Ho aperto gli occhi

Ho sempre pensato che essermi ammalata di cancro mi abbia aperto la mente verso situazioni e persone che fino a prima avevo piuttosto ignorato.

O meglio, come tutti, sapevo che c’erano persone che avevano il cancro, alcuni non ce la facevano, altri guarivano. Ma era un mondo che mi sfiorava e basta. Per il resto pensavo alla mia vita, ai concerti, al lavoro e al tran tran quotidiano.

Forse qualche volta avevo pure pensato di fare volontariato, ma era rimasta solo un’idea, perché del resto, anche in questo caso, come tutti avevo poco tempo.

Poi, quando mi sono ammalata e ho visto per la prima volta da vicino un reparto oncologico, con le persone che facevano chemioterapia e che stavano male (c’ero anche io, ovviamente, ma ho sempre amato osservare molto ciò che mi circonda) perché avevano (e avevo anche io) quella malattia di cui fa paura pronunciare il nome, qualcosa è cambiato profondamente in me.

Ho iniziato a provare un bisogno fortissimo di aiutare le persone, di fare quello che potevo per rendermi utile. Quando facevo la chemio, immaginavo di tornare in ospedale negli altri giorni per parlare con gli altri ammalati.
In realtà poi non l’ho mai fatto, primo perché ero stanchissima e poco in forma per la chemio, e secondo perché per fare questo tipo di volontariato bisogna fare dei corsi, non ci si può improvvisare.

Visti i miei problemi quotidiani di stanchezza, benessere/malessere/sonno a seconda degli orari e dei pasti, ecc, ho preferito optare per quello che definirei forse, in maniera perfino “pomposa”, volontariato via web.
Che poi in fondo è quello che cerchiamo di fare con Oltreilcancro.it. Parlarne (o meglio scriverne) per potere anche fornire un vissuto che possa aiutare.

Ho sempre cercato di dare informazioni fin dove potevo su quello che è la mia esperienza con il cancro allo stomaco e di creare un riferimento con il gruppo su Facebook per chi si trova a vivere questa patologia.

Così mi sono trovata a condividere le emozioni delle persone che ho conosciuto in questo modo e a preoccuparmi per loro. (Ad esempio, in questo momento i miei pensieri sono, tra gli altri, per un amico che sta passando un momento difficile, e per chi gli sta accanto).

Posso veramente dire che il cancro mi ha aperto gli occhi nei confronti degli altri, e di questo sono molto contenta perché grazie alla malattia sono riuscita a superare quella forma di egoismo superficiale che in fondo prima avevo e di cui non mi accorgevo…

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I primi giorni

Il primo giorno di ricovero è stato il 17 giugno 2004. Era il mio primo giorno di ospedale in assoluto. Io sono sempre stata una che fa le cose in grande: o sana come un pesce o malata sul serio, non conosco mezze misure insomma! Mi hanno sistemata nella parte pediatrica del reparto di ematologia…no, non sono più giovane di quanto non pensaste, semplicemente nelle stanze per gli adulti non c’era neanche un posto libero e quindi sono finita tra i bambini (in realtà ero in stanza da sola e poi è arrivata una mia coetanea a farmi compagnia). Il primo giorno mi sono subito beccata una bella trasfusione…avevo un emocromo da far paura, l’emoglobina sotto le scarpe, le piastrine latitanti…ancora non sapevo in realtà cosa significasse tutto  ciò, solo più tardi sono diventata più brava di un medico a leggere le analisi…fatto sta che hanno fatto la trasfusione..ed io nel frattempo ho tranquillamente cenato! L’infermiera quando è entrata per poco non si faceva venire un colpo a vedermi mangiare…ma io che ne sapevo che non si mangia durante le trasfusioni? Potevano avvisarmi, no? I primi giorni non ho fatto terapia, solo antibiotici perché dovevano fare la tipizzazione della leucemia e curarmi la polmonite che mi ero portata a farmi compagnia da casa (si perché io sarò pure stata debole i giorni precedenti al ricovero, ma sono andata a fare immersioni sotto la pioggia, tanto che poteva succedere? Beata ignoranza…)
Appena scelto il protocollo di cura, mi hanno detto che avrei dovuto fare terapia in degenza protetta (ed io che miravo al day hospital!). All’inizio mi sono spaventata…mi aspettavo una cameretta scura e piccola e una bella colata di cemento a chiudere la porta per non farmi uscire…poi mio cugino (il mio fratellino in seconda, come lo chiamo io) mi ha accompagnato a vedere il reparto delle camere sterili…bè…vedere il “filtro” e le porte tutte chiuse faceva un po’ impressione…però almeno le porte c’erano, non erano murate…tutto sommato è stato un bel sollievo!   
In attesa di poter entrare ho deciso di cambiare look ed ho scambiato i miei lunghi capelli con un bel tagli da skinhead (che,devo ammettere, mi donava molto).
Passato il rischio polmonite sono stata quindi “incarcerata” in una stanza solo per me, con una bella finestra (sigillata) ed una stupenda vista sul cementificio (meglio quello del mare visto che era estate e non potevo uscire!). Era il 23 giugno e, anche se ancora non lo sapevo, sarei stata lì dentro fino al 4 agosto. Il protocollo prevedeva circa 30 giorni di degenza, ma io sono riuscita ad avere tutti gli effetti collaterali conosciuti per quella chemio più qualcuno sconosciuto che ho testato per loro (bisogna pur aiutare la ricerca no? Certo, avrei preferito comprare un camion di uova dell’ail però…si fa quel che si può).
Appena rinchiusa ho iniziato la chemio ad “alte dosi”, così si chiama. Circa 8 ore di veleno al giorno per 5 giorni, una specie di settimana lavorativa insomma. La prima sera ero davvero soddisfatta di me…una vera roccia…ho cenato allegramente con quello che passava la casa, muscolo di vitellone con una salsina di carote, senza neanche un po’ di mal di stomaco…peccato che poi non ho più potuto neanche GUARDARE il muscolo di vitellone per un intero anno!!!
Ovviamente nei giorni successivi non è andata altrettanto bene ed ho inaugurato una serie di 15 giorni in cui ho mangiato mezza rosetta con la marmellata al mattino e nient’altro…certo quando sono uscita di lì avevo una linea strepitosa!
 
Direi che per oggi basta così, pensavo di scrivere del mio primo ricovero, ma sono arrivata solo alla prima settimana dei miei 43 giorni in ospedale. Non avevo mai provato a raccontare tutto nel dettaglio ed è più complesso di quanto non pensassi, e poi sto diventando prolissa a quanto pare…io, la regina della sintesi…incredibile!

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La cura delle ossa

Dopo cinque anni di menopausa indotta e terapia ormonale oggi mi è toccato il secondo appuntamento con il controllo delle ossa. La volta scorsa avevo un minimo accenno di osteopenia femorale che dalla Moc odierna invece risulta rientrata. C’è giusto un punto in cui la testa del femore ha una densità ridotta, ma insomma, niente di che.

Immagino che sia merito della costante attività fisica, in particolare lo yoga e la danza, un po’ di Qi gong, l’abitudine della ricotta e dello yogurt mattutini, il sacchetto di mandorle che tengo in ufficio e da cui attingo abbondantemente e la tintura madre di Equiseto che ho cominciato a prendere a cicli di periodici da quando me lo prescrisse il medico cinese maestro di Qi gong.

Ho avuto cura delle mie ossa, le ho aiutate a sopportare la carestia di ormoni in circolazione. Anche se ogni tanto sento dei crac crac preoccupanti, loro resistono.

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Aprile

Il mese scorso ho inaugurato un calendario speciale, di storie e di esempi…vorrei che diventasse un appuntamento fisso (anche se con qualche giorno di  ritardo ):

Aprile
Bruno, Brugherio

Quando ripensa ai giorni trascorsi in ospedale e, in particolare, al modo ironico e scanzonato in cui li ha affrontati non esita a darsi “dell’incosciente”. Probabilmente, però, è stata proprio questa “leggerezza” a permettere a Bruno Lupi Timini di affrontare il male. “Il tumore può colpire chiunque. Sicuramente non va affrontato sottogamba, ma neppure pensare che sia ormai tutto inevitabile, che il destino sia scritto. Si può e si deve combattere perché la vittoria è possibile”. Sono passati ormai dieci anni, era il marzo del 2001, da quando Bruno, 56 anni di Brugherio, in provincia di Monza e Brianza, si è ammalato, ma il ricordo è ancora nitido, nitidissimo. Anche perché dimenticare quei momenti è impossibile. Soprattutto se la mazzata arriva improvvisa, del tutto inaspettata.
“Non avevo avuto alcuna avvisaglia e quando i medici mi hanno diagnosticato il Linfoma di Hodgkin, localizzato sotto un’ascella, per me è stata una sopresa assoluta”. Sarà forse per questo che ha reagito in modo così inusuale. “L’ho presa un po’ così, quasi alla leggera, non gli ho dato l’importanza e gravità che, invece, meritava. Ricordo che in ospedale ero il giocherellone del reparto, ridevo e scherzavo con tutti”. Un’allegria contagiosa che, però, ha rischiato improvvisamente di spezzarsi. Colpito da uno shock settico, è entrato in coma e ci è rimasto per più di 7 giorni. Si è risvegliato, ma il colpo è stato durissimo e Bruno è crollato fisicamente e moralmente. “Non riuscivo più a muovermi, avevo grosse difficoltà di deambulazione. E’ stato un momento veramente difficile che mi ha responsabilizzato molto. Poi,però, ho trovato in me una grande forza di volontà, supportata anche dall’aiuto degli infermieri e dall’appoggio della mia famiglia che è stata importantissima”. Bruno si è rimesso in piedi, non solo metaforicamente, e ha ripreso con la sua vita. In cui ha un posto di rilievo il volontariato, in quella Lampada di Aladino che si occupa del sostegno ai malati oncologici. “Naturalmemente non posso dare suggerimenti di natura medica, mi limito a dare un piccolo contributo, soprattutto morale, in base alla mia esperienza”.
E di contributi Bruno, come altri ex ammalati, ne può dare tanti e uno di questi (avendo a suo dire inclinazioni artistiche), è stato realizzare la copertina di questo calendario a cui vorrebbe dare questa interpretazione: “Inconsciamente, quando la diagnosi parla di tumore, è prerogativa del malato innalzare davanti a sè, quasi a voler esorcizzare la cosa, un muro, isolandosi da tutto il resto del mondo ed escludendosi da società, affetti, lavoro. Dalla vita insomma. Ma non esistono muri che non si possano abbattere. Lo dimostro io e tutti coloro che fanno da filo rosso a questo calendario.
Uomini e donne che grazie alla forza di volontà e all’aiuto da parte di chi ha raccolto il loro appello di soccorso, giorno dopo giorno, mattone dopo mattone, questo muro sono riusciti ad abbatterlo. Anche la Storia stessa ce lo conferma: le mura di Gerico distrutte, le mura di Troia sbriciolate, il muro di Berlino abbattuto”.

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Addio Hercy!

Domani vado a fare l’ultimo Herceptin. Sarò esagerata ma sono giorni che ci penso. L’ultimo Hercy è la fine delle terapie in infusione per il tumore. L’ultimo Hercy è un capitolo che si chiude. L’ultimo Hercy è un capitolo che si chiude prima che se ne apra un altro, quello dei controlli periodici, a tempi stretti all’inizio, sempre più radi via via. E’ il momento che quando solo mi è stata prospettata la cura vedevo come un orizzonte lontanissimo, duro da raggiungere, la cima di una montagna altissima per raggiungere la quale avrei dovuto percorrere un sentiero pieno di incognite e ripido come una scala a pioli. E invece è già domani. Sono passati esattamente un anno, due mesi e otto giorni dal giorno in cui ho scoperto che sul mio seno c’era qualcosa che non avrebbe dovuto esserci. Ho fatto tredici sedute di chemioterapia a base di Hercy e Taxolo, tre di Hercy e Myocet, ho vinto ventinove punti al superenalotto della chirurgia, più i quattro per aver scelto di giocare anche al totoPort, trenta fotografie mono-posa in medicina nucleare, altri dieci Hercy in omaggio, più i vari sforacchiamenti extra dovuti ad analisi, fattori di crescita, eparina e antiemetici sur panza. Un bel bottino direi, considerando il cadeaux che Herceptin mi ha offerto in nome della nostra amicizia, un pacchetto di buoni/eco da spendere una tantum in cardiologia. Il tutto segnato dal mio nuovissimo cancralendario mai stampato su carta, ma involontariamente fissato nella memoria, dove date che per chiunque sono giorni qualunque, per me resteranno sempre paletti fissi piantati dalla mia vita. La cosa che mi viene in mente adesso è… e adesso? Abituata ad essere tenuta a vista dai medici, mi sento un po’ spiazzata. Mi sento un po’ persa, ho il timore che qualcosa sfugga, mi sembra così strano… La cosa che vorrei di più in tutta franchezza è sapere se tutto questo è servito a qualcosa, fare in fretta gli esami per poter dire che si, adesso c’è solo da portare un po’ di pazienza per smaltire tutte ste schifezze che mi sono bevuta, ma è finita, ed è finita bene. Perchè il cancro è spesso una malattia subdola, fa cucù da una parte mentre fa il nido vero e proprio dall’altra, e c’è poco da dire che non si deve vivere con la paura: paura nel senso di terrore no, ma un po’ di timore e desiderio di sapere si. E voglio essere realista, è vero, può tornare, se torna si riaffronta, ma spero almeno di potermela godere per un po’ nel frattempo se proprio deve essere, no? Ci farò i conti per tutta la vita, e allora facciamoli: vivo la mia vita con questa cosa, questo campanellino che suona a ogni piè sospinto, ma che non è detto che faccia per forza sempre quello stesso medesimo suono. Domani farò l’ultima chemietta, che io chiamo chemietta perchè se la chiamo col suo vero nome nessuno capisce cosa è a meno che non la abbia fatta a sua volta o sia un medico. La chemietta che le infermiere ti dicono che è acqua fresca per tranquillizzarti ma quando gli dici “ne vuoi un po’?” (giuro, l’ho fatto) sbiancano, perchè anche se non è una chemio pesante come le prime che ho fatto (neanche da mettere a confronto), innocua non è. E’ quella che dovrebbe diminuire altamente la probabilità di una ricaduta. La chemietta che mi sono fatta amica in questi mesi, che ho fatto un po’ di fatica ad accettare perchè era tanta, tanta e tanta. Ma è finita. E anche se sarà il tempo a dirlo, spero che sia servita a qualcosa.

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L’altra primavera

C’è la solita primavera, quella fatta di macchie gialle di forsythie e narcisi, piume verdi di germogli sui rami, nuvole rosa di fiori di pesco, aria profumata di sole. È bella, bellissima, come tutte le stagioni, ognuna delle quali ha il suo fascino.

Ma c’è anche un’altra primavera.
Il 27 marzo del 2006 sono stata ricoverata e per la prima volta, grazie ad un ecografista competente, è stata pronunciata la parola liposarcoma: i disturbi che mi tormentavano da oltre sette mesi avevano finalmente un nome, un nome di cui in quel momento non conoscevo il significato, sapevo solo che finiva per -oma quindi probabilmente era un tumore maligno, un cancro, e solo nelle settimane, nei mesi e negli anni successivi avrei scoperto il suo vero significato.
Sapevo anche che era grande, enorme, che occupava tutta la cavità addominale, e mentre tre giorni dopo un’infermiera spingeva il mio letto fuori dalla camera, verso la sala operatoria, sapevo anche che avrei potuto non risvegliarmi dall’anestesia, oppure svegliarmi con qualche organo in meno. E quando due settimane dopo è arrivato il referto istologico con la conferma della diagnosi, sapevo che quella sarebbe forse potuta essere la mia ultima primavera.

Questo accadeva esattamente cinque anni fa. Non sono particolarmente legata agli anniversari, per la verità è un caso che mi sia messa a scrivere questo post proprio oggi, mi frullava in testa già da un po’ e ad essere sincera sono dovuta andarmi a rileggere la cartella clinica per essere sicura delle date.
Cinque anni dalla diagnosi però sono un traguardo importante, uno di quelli che si utilizzano per le statistiche. Non sono stati cinque anni liberi da malattia, nel frattempo c’è stata la recidiva, con il suo pesante corollario di terapie e relativi effetti collaterali, ma per una curiosa coincidenza, anche il secondo intervento è stato in marzo, nel 2008, quindi sono comunque tre anni di remissione.
Questo doppio anniversario forse non vuole ancora dire guarigione, ma significa che sono ancora viva, e tutto sommato anche in buona salute. Significa che da quel giorno di cinque anni fa ho ammirato, annusato e assaporato ancora cinque primavere, cinque estati, cinque autunni e cinque inverni, cosa che in quel giorno di marzo non davo affatto per scontata e che mi fa parecchio piacere.

Mi auguro di poter godere ancora di tante stagioni, ma intanto sono grata, molto grata, di quelle che ho potuto assaporare, e non intendo solo gli ultimi cinque anni, ma anche i precedenti trentasette.
E se questa primavera ha riportato, oltre alle vampate, anche qualche movimento di formiche sulla gamba destra a qualche dolorino alla palla… beh, chissenefrega. Io sono viva.

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Haiku

L’inizio della primavera lascia sempre un po’ stupiti, soprattutto dalle mie parti. Voglio dire, lo sappiamo benissimo che gli alberi in inverno preparano il loro bel corredino di gemme, proprio mentre sono grigi, brutti, gelati, pietrificati nella nebbia, ma quando da un giorno all’altro ci si trova di fronte alla distesa di ciliegi in fiore non si può fare altro che rimanere a bocca aperta. Dove si era nascosta tutta questa bellezza?  E questo cielo da cartolina, se c’era, perché se ne stava in disparte?
Va be’,  non sono qui per parlarvi della primavera, né per fingermi la poetessa haiku che non sono. Domani inizio i controlli semestrali, con la consueta visita al vampiro del centro prelievi. E’ questa la notizia. Sono tre anni buoni che ne parlo, e mi sembra che non sia cambiato molto dalla prima volta. Mi annoio da sola, a pensarci. No, una cosa è cambiata, onestamente: adesso non ho semplicemente paura, ho proprio una strizza tremenda e puerile, che sfogo in varie modalità, dal piagnucolio autodistruttivo alla furia generalizzata.
È perché sto bene, questo è il punto: le mie buone condizioni di salute (fino a prova contraria) mi hanno fatto perdere contemporaneamente sia il coraggio adrenalinico dei primi tempi della malattia, sia il sostegno incondizionato alle molteplici manifestazioni della paura. E tutto perché adesso posso lamentarmi anch’io della congiuntivite allergica senza sembrare una persona straordinariamente ironica. In più posso e devo lavorare come tutti, senza storie (ah, ho dimenticato di dirvelo, la mia invalidità è scesa ulteriormente, ormai non c’è quasi più). Inoltre posso passare una serata a cercare compulsivamente informazioni sulla guerra (e non sulle mie cellule impazzite), e addirittura associare la parola radioattività a un reattore posizionato in un oceano lontano (e non a un isotopo iniettato direttamente nella mia vena). Posso farlo tranquillamente, anzi, tutti si aspettano che lo faccia, e io stessa me lo aspetto. Io, la mia giudice più severa e intransigente: in una vita precedente devo essere stata la preside di un collegio femminile, temo.
Intanto percepisco la stanchezza di chi mi sta vicino, vedo che amici e parenti cercano di cambiare discorso quando accenno ai controlli.
Di che ti preoccupi, ormai, Julia? Di niente, figurati. Sto bene!
A parte che domani consegnerò docilmente il braccio a un perfetto sconosciuto (sperando che non abbia sbagliato mestiere), dopodiché perderò completamente il controllo della situazione, mentre il mio sangue scorrerà in tubi e provette, verrà centrifugato, colorato, fatto reagire. In ogni caso, per me inizierà un altro giro di giostra, un nuovo periodo di pace o di guerra globale. Il prelievo è solo l’esordio di una stagione nuova che non conosco, e che mi auguro buona, o almeno mite.
Ops, sento già il coro di voci vicine e lontane.
È improbabile, Julia, dai! Ma sì, certo, lo so. Sto bene!
Intanto scoppia una primavera così bella da togliere il fiato. Lo vedo anch’io, ma faccio fatica a crederci.

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Quinto linfo-anniversario

   In questi giorni ricorrono i cinque anni dalla mia ultima chemio.
Cinque anni, per un ex malato di cancro, sono un traguardo particolare, atteso con ansia.
Siamo al quinto linfo-anniversario, come lo chiamo io.
Cinque anni.
Che curiosa sensazione.
Come vola il tempo.
Come cresco in fretta!
Mi fa un effetto strano, sapete?
Da una parte, mi sembra incredibile che sia trascorso già così tanto tempo. Forse dipende dal fatto che alcune cose non sono mai tornate esattamente normali e sto ancora girando per ospedali e specialisti nel tentativo di capire cosa c’è che non va, cos’è che il linfoma ha mandato in tilt nel mio corpo. Probabilmente questo falsa un pò la mia percezione del tempo. Insomma, se considerate che sabato dovrò andare a fare un’ortopanoramica da far vedere al dentista e che dovrò come prima cosa fargli presente che ho avuto un linfoma (e parliamo del dentista!) capirete cosa intendo: come posso realizzare che siano già trascorsi cinque anni se quell’avventura è ancora così presente nel mio quotidiano?

Per contro, il linfoma mi sembra qualcosa di lontanissimo, perso nel mio passato. A volte ho quasi l’impressione che non sia neanche successo a me. Un sogno del quale qualcuno che mi somiglia è stato protagonista.
Forse è un sistema che ho inconsapevolmente elaborato per risentirne un pò meno, ma guardo alla ragazza con i capelli corti seduta nella sala d’attesa del day hospital come a qualcuno che non sono io. D’altra parte, quando ho iniziato a scrivere la mia storia qui sul blog sono stata male, mi veniva da piangere e mi ero riempita di macchie rosse sul petto. Non c’è da stupirsi se a volte ancora stento a credere che quella persona altri non è se non me stessa. A volte mi capita di chiedermi come diavolo ho fatto non solo ad affrontare tutto, ma a farlo con quella buona grazia. Non sono mai stata coraggiosa, “buona”, credente, forte, non mi definirei una “bella persona” eppure a soli 21 anni ho affrontato la malattia e l’ho affrontata anche bene, nei limiti del possibile.
Posso dire di essere stata brava? Forse si, ma non so se è realmente il caso di affermarlo perchè, in realtà, non penso che avessi molta scelta. La situazione era quella e, a parte la chemio, non potevo fare nulla per cambiarla. Tanto valeva affrontarla nel miglior modo possibile.

In un certo senso, il blog mi sta aiutando a realizzare che quello non era un sogno e che quella ero veramente io.
Non che io abbia mai avuto dei dubbi in proposito, sia chiaro, ma piano piano la ragazza con i capelli corti e la flebo attaccata al port assume sempre più le mie sembianze. Sto realizzando che se, in questi 5 anni, ho sempre parlato con molta naturalezza della malattia, è perchè ne parlavo in terza persona. Non era naturalezza, era una forma perversa di distacco, tant’è che della diagnosi non ho mai parlato prima di aprire il blog. Non ne ho mai parlato perchè quella sofferenza per me è stata talmente pesante da non  poter  fare a meno di provarla nuovamente raccontando, non riuscivo a relegarla esclusivamente al mio “avatar” e quindi ho fatto per anni finta che quel periodo non fosse mai esistito. Solo ora, dopo anni, riesco ad ammettere che quei mesi orrendi che sono trascorsi prima della diagnosi li ho realmente vissuti.

Se faccio un quadro generale della mia vita, la divido in due parti: “prima del cancro” e “dopo il cancro”. Non mi sono mai soffermata molto a pensare che persona sarei ora se non mi fossi ammalata. Cosa ci sarebbe ora di diverso nella mia vita se il linfoma non avesse catalizzato praticamente tutte le mie energie in totale per un anno e mezzo. A volte mi dispiaccio perchè è un anno e mezzo della mia vita, della mia gioventù (ohibò, che termine per una di 27 anni!) che nessuno mi darà mai indietro. I miei amici uscivano, viaggiavano, partivano per l’erasmus, studiavano, andavano al cinema…e io dovevo fare chemio. Sul momento la cosa non mi pesava affatto ma, una volta finita la chemio, ho passato alcuni mesi a covare una rabbia e una frustrazioni micidiali perchè trovavo quello che mi era capitato fortemente ingiusto. Quando le mie amiche si laurearono, per me fu un dramma. Mi sarei dovuta laureare con loro, ma avevo altro da fare…

Fu una fase che fortunatamente durò poco. Sarà che, come dice il mitico Syd del cartone “l’era glaciale”, sono troppo pigra per portare rancore, anche nei confronti del cancro.
E così, un pezzetto per volta, ho iniziato a costruire la strada che mi ha portato fino ad oggi. Mi sento infinitamente più vecchia rispetto ai miei coetanei. A volte meno spensierata, a volte più matura, punti di vista. Sicuramente ho sentito una particolare urgenza di mettere le radici, di creare qualcosa, se non mi fossi ammallata probabilmente me la sarei presa più comoda come fanno tanti.
Semplicemente, ho percorso un sentiero diverso, ho esperienze differenti e questo ovviamente ha delle conseguenze.
Ma è la mia vita, è l’unica che ho e ho rischiato di perderla, quindi la amo follemente così com’è. Non penso di essere stata sfortunata o che le cose “mi siano andate male”. Era destino che andasse così, punto e basta. E mi sta bene. Era la trama del mio romanzo e va bene così.
Alla fine dei conti, anche se spesso sono parecchio seccata perchè magari mi alzo con il collo taurino e nessuno sa spiegarmi perchè, sto bene così.
E’la mia vita, e la persona che sono non è in alcun modo dissociabile da quanto è accaduto.
La persona che sono, dopo tutto, mi piace.
Quindi, dopo cinque anni, vi dico in tutta sincerità che è andata bene come è andata e sono contenta così.
Pace fatta.

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Chicche

Tra le cose che si imparano durante un ricovero, anche se breve, in ospedale, ce ne sono alcune che sono delle vere e  proprie chicche da condividere:

1) il palinsesto dei programmi nazionali in tv – mattina, pomeriggio e sera – propone una serie infinita di volte le repliche dell’isola dei famosi, orrendo programma che non avevo mai visto prima. Quando non ripropone le repliche o la diretta dell’isola dei famosi, manda in onda programmi non meglio definiti che ripercorrono ogni sordido dettaglio della cronaca del momento affidandolo in pasto alle opinioni di persone che l’anno prossimo – se gli va bene – faranno parte della nuova edizione dell‘isola dei famosi;

2) alcune compagne di stanza d’ospedale, benché bravissime persone, hanno la tendenza a monopolizzare il telecomando con buona pace della vostra wide;

3) alcune compagne di stanza d’ospedale, benché bravissime persone, hanno la tendenza ad addormentarsi con la tv accessa a palla su programmi orrendi, stringendo in una morsa grifagna il telecomando che la povera wide tentava più volte di orientare verso la tv per spegnerla in piena notte, senza successo, perché al momento di spegnere la compagna di stanza etc etc, si svegliava e ringhiava un “molla l’osso” esilarante;

4) la siringa che usano per farti la biopsia polmonare sembra uscita da Frankenstein Jr per quanto è enorme;

5) un infermiere che prima della biopsia ti chiede sarcastico “E allora, come stiamo a paura da 1 a 10?” e che, dopo che hai fatto la biopsia e che ti ha visto la tac con aria severa risponde alla tua domanda: “allora come è andato l’esame?” “ah, l’esame, quello, va bene. E’ il resto…” non dovrebbe lavorare nemmeno sull’isola dei famosi;

6) un portantino che ti invita a rimetterti a letto per portarti in giro in ospedale anche se ti senti benissimo e che ti fa: “Ah signò, lascia perde’ de fa’ la coraggiosa, che nun serve a gnente”, probabilmente sull’isola dei famosi c’è già stato;

7) applicare il concetto di magia attimo per attimo al momento in cui ti stanno per ficcare quell’agone sulla schiena è un aiuto straordinario. Ogni volta che mi immaginavo cosa stava per accadermi, mi fermavo a pensare al singolo respiro di quel singolo momento. Frammentando il momento dell’esame in centinaia di attimi-respiro, ho contenuto l’ansia e mi è sembrato passare tutto molto in fretta;

8 ) applicare la stessa tattica quando nel giro di un quarto d’ora ti entrano in stanza due pischelle specializzande che ti aprono un buco nel petto per infilarci un tubo per attaccare un drenaggio causa pneumotorace e ti ritrovi coperta di sangue è un tantino più complicato;

9) molto del dolore dovuto all’inserimento del drenaggio è stato dovuto al mio irriggidirmi per la paura. nel giro delle due ore successive, come ho smesso di essere terrorizzata da quello che mi avevano fatto (che è niente, per carità, scherziamo, ma vorrei vedere voi), sono riuscita a calmarmi, ho di nuovo applicato la magia e il dolore è scomparso senza aver dovuto mai usare nessun antidolorifico;

10) il rancio di ospedale è fantastico. lo cucinano gli altri;

11) le preghiere in filodiffusione ogni mattina e sera nelle stanze d’ospedale, dopo quattro giorni che sei bloccato a letto, cominciano a sembrarti una consuetudine meno deprecabile;

12) vanity fair è diventata la mia rivista preferita;

13) il concetto di ricovero illumina gli altri della responsabilità di cura verso la me tapina,  con il risultato che mia mamma e mia sorella venivano praticamente ogni giorno a trovarmi. e io ne ero molto grata e felice. sì, bello, grazie, ancora;

14) Obi è un vero eroe e un grande papà, alle nanine non sono mancata per niente, si divertivano troppo con lui, quelle fetenti;

15) un’amica che attraversa roma, dopo il lavoro, in un giorno di pioggia battente in motorino per portarti generi di conforto vari tra cui anacardi e acqua tonica per un sano aperitivo insieme e che poi riparte per portarti il marito alla lezione di meditazione, è un raggio di sole e si chiama lepi e come lei non ce ne sono altre;

16) l’ebook reader in situazioni così funziona alla grande. la notte lo mettevo con me sotto le coperte a farmi compagnia, è l’acquisto dell’anno;

17) ci sono anche compagne di stanza tanto carine con cui parlare di libri, di vita, di esperienze per niente facili, con la leggera naturalezza della maturità, e che con i loro mariti ti sembra di conoscerli entrambi da sempre e per sempre;

18) non è più necessario stare in pigiama tutto il tempo, in ospedale, ci sono delle valide alternative che sono meno auto-deprimenti (tute, pantaloni morbidi, larghi e lunghi caldi maglioni, magliettine più o meno gnoccherelle) e consiglio di usarle tutte;

19) quando sei in ospedale hai proprio bisogno e sei veramente molto grata di ogni telefonata e di ogni sms che ti arriva, anche se poi a sera quasi ti fanno male i pollici e le meningi a furia di rispondere;

20) tornare a casa è meraviglioso, una volta di più. A parte per il pranzo e la cena, s’intende, che ora me li devo cucinare da sola.

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Meteoropatica al contrario

Arriva la primavera.
Lo so con certezza.
Negli ultimi tre giorni, le vampate sono quintuplicate.

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