccheria e una famiglia alle spalle. Una vita serena, un quadro perfetto al quale mancava solo l’ultima pennellata, un figlio. “E, invece, anziché avere un bambino, ho avuto un tumore”.
Sono passati più di 10 anni da quei mesi e le cose sono profondamente mutate: perché Giorgia Meli, di Barco di Bibbiano in provincia di Reggio Emilia, non è più ammalata e ha quella piccola che aveva sempre sognato. Un miracolo: perché i medici avevano diagnosticato la sterilità di Giorgia e, invece, dopo aver vinto il linfoma, si è realizzato quel sogno che, ormai, considerava irrealizzabile.
Nata nel giugno del 1971 e sposata a 24 anni con Raffaele, Giorgia trascorreva un’esistenza tranquilla, divisa tra il lavoro, le amiche, la vita di paese. Come spesso accade, soprattutto se si hanno 29 anni, il tumore rappresentava un qualcosa di lontano, d’impensabile. Fino al giugno del 1999. “Non stavo bene, ma a tutti i sintomi di quel periodo davo un’altra spiegazione: il caldo al fatto che era giugno, i pruriti alle zanzare, la perdita di peso al lavoro. E anche quando mi accorsi di quella noce dietro un orecchio, non ci detti troppo peso. Addirittura chiesi al mio dentista se poteva dipendere dai denti”. E neppure quando fece una visita con il medico che le disse che c’era qualcosa che non andava, disponendo l’ago aspirato e una radiografia, il suo primo pensiero fu “dottore io l’1 luglio devo partire per l’isola d’Elba”. “Era come se vivessi su un altro pianeta”. Improvvisamente Giorgia è dovuta tornare sulla terra. La diagnosi fu impietosa: linfoma di Hodgkin.
Una sentenza devastante, una montagna da scalare resa ancora più impervia da quella caduta in negozio che le procurò la frattura del femore e il rinvio di un mese del ciclo di chemioterapia. Problemi che non facevano altro che peggiorare il suo stato d’animo. “Ero arrabbiata, molto arrabbiata. Continuavo a ripetermi “perché proprio a me? Ho appena 29 anni”. Volevo un figlio e, invece, mi ritrovavo un tumore.
Poi, però, la rabbia è passata e ho iniziato a pensare a tante cose con prospettive diverse. Mi dicevo che se qualcosa capita è perché deve accadere e che se c’è una salita, poi arriva la discesa. Anche la fede mi ha aiutato molto. Sono sempre stata credente, ma inizialmente non in modo profondo. Addirittura all’inizio quando mi portavano dei santini in ospedale, io li strappavo”. I problemi nel corso degli anni non sono scomparsi del tutto, ma le cose sono cambiate. Decisamente. “Prima di ammalarmi mi avevano detto che ero sterile e mi era sparito il ciclo. Dopo le cure, però, le mestruazioni mi sono tornate”. E non solo. Perché a fine 2004 è avvenuto il miracolo. “Era il giorno di San Valentino del 2005 e iniziò a farmi male il seno. Pensavo che si trattasse delle mestruazioni. Poi sono andata da mia sorella per chiederle se aveva un test di gravidanza e ho scoperto di aspettare Emma. Ero al settimo cielo e ho subito pensato che fosse un dono di Dio. Oggi è cambiato tutto: prima davo molto valore ai soldi, oggi alle relazioni umane, prima soffrivo di complessi d’inferiorità che, poi, si sono trasformati in grinta e sensibilità. Sconfiggere il tumore non è facile, ma ce la si può fare: bisogna crederci. E gli altri ti devono stare accanto. Molte volte basta una telefonata e una domanda, “come stai?”.

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il CVC

 Dopo qualche giorno di ricovero, si è iniziato a parlare di mettere un CVC (catetere venoso centrale). Già mio zio (che lavorava nell’ospedale in cui mi sono curata) aveva detto a mia madre di farmi mettere il port se me lo avessero “offerto”. E così, quando si è parlato di CVC, ho detto si. Il catetere è un pò diverso dal port. Intanto il tubicino ti esce direttamente dal petto, protetto da un cerotto e da una garza, ed è quindi particolarmente visibile. Poi richiede una maggiore manutenzione: va medicato ogni settimana, sia che lo si utilizzi sia che si sia a “riposo”. L’intervanto è in anestesia locale, dura pochi minuti, e consiste nell’inserire un tubicino in una vena (di solito nella giugulare, più raramente nella succlavia); nonstante la facilità dell’operazione, l’umore non era di migliori quando sono andata ad inserirlo. Era la mia prima “passeggiata” con il letto per l’ospedale, andavo a farmi inserire una roba che non avevo ben capito cosa fosse e non sapevo se la cosa sarebbe stata dolorosa o meno. Evviva evviva, insomma! Allora cominciamo…tranquilla, mi dice l’infermiera, l’intervento lo esegue il primario…lui è un campione in questo…la vena prescelta è la giugulare, a destra del collo. Prima iniezione di anestetico e poi si inizia. Dopo poco sento un dolore fortissimo che si irradia in tutta la parte destra, il braccio praticamente paralizzato ed il luminare che preme forte sul mio petto. Sono una paziente coscenziosa e quindi illustro tutti i miei sintomi al dottore…è normale?…e lui “si…scusa…invece della vena ho preso un’arteria…” ottimo! Tamponata l’emorragia (e meno male che non vedevo cosa succedeva) decide di cambiare lato e di inserire il catetere nella succlavia. Tutto da capo…anestesia, rimestio…ops…un’altra arteria…(certo che ne ho proprio troppe di arterie che si mettono in mezzo!!!!). Il dottore chama una sua collega…”ci pensi tu? io oggi non sono in vena…” Ancora mi chiedo se il doppio senso fosse consapevole o se gli sia venuto spontaneo. 🙂 
Comunque, passato il trauma dell’inserimento, ho amato il mio CVC per tutto il periodo in cui  l’ho portato (6 mesi). Finalmente le mia braccia libere, facilità di movimento, niente più buchi nelle braccia per il prelievo giornaliero…insomma…una vera pacchia! E quando l’ho tolto, uan vera festa…è stato come se mi avessero detto che tutto era finito! 

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Io e il port: un rapporto conflittuale

 Come vi ho raccontato nel post precedente, il giorno della prima chemio mi venne inserito il port.
Se siete stati attenti (eh-eh-hem) vi ricorderete che avevo concentrato la vostra attenzione sul fatto che mi era stato detto di star tranquilla perchè il port assolutamente non si vede.
AH, mentitori!
Due o tre giorni dopo l’inserimento del simpatico dispositivo, io e mamma ci armammo di quanto necessario per pulire la ferita e cambiare le bende. Si, perchè per aver inserito un port avevo tanti di quei cerotti addosso che sembrava mi avessero fatto un trapianto di cuore!

Ero perfettamente serena, io povera, piccola, innocente fanciullina. Mi avevano garantito che era più o meno come un pacemaker, quindi chiesi a nonno di mostrarmi il petto per aver presente bene di cosa parlassimo (nonno aveva il pacemaker già da anni ma non mi ero mai posta il problema di controllare se si vedesse o meno). Ok, niente di orribile, non si vede niente, va bene così.

Con un candore degno di Cappuccetto Rosso, iniziai a togliere ‘sti 15 metri di bende. Va bene che non fossi esattamente il ritratto della salute -pensai- però il fatto che i dottori avessero già provato a mummificarmi mi pareva eccessivo, e che diamine!
Io e mamma togliemmo tutte le garze. Rimasi solo con un cerottone bello grande. Notai che sentivo ancora spessore sotto il cerotto e pensai che ci fosse ancora qualche garza sotto. Ah, illusa!
Mamma strappò il cerotto e fece un’espressione un tantino sorpresa. Cercai subito di guardarmi allo specchio ma lei era davanti a me e quindi non potevo vedere il mio petto. La scansai e rimasi malissimo nel vedere quel vidi. Mi prese un colpo.

Avevano detto che il port non si sarebbe assolutamente visto, quindi perchè – di grazia – avevo un affare grosso come un mandarino sottopelle?! Iniziai a respirare affannosamente, le gambe si fecero molli e mi dovetti sedere sul water. Non riuscivo a distogliere lo sguardo dal bozzo che avevo sotto la clavicola. Mi veniva da piangere…e anche un pò da vomitare!

Non appena riuscii a rimettermi in piedi, chiamai il padre del mio ex per chiedere spiegazioni poiché, nella mia ottica, se mi si dice che qualcosa non si vede, io ci credo. Devo crederci perchè me lo hanno detto dei medici. Se si vede ed è anche impossibile da non notare, pensai, è perchè c’è qualcosa che non va, magari è finito fuori sede, o ha fatto infezione o che diavolo ne so io, no?!

Il padre del mio ex mi tranquillizzò. Non è che il port proprio proprio non si vede in assoluto, via, però non è neanche tutta ‘sta gran cosa. E poi, mi disse, dovevo tener conto del fatto che era gonfio. Tuttavia, lui dava per scontato che i medici mi avessero spiegato un pò meglio cosa è un port e come è fatto. Soprattutto, non capiva perchè non mi avessero detto che, effettivamente, il port si nota.

Fate bene attenzione: non sto dicendo questo per fare terrorismo, ma perchè ritengo molto più saggio che si sappia che il port si vede (e comunque non è enorme, intesi!) piuttosto che sentirsi dire che non si nota affatto quando non è vero…non trovate? Per altro: port che ho visto ultimamente, sono più piccoli di quelli che avevo io.

Un filino rincuorata (ma ancora profondamente schifata) cercai di prendere confidenza con il port. Non fu facilissimo. Tanto per cominciare, la zona era parecchio gonfia, in fondo mi avevano inserito l’aggeggio solo un paio di giorni prima. E poi io sono allergica alla colla dei cerotti, quindi il fatto che fossi rossa come un’aragosta era relativamente normale. E quella schifezza di roba giallognola era il disinfettante, quello veniva via, dai. E quel bel filo nero che chiudeva la ferita (8 punti esterni e 8 interni) sarebbe stato tolto, ovviamente. Al momento sembravo un coniglio porchettato, ma poi sarebbe andata meglio.

In effetti, nel giro di alcuni giorni le cose andarono molto meglio. La zona si sgonfiò e tolsi i punti. Solo che a me quel bottone proprio non andava giù. Sapevo che quella specie di citofono mi avrebbe salvato le vene, ma che schifo lo stesso! Non era più gonfio come prima, ma che non si vedesse non si poteva assolutamente dire, proprio no! Si vedeva eccome, e si capiva anche che non era un bozzo “naturale”, era evidente che sotto la pelle ci fosse qualcosa a forma di tronco di cono inserito da un chirurgo! Avrei potuto provare a spacciarlo per un chip inserito dagli alieni, sicuramente sarebbe stato più fashion, ma questo non avrebbe cambiato le cose!

Ad ogni modo, due settimane dopo l’inserimento, il port iniziò ufficialmente a lavorare in occasione della mia seconda chemio. Dal punto di vista “tecnico” non mi ha mai dato problemi. Nemmeno la volta che Nipotonzolo Numero Due lo calpestò accidentalmente mi diede complicazioni. Devo dire che ha saputo adempiere al suo lavoro in maniera più che efficente. Ciò non di meno, non l’ho mai accettato. Quando ho saputo che, finita la chemio, avrei dovuto aspettare altri due mesi prima di toglierlo, sono rimasta malissimo. Proprio non ci convivevo bene. Addirittura ricordo che non lo toccavo mai. Quando facevo la doccia, lì ci passavo con la spugna perchè non ci volevo passare le mani.

La separazione tra me e lui, comunque, è stata dolorosa. Non nel senso che alla fine mi è dispiaciuto toglierlo. Intendo dire che ha fatto male! Togliere un port è più doloroso che metterlo. Io l’ho tenuto 8 mesi, i tessuti ci erano cresciuti intorno, un pò come alghe e coralli che crescono attorno al relitto di una nave. Di conseguenza, toglierlo non è stata un’esperienza spassosa. Ma non vi spaventate: le anestesie servono a ovviare a questo inconveniente…dico LE anestesie e non L’anestesia perchè me l’hanno dovuta rifare 4 volte, e io non sono una con una bassa soglia del dolore!
Tra parentesi: in sala operatoria, quando ho tolto il port, c’era un chirurgo plastico che doveva un favore al mio ex suocero e che era lì per farmi una bella sutura. Purtroppo per me, venne chiamato per un’emergenza subito dopo aver messo il primo punto e toccò all’anestesista ricucire la ferita. Probabilmente inconsapevole del fatto che un paziente in anestesia locale sente benissimo, capisce tutto ed è perfettamente lucido, si lanciò in una lagna tremenda con l’infermiera:
“Eh, vabbè, ma a me mettere i punti non è mai piaciuto. Non è il mio mestiere. Non sono brava. Ma tu guarda qui che ho fatto, aspetta che questo punto lo tolgo e lo rimetto perchè è venuto uno schifo. Romina, quando vedrai la cicatrice e farà schifo, non te la prendere con me…”
E io “no, non si preoccupi, basta che non faccia proprio proprio schifo, io mi accontento.” Dissi questo perchè la vedevo già abbastanza seccata e non volevo farmela nemica, ma in realtà pensai “Come sarebbe a dire, asina mannara, che se la cicatrice farà schifo non me la dovrò prendere con te? Con chi me la dovrei prendere? Con me stessa che mi sono fatta venire un accidenti tale da costringermi a mettere il port?! O con il tizio che ha fatto l’incidente e che ha avuto un bisogno sicuramente più urgente del mio del chirurgo plastico?!”

L’anestesista, che evidentemente continuava a non capire che io ero sveglia, proseguì chiedendo all’infermiera “Ecco, io ora che faccio? Lasciò così o metto un altro paio di punti?!”
Io guardai l’infermiera con espressione patibolare, e risposi al posto suo “ma fa’ ‘pò che te pare, basta che te sbrighi che non ce la faccio più!”. Rimase sopresa dalla risposa piccata , si mise a testa basta e finì il lavoro. Comunque, mi devo complimentare con lei: ha fatto veramente uno schifo di lavoro, deve aver richiesto impegno fare una porcheria del genere! A distanza di 5 anni, sembra che la cicatrice risalga a tre mesi fa, brava! Tutto sommato, però, sono affezionata alle mie cicatrici: quella sul seno dovuta alla mediastinoscopia, quella sotto la clavicola data dal port e quelle piccine sul fianco dovute dalla toracoscopia. Alla fine mi piacciono. Certo, eviterei volentieri di sentirmi chiedere ogni due per tre se sono cardiopatica o ho avuto un incidente col motorino, ma si sa che la gente gli affari suoi non se li sa fare, quindi…

Per fortuna, però, la mia pigrizia anche nel caso del port mi ha impedito di scompormi più di tanto, e così il citofono divenne presto oggetto di scherzo.
Nipotonzolo Numero Uno era piuttosto schifato dal port. Non volevo farglielo vedere ma una volta accadde, punto e basta. Alla fine si vede, non è che sta messo chissà dove. E’sotto la clavicola e si vede con il 75% delle magliette.
Mi guarò e chiese “Zia, cos’è quello?!”
io mi resi conto che era parecchio impressionato e risposi “beh,è un bottone, non lo vedi?
e lui “e che ci fai con un bottone lì?!”
“Serve per farmi cantare. Tu lo spingi, e io canto una canzone.”
BBBZZZZZZZZZ
“SONO LE TAGLIATELLE DI NONNA PINA…”
In breve, quello smise di essere un port: divenne una sorta di acquasantiera…

Una volta accadde una cosa clamorosa. Avevo tolto il port da poco ed ero al locale di mio padre. Una vecchina (solito prototipo della vecchia gufa che si riconsola nel vedere giovani in scarsa salute) fissò la mia cicatrice e disse:
“Signorina, cos’ha fatto lì? Ha problemi di cuore?!”
Dato che non avevo la minima intenzione di affrontare l’argomento in quel momento, specialmente in un luogo pubblico davanti ad altre 20 persone, risposi con la più spudorata dalle facce di bronzo: “No, è l’appendicite.”
E già qui i clienti che conoscevano la mia storia sghignazzavano.
“Ah, anche mio nipote ha avuto l’appendicite, però a lui è venuta più giù..”

Io iniziai a tossire per nascondere le risate, ma un cliente si strozzò con il cappuccino.
Mi sta bene che una persona provi curiosità per una cicatrice, posso anche starci se mi chiede cosa sia, ma c’è un tempo e un luogo per fare certe domande, non trovate?!

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Post d’amore

C’è l’infermiera A. che porta sempre dei bellissimi gioielli luminosi come lei, si è separata in questi giorni e non si ritrova nella sua nuova vita, ma sta dimagrendo finalmente, ed è felice di sentirsi fisicamente meglio. C’è l’infermiera I. che è giovane e bellissima, potrebbe fare la modella, si arrabbia spesso, ma è tutta scena. Ha un fidanzato laureato che non trova lavoro e si arrabbatta come commesso da z. da tre anni. Non è facile ma sono giovani e indignati, ce la faranno. C’è l’infermiera T. che ha due bimbe come le mie e mi fa sempre ridere. C’è l’infermiera V. che gestisce da sola due gemelli di 8 anni, è una madre severissima, ma ha le ambizioni giuste, è integerrima e ha un’ironia di ferro. C’è l’infermiere S. che sceglie la musica migliore in somministrazione. C’è l’infermiera G. che è bella e magra e dolce e come prende le vene lei, nessuno. Ma è troppo magra e stiamo tutti in pensiero. C’è la psiconcologa F. che sinceramente è sempre troppo bella e sorridente per avere mai voglia di sedermici di fronte e spiegargli se sto di merda. Ma per fortuna non ci sto quasi mai.
C’è il caposala baffone che ogni mattina arriva con un fascio di giornali dalla metro perché i pazienti possano leggere qualcosa di nuovo (oltre le mie vecchie copie di Internazionale). E’ un mago con le medicazioni. Ha le mani d’oro, davvero, ed è veramente simpatico. C’è l’Oncologa col nome di un fiore, che è giovane e brava, ma è precaria e qualche volta non sa dire le cose nel modo giusto, ma è sempre sincera. C’è l’Oncolga S. che è alta, bella, preparatissima, con due cani belli e magri come lei. Poteva fare la viaggiatrice di professione, si vede. Non lascia mai niente al caso e se hai un dubbio, non perde tempo e te lo toglie. Mr. Clint lo conoscete già. Ma c’è anche R. che si occupa di noi pazienti con efficienza e un bel po’ di sorrisi. C’è L. dalle lunghe ciglia, che porta avanti e indietro provette ed esami, e da quando quella volta che piangevo disperata mi ha chiesto “come va?” vincendo la sua proverbiale timidezza, ha un posto speciale nel mio cuore. So che adora le merendine, ma adesso si è messa a dieta, e adora i gatti. E ci sono le ematologhe pazze che se capitavano a me le prendevo a sassate, ma per fortuna non mi sono capitate. E ci sono le infermiere A. e N. che non si occupano di noi, ma mi salutano sempre per nome. E il dottor C. che anche lui è sempre cortesissimo e gentile. Poi ci sono gli allievi e le allieve, che cambiano spesso. Adesso ci sono due suorine spagnole vestite di bianco che sono fantastiche. Sono efficienti, bravissime, trottano tutto il tempo e se ti sei mai chiesto cosa significhi la sollecitudine amorevole, beh, eccole qua. E poi ci siamo noi pazienti, chi più e chi meno in forma, chi è di passaggio per non tornare, e chi arriva per restare a lungo. Non volano mai parole di troppo e il clima è abbastanza buono. Semmai un po’ senile, ma ci sta.
Questo è il posto dove si prendono cura di me da tre anni e mezzo e gli sono grata ogni giorno. E’ anche merito di Obi ed è ancora più importante per questo. Spero che non cambi mai, nonostante lo scempio dei delinquenti che gestiscono alcune cose della Sanità nel nostro paese. Ma è la mia seconda casa. E le voglio bene. E voglio bene a tutti quelli che la abitano o ci passano, per poco o per molto tempo.
E questo è un post d’amore.

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Black Bandana

Il giorno dell’ultima chemio è una data che si ricorda più del giorno dell’ultimo esame all’università. O almeno così è per me.
Quale modo migliore per celebrare, se non una bella sgambata in bici?
Per l’occasione, sotto il casco ho indossato quel bandana nero che alternavo ad altri colorati per coprire la crapa pelata, ma tanto odiato da chi mi stava intorno perché mi faceva sembrare un boia.
Da oggi, quello è il suo nuovo posto: sotto il casco ad assorbire sudore.
Un nuovo utilizzo, una nuova possibilità anche per il bandana nero, una nuova vita anche per lui.
Con me, sulla mia bici.

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Bellicapelli

Quando nel 2008 ricevetti la prima diagnosi, una delle cose che mi fece più soffrire fu la perdita dei capelli.
Non voglio passare per una persona un po’ troppo frivola (per quanto lo sia abbondantemente), voglio far capire che perdere i capelli a mazzi all’età di 30 anni non è una cosa piacevole.
Tante persone tendono a sminuire questa cosa, ma io invece mi ci sono sempre arrabbiata perché per me è stato un vero e proprio dolore.
Sì, un dolore che poi ho imparato a gestire e a sdrammatizzare grazie all’aiuto della mia Amicabionda (la parrucca), ma ricordo con grande sofferenza il momento della perdita, il momento in cui mi sono rasata a zero, il momento della scelta della parrucca, il momento in cui tutti mi vedevano per la prima volta con quel gatto morto in testa.
Ci ho sofferto tanto, è vero, ma in ugual modo ho gioito quando a novembre del 2009 hanno ricominciato a ricrescere.
Erano più scuri di prima.
Erano ricciolutissimi quando invece io l’ho sempre avuti lisci come spaghetti.
Erano tantissimi e fortissimi, molto più di prima.
Erano e sono tuttora bellissimi.
Perché sono veri! E sono miei!
E questa gioia la può capire solo chi c’è passato.
Chi ha perso i capelli e poi li ha visti ricrescere può condividere la tristezza e poi la gioia di quei momenti.

E dal novembre 2009 a ora non li ho mai tagliati, non li ho mai colorati, niente. Non sono mai andata dalla parrucchiera, non li ho mai fatti toccare a nessuno.

Fino a venerdì scorso, momento in cui mi sono resa conto di avere un cesto di scarola in testa.
E quindi ho preso la saggia decisione di andare dal parrucchiere.

Goduria.
Goduria delle godurie.
Farsi lavare, decolorare, tagliare, asciugare i capelli dopo quasi tre anni è un godimento che in pochi (e quindi fortunati!) hanno la possibilità di provare.
Tre anni, mica tre mesi!!!
Bello, bello, bello.
Il massaggio al lavaggio, la frangetta che era sparita e torna, bella, sulla tua fronte, le graffiature che danno più luce al mio viso pallido…
Che bellezza…
Ma non solo! Che bellezza che sono io con questi capelli nuovi! Non dico di essere tornata strafi’a come un tempo (ahahahahah!), ma il primo passo verso la normalità è stato fatto.
E ci godo. Dio solo sa quanto ci godo.

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